22 luglio 2021

“Sunnu troppi Don Nicolao, scalamu!” : le tracce dei pupi siciliani in Tunisia

 

«Mi ricordo quando da ragazzino andavo a vedere l’opera dei pupi di Don Nicolao», racconta Folco Evangelisti. «“Con un colpo di spada Rinaldo ammazza 30 saraceni”, narrava il puparo. E dal pubblico qualcuno rispondeva, in siciliano: “Sunnu troppi Don Nicolao, scalamu! (Sono troppi, abbassa il numero)” ».

Evangelisti, classe 1933, ha origine toscane ma ha trascorso una vita circondato da siciliani. E prosegue: «“e con la sua durlindana Rinaldo ammazza 20 saraceni”, diceva ancora Nicolao. E dal pubblico: “Scalamu, sunnu troppi!”. “E diccillu tu ca sunnu troppi (e diglielo tu che sono troppi), gran figlio di ‘buonadonna’!”, gridava Don Nicolao». La fine dello spettacolo era segnata da un musicante che suonava un pianoforte a manovella. «Si chiamava Peppino, era sempre ubriaco». 

Folco Evangelisti, Hammamet, 7 giugno 2021 (foto di Jacopo Lentini)

Questo ‘quadretto’ degli anni Quaranta potrebbe raccontare Palermo o Catania, se non provenisse dalla medina di Tunisi: qui Evangelisti era di casa. «Sono nato nella medina la notte del ventisettesimo giorno del Ramadàn, mentre il Bey passava per andare alla moschea, accompagnato dalla musica». Furono gli emigrati siciliani a portare in Tunisia i loro pupi nell’Ottocento.

«Sino ad allora il teatro locale non conosceva questo tipo di marionetta», spiega Habiba Jendoubi, marionettista e docente dell’Istituto superiore di arti drammatiche di Tunisi (ISAD). «Prima c’erano il Karakouz, il teatro delle ombre di origine turca, e i Guignols, i burattini a guanto, introdotti dai francesi». 

 

Evangelisti è nato nella rue Jamaa Ez Zitouna, che dalla Porta di Francia conduce alla moschea Zitouna, la più importante della capitale. Qui la sua famiglia aveva «casa e bottega». Gli Evangelisti erano i più grandi antiquari della Tunisia e Folco è stato l’ultimo a gestire, fino al 1980 circa, lo storico negozio al numero 48.

Lì c’era una delle più grandi collezioni di pupi siciliani del Mediterraneo, che raggiunse gli 800 pezzi. Evangelisti aveva anche altri negozi a Tunisi e Hammamet, che chiusero a metà degli anni Novanta. Quando i siciliani tornarono in Italia, dopo l’indipendenza della Tunisia nel 1956, «comprammo centinaia di pupi dagli opranti», racconta lui. «C’erano almeno tre teatri dei pupi nella medina, ma di quello di Don Nicolao, nella rue Sidi Bou Mendil, comprammo anche gli arredi, il pianoforte e le scenografie».

 

Anche in Tunisia l’opera dei pupi narrava le avventure del ciclo carolingio (oltre alle Farse, commedie di vita siciliana). «Molti tunisini erano sorpresi dal fatto che i siciliani si interessassero alle gesta dei paladini di Francia, ignorate dagli stessi francesi», spiega l’antropologa Daria Settineri. «Questo tipo di spettacolo s’inserì in modo fecondo nel clima culturale tunisino contribuendo alla nascita di opranti locali con delle proprie specificità». Tanto che, per un breve periodo, vi fu una versione araba dell’opera dei pupi.

 

«Era nel quartiere Halfauoine, durante il Ramadan, dove si mangiava la carne di cammello», ricorda Evangelisti, rispolverando le memorie raccontategli dal padre, poiché questi spettacoli scomparvero a metà degli anni Trenta. Secondo lo scrittore tunisino Mohamed Aziza, avevano un copione diverso da quello tradizionale: «raccontavano dei generali ottomani impegnati a difendere il territorio tunisino dalle velleità coloniali di italiani ed inglesi nell’Ottocento, rimarcando la differenza religiosa tra il difensore turco e gli invasori cristiani». La Tunisia, infatti, è stata sotto il dominio turco-ottomano dal 1574 al 1881, quando fu la Francia a instaurarvi il protettorato.

 

Per decenni Folco Evangelisti ha venduto i pupi siciliani “di Tunisia” in tutto il mondo, anche a personalità dello spettacolo e del cinema. «Harry Belafonte, Curd Jurgens e anche all’attore Pierre Brasseur. Mi chiamava e diceva: “arrivo da Parigi domenica, mettimene da parte due”. Non posso neanche ricordare quanta gente veniva ad ammirare i pupi».

Mappa della “piccola Sicilia” di Tunisi (realizzazione: Jacopo Lentini)

La piccola Sicilia

Tra avenue de Carthage e la laguna, a fianco di avenue Habib Bourghiba, nel pieno centro di Tunisi, in pochi isolati si concentrano vari palazzi dall’architettura coloniale. «Pochi ricordano che sono di manovalanza italiana e le nuove generazioni non sanno che questa era la “piccola Sicilia”», spiega Sergio Bertolino, sulla sessantina, l’ultimo di origini italiane rimasto nel quartiere. La sua officina di torneria è qui da oltre cent’anni. Fu il bisnonno di Favignana ad aprirla. Come lui, numerosi emigrati siculi vivevano nella zona.

