6 ottobre 2020

Su diseguaglianza e redistribuzione della ricchezza. La grande livellatrice di Scheidel

 

Dalla Grecia dell’età del Bronzo al Giappone durante e immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale e dall’Inghilterra durante la peste del 1300 al Messico coinvolto, suo malgrado, nello “scambio atlantico” postcolombiano fino alla Cina comunista di Mao Zedong e all’URSS stalinista, un dato comune getta una luce piuttosto inquietante sul processo di civilizzazione della storia umana e, ancor di più, sulle dinamiche alla base dei rapporti sociali: «occorsero straordinarie violenze e sofferenze umane per spossessare i ricchi e ridurre la popolazione attiva in misura tale da lasciare i sopravvissuti in condizioni notevolmente migliori. […] Sostanziali riduzioni della disuguaglianza di risorse dipesero da violenti disastri» (p. 424).

È questa la conclusione alla quale giunge nel suo ultimo libro (significativamente intitolato La Grande Livellatrice) lo storico dell’economia Walter Scheidel, al termine di una densissima trattazione che, combinando abilità divulgative non comuni a un solidissimo impianto metodologico e ad un’esperienza di docenza e ricerca ormai pluriennali, analizza su scala mondiale e lungo un arco di tempo millenario la storia non solo della disuguaglianza, argomento da alcuni anni al centro di molteplici saggi, ma anche – soprattutto ‒, un tema assai più raramente oggetto di indagine, vale a dire le cause di quella che lo studioso chiama «la grande compressione», ovvero le ragioni di un (significativo) livellamento delle sperequazioni di reddito nelle società umane.

Il quadro finale, per ammissione dello stesso autore, è a dir poco fosco: dalla prima grande transizione di regime economico della storia dell’umanità (la domesticazione di animali e piante), la disuguaglianza intra- e intersociale è stata un compagno ineludibile di quello che, un po’ pomposamente, siamo soliti chiamare processo di civilizzazione. In aggiunta a ciò, uno studio globale del fenomeno rivela come solo quattro tipi di eventi siano stati realmente in grado, e per di più per un tempo relativamente limitato (alcune generazioni al massimo) di ridurre in maniera significativa i livelli di diseguaglianza all’interno di una determinata società: la guerra con mobilitazione generale su scala transcontinentale (di fatto solo le due guerre mondiali), quella che Scheidel chiama «rivoluzione trasformativa» (leggi: l’avvento del comunismo in URSS e Cina), le grandi epidemie della storia (la peste del 1300) o il collasso di interi sistemi istituzionali (il caso della Somalia negli anni Novanta). Detto altrimenti, non esiste – radicale – redistribuzione della ricchezza senza spropositati spargimenti di sangue, morte e distruzione. Ciò è dimostrato, argomenta Scheidel in una delle sezioni più angoscianti del libro, dedicata alla ricerca di «soluzioni alternative» a quelli che lo studioso chiama «i quattro cavalieri» del livellamento violento, dal fatto che «non si può dimostrare che alcuna delle forze discusse [di perequazione non violenta delle disparità economiche] abbia avuto un effetto di attenuazione della diseguaglianza materiale che si può considerare costante. Questo è vero per una riforma pacifica della terra e del debito, per le crisi economiche, per la democrazia e per la crescita economica».

E che dire di ciò che attende La nostra epoca (pp. 501-523)? Se forse è possibile discutere sulla natura «magnifica» o meno delle sorti dell’umanità, in merito al loro carattere «progressivo» Scheidel è tanto categorico nel suo diniego quanto puntuale nel giustificarlo: ad oggi, nessuno dei cavalieri del livellamento sembra all’orizzonte; la guerra, se mai ve ne sarà un’altra su scala mondiale, sarà combattuta con altri mezzi e mediante eserciti completamente nuovi; di rivoluzione trasformativa nessuno parla più; non siamo mai stati, per lo meno nel «mondo libero» così attrezzati per gestire una pandemia (Covid-19 incluso) e le nazioni occidentali sono, a vario titolo, too big to fail. Da ciò se ne deduce, prosegue Scheidel, che la disuguaglianza riprenderà ad aumentare, probabilmente a un ritmo più sostenuto che in passato, quando i quattro cavalieri – o la memoria del loro passaggio – avevano ancora il potere di porle dei limiti, se non arrestarla del tutto. Senza poi dimenticare che, in virtù della globalizzazione del mercato finanziario, della natura sempre più transnazionale delle aziende, della deregulation senza freni e dalla rivoluzione postindustriale, per non parlare dei fenomeni migratori e del progressivo invecchiamento della popolazione mondiale, tutti fattori potenzialmente sperequanti, il futuro lascia piuttosto poco spazio all’ottimismo.

La domanda, che a fronte di scenari analoghi ci si era già posti in altre occasioni, per esempio nel 1902, è sempre la stessa: Che fare? Scheidel, per parte sua, passa in rassegna – e critica senza riserva – un numero sostanziale di proposte avanzate, negli ultimi anni, da una nutrita schiera di economisti, per lo più in virtù della loro natura utopica o, per lo meno, difficilmente spendibile nell’agone politico: anche la strategia di perequazione più moralmente commendevole, infatti, deve essere realizzabile, non può limitarsi ad essere giusta. E questo è, sulla scorta delle recenti osservazioni di Branko Milanovíc (Capitalism. Alone 2019), un salutare pro memoria del fatto che, anche dietro al fantomatico Mercato, esistono uomini e scelte umane. In politica, molto spesso, se qualcosa non si può fare è perché non la si vuole fare. Queste sono le regole del gioco: l’unica vera, radicale alternativa, sarebbe cambiare gioco. Desta perciò non poco interesse il fatto che, all’interno di una ponderosa bibliografia, Scheidel tralasci di fare riferimento a uno dei più raffinati interpreti del marxismo degli ultimi quarant’anni (La crisi della modernità è del 1989), vale a dire il geografo, politologo, sociologo – e molto altro – britannico David Harvey, il quale in numerosi studi non si è limitato a mostrare perché, specialmente nelle condizioni in cui ci troviamo oggi, giocare al gioco del capitalismo potrebbe non rivelarsi una decisione saggia non tanto per il capitale in sé, ma per l’umanità in quanto tale, ma ha anche abbozzato, sulla scorta di alcuni grandi classici (su tutti, non a caso, lo stesso Marx), le regole di un gioco alternativo. Paradossalmente, La grande livellatrice sembra confermare in pieno un – nobilissimo nella sua profonda amarezza – aforisma di Rossana Rossanda: «il comunismo ha sbagliato, ma non era sbagliato» e spinge con forza, forse persino contro le intenzioni dell’autore, non tanto ad elaborare strategie più o meno efficaci (sul lungo termine) per riparare la barca, bensì a costruirne una interamente nuova.

 

Walter Scheidel, La grande livellatrice. Violenza e disuguaglianza dalla presitoria a oggi, Bologna, il Mulino, 2019, pp. 639

 

Immagine: Tende di senzatetto nel centro di Los Angeles, California, Stati Uniti (6 dicembre 2018). Crediti: image_vulture / Shutterstock.com

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