6 agosto 2020

Sulle tracce di san Galgano, tra abbazie e spade nella roccia

 

Provinciale Massetana 441 direzione nord, da Grosseto verso Siena. Il paesaggio incontaminato corre insieme al nostro andare, in questa estate postemergenza Covid che sembra aver rigenerato la natura e le sue infinite manifestazioni. Tra le Colline Metallifere, viali di pini marittimi secolari lasciano strada a fitti boschi di cerri e castagni; carpini e acacie si piegano a tunnel ombreggiando le curve in saliscendi; poggi e campi di grano si alternano ai casolari e alle distese di girasoli, sotto il cielo di Maremma. Ogni colle, un borgo. Ogni borgo, un capitolo di Storia ‒ quella che abita in queste zone da sempre, da prima di tutto.

Il paesaggio intorno a Chiusdino, Siena (foto di V. Canavesi)

A una decina di chilometri dal bivio del Madonnino, la biografia di un santo cavaliere ci fa virare a sinistra e salire verso Chiusdino, borgo in provincia di Siena risalente al V-VI secolo. Il rione storico che ammiriamo oggi è un grappolo di case e chiese di origine medievale, tutte in pietra e tutte aggrappate alla sommità dell’altura. Oltre la pieve di S. Martino, il Portino (retaggio delle fortificazioni del primo abitato) immette nella parte più antica, dove troviamo le prime tracce del protagonista di questo viaggio: Galgano Guidotti, il cavaliere diventato eremita, monaco e quindi santo. La sua (presunta) casa natale presenta in facciata un bassorilievo che ne ricorda la conversione, avvenuta grazie ad alcune apparizioni dell’arcangelo Michele (a cui è dedicata la pieve a poca distanza, che custodisce la reliquia del teschio del santo). Galgano ‒ nato intorno al 1150 e morto nel 1181 ‒ fu cavaliere al servizio del vescovo di Volterra: era un giovane ricco e prepotente, che cambiò radicalmente vita dopo le diverse visioni mistiche. Storia, spiritualità e leggenda si intrecciano nelle vicende che lo riguardano e ancora oggi tengono insieme devozione e curiosità, fatti e suggestioni, luoghi e scoperte ‒ tutti affascinanti e misteriosi come la vita di questo personaggio che sembra uscito dritto dritto da un poema cavalleresco.

Il bassorilievo sulla facciata della presunta casa di san Galgano (foto di V. Canavesi)

Lo seguiamo, quindi; lasciamo Chiusdino e torniamo sulla provinciale godendoci la vista sulle campagne e le foreste circostanti. L’ambiente è scarsamente antropizzato e ci riconcilia con la vista e con l’udito: i suoni sono quelli delle cicale, dei torrenti, delle rondini e dei falchi in volo. Dieci minuti, e sulla destra appare la svolta che stavamo cercando: conduce all’eremo di Monte Siepi e all’abbazia intitolata al santo diventata famosa per il suo tetto a cielo aperto. Eccola, oltre il bel viale di cipressi: non c’è molta gente e un temporale estivo ci consente di rimanere straordinariamente soli tra le sue navate. L’emozione è potente: il fragore della pioggia e dei tuoni amplifica la sensazione di solitaria maestosità che contraddistingue l’edificio eretto più di un secolo dopo la morte di Galgano dai monaci cistercensi, in suo onore e in memoria della prima comunità monastica da lui fondata. Lo stile gotico-pisano slancia gli sguardi verso l’alto e non importa se le nuvole incombono con il loro brontolìo: la magnificenza dell’abbazia sembra perfino crescere con gli scrosci e le folate di vento, rievocando la supremazia territoriale ed economico-spirituale che esercitò incontrastata dal XIII al XVI secolo.

Furono gli abati commendatari, anche questa volta, a decretare l’inizio della sua fine: le gestioni poco oculate, il disinteresse per il centro monastico e la foga di guadagno si tradussero presto in un declino inesorabile, che si compì con la dispersione dell’archivio abbaziale, il mancato invio di nuovi monaci e il crollo del campanile nel 1789: la torre si riversò sulla copertura malconcia della chiesa, che cedette e non fu più ricostruita. Una rovina, ma non definitiva: lo scoperchiamento dell’abbazia è diventata da qualche decennio la ragione primaria della sua rinascita come destinazione turistica, oggi tra le più visitate di tutta la zona. Anche qui, a pensarci, c’è lo zampino di san Galgano: sul Monte Siepi, poco distante, si trova il suo eremo: qui il santo trascorse gli ultimi anni della sua vita; qui fondò la prima cella monastica; qui morì. E qui, sulla sua tomba, fu eretto il mausoleo romanico che ammiriamo ancora oggi, con la sua originale cupola a fasce concentriche di cotto e travertino sovrastante la leggendaria spada, conficcata nella roccia e trasformata in croce, che la tradizione ovviamente gli attribuisce. Nell’annessa cappella edificata agli inizi del XIV secolo, ecco un altro tesoro: un ciclo di affreschi di Ambrogio Lorenzetti, purtroppo parzialmente compromessi, nei quali possiamo riconoscere una Maestà, un’Annunciazione e anche il ritratto del protagonista di questo insolito itinerario. Un uomo vissuto quasi mille anni fa, e ancora più vivo che mai.

 

Immagine di copertina: Abbazia di S. Galgano, Chiusdino, Siena (foto V. Canavesi)

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