Da non confondersi con l’omonimo quartiere de La Goulette, municipalità portuale di Tunisi, di cui è rimasta solo la chiesa, la piccola Sicilia della capitale ha un’aria di decadenza che la rende affascinante. I balconi in stile liberty sono il colpo d’occhio. In muratura bianca ingiallita e mezzi diroccati.

Bertolino ha tre nazionalità: tunisina, francese e italiana. È nato a Tunisi, ha trascorso più tempo in Francia che in Italia e parla meglio francese che italiano. «Ma la mia identità è italiana», spiega lui. «Ho sempre vissuto tra gli italiani».

Un palazzo dall’architettura italiana nella “piccola Sicilia”, angolo rue Ibn Khaldoun / rue Oum Kalthoum, Tunisi, 30 giugno 2021 (foto di Jacopo Lentini)

La comunità italiana in Tunisia, composta in maggioranza da siciliani, ebbe molto rilievo nel Paese. Nel 1938 gli italiani erano circa 150.000. Il protettorato, intimorito da questa presenza ingombrante, avviò un processo di “francesizzazione”, favorendone la naturalizzazione. Fino a che, nel maggio del 1943, alla fine della guerra in Tunisia, la autorità francesi chiusero scuole, ospedali, teatri e giornali italiani.

«Li chiamavano “carne venduta” gli italiani che si naturalizzavano francesi», spiega con un accento siculo Rolande Saadia, tunisino di 84 anni. Si ricorda bene i nomi dei siciliani che abitavano intorno alla sua officina di bobinaggio. «Accanto c’era Cardinale, campione di Tunisia di ciclismo negli anni Sessanta, e non lontano Dainotto, che riparava le pompe diesel. Era uno dei grandi signori della meccanica. La manodopera italiana era preferita a quella araba, e gli italiani era visti meglio  dei francesi».

 

Le tracce, non la memoria

Passeggiando per i suq più turistici della medina di Tunisi, si trova spesso in vendita una marionetta  dal volto baffuto di colore arancione. Ha un’armatura leggera e una sciabola, le braccia di stoffa e la scescia, il tipico copricapo tunisino di colore rosso. Adel Aschi la realizza da anni nel suo atelier de La Goulette.

«All’inizio degli anni Sessanta, mio padre Achmi faceva il rigattiere e trovò in una cassa di metallo un vecchio pupo siciliano. Lo incuriosì e provò a replicarne la struttura, riciclandosi in artigiano», racconta lui. «Così è nato il pupo tunisino, che raffigura Ismail Pacha, un condottiero ottomano».

Adel Aschi nel suo atelier, La Goulette, Tunisi, 16 giugno 2021 (foto di Jacopo Lentini)

«È ispirato ai pupi siciliani, di cui restano le tracce ma non la memoria, che ricorda invece la tradizione turca, quella più cara al teatro tunisino», spiega Habiba Jendoubi . «Questa marionetta non è mai stata utilizzata per gli spettacoli. Non ha le aste per essere manovrata, ma solo un gancio per essere appesa. È rimasta come pezzo di artigianato, perché il teatro dei pupi in Tunisia è scomparso insieme ai siciliani».

 

Nonostante la chiusura dei teatri italiani, secondo alcune testimonianze l’opera dei pupi continuò ad esistere, talvolta clandestinamente, fino all’indipendenza della Tunisia. All’indomani di questa, i decreti discriminatori contro gli stranieri, introdotti dal presidente Habib Bourghiba, spinsero molti italiani (e siciliani) a lasciare il Paese.

Pupi siciliani ritrovati a Tunisi dalla fondazione Orestiadi a inizio 2000, Tunisi, 10 giugno 2021 (foto di Jacopo Lentini)

La fondazione Orestiadi di Gibellina (TP), che dal 2000 al 2014 aveva una sede a Tunisi, recuperò alcuni pupi che furono esposti al Dar Bach Hamba, storico palazzo della medina, a quel tempo chiamato Casa Sicilia. «I pupi erano scomparsi dalla circolazione, molti furono rubati da collezioni private. Li trovammo quasi per caso, presso negozi dove ne erano rimasti alcuni malandati», spiega Franck Gabriele, restauratore italo-tunisino ed ex responsabile di Orestiadi. Dalla chiusura di Casa Sicilia, i pupi sono rimasti in un magazzino di Tunisi, non più fruibili dal pubblico.

 

I pupi siciliani “di Tunisia” raccontano l’italianità in Nordafrica, che fu tanto difesa dai siciliani e che in preda alle diatribe politiche fu vittima di un’amnesia storica dagli anni Quaranta. Secondo Jendoubi «questi pupi sono un tesoro, un pezzo di storia che vorremmo riavere indietro».

 

Immagine di copertina: Folco Evangelisti vende un pupo siciliano nel suo negozio di Hammamet, negli anni Settanta (per cortesia di Folco Evangelisti)

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