04 agosto 2017

Tabù. Storie di sentimenti primitivi e totali

Tabù di Giordano Tedoldi è un romanzo potente e solido, fatto di divieti elusi e di atti proibiti che diventano la quotidianità, pensieri inammissibili pensati e tradotti in azione, sanzioni che il destino e la vita riservano a un intreccio umano fragile ma inattaccabile, fatto non di amici, ma una vera e propria tribù, «un clan, una stirpe, forse una razza» (p. 234); una storia di sanzioni che giungono fino alla morte e passano per rituali di purificazione complicati e ritagliati appositamente per i peccati commessi. Piero Origo, che della stirpe del romanzo rappresenta il capoclan, il «barbaro che conquista la signoria» (p. 234), è innamorato della moglie (Emilia) del suo miglior amico ed è, in realtà, nella sua vita, interessato solo alle donne, tutte, che attutiscono il colpo nello scontro con la realtà, lo proteggono e distruggono allo stesso tempo: c’è Emilia, la moglie del suo miglior amico Domenico, e poi ci sono tutte le altre. C’è una catena di rapporti umani e relazioni amorose che si intrecciano in un gomitolo che si dipana solo a un certo punto, quando a raccontare la storia è un’altra voce che aggiunge, però, un nuovo inizio e un cambio di scena inaspettato.

 

Contaminazioni e graffi

Nel gomitolo del romanzo, i fili sono soggetti a contaminazioni e intrecci: i personaggi sono vittime di intimità contaminate, di identità doppie, spesso vissute a viso aperto, ma in alcuni casi, e con tempi diversi, indossando una maschera, sul finale, putrefatta sul loro volto, svelando le colpe ascritte e rivelando a tutti la vera faccia, la carne spirituale da purificare. Tedoldi scava e conosce a fondo i suoi personaggi e ce li presenta in ogni centimetro della loro pelle e della loro anima, in ogni pezzo di carne e nei pensieri e nei dubbi di ognuno («e da un certo momento fissai la mia attenzione sul particolare mondo microscopico dei vasi sanguigni. Osservando continuamente sempre più da vicino, nella pelle di tutti, seguii la ramificazione strepitosamente rigogliosa di quelle vie rosse. La vidi come una vita a parte, un organismo autonomo, un paesaggio selvatico attraversato da corsi d’acqua carichi di sangue», p. 219). Il paesaggio selvatico, il più selvatico di tutti, è proprio questo: la ramificazione di quelle vie rosse, il sangue che ci scorre dentro, quei corsi d’acqua carichi di sangue che attraversano e governano le pagine del romanzo e gli uomini e le donne che lo popolano, la scrittura di Tedoldi, che però è un fine stilista, è scrittura ragionata e dubbiosa, peccaminosa e timorata, esagerata e pesata al tempo stesso. Tedoldi è uno scrittore che racconta di «una pagliacciata folcloristica o esoterica» ben consapevole di trovarsi di fronte a una di quelle «tecniche di stimolazione e reviviscenza non protocollari che da sempre s’inventano i mortali» (p. 194), uno scrittore che ci mostra i vari volti dei suoi personaggi, sapendo che il volto vero di una persona, però, è «quello che appare più volte e, possibilmente, per ultimo» (p. 195). Tedoldi ci racconta una storia di doppiezze e promiscuità in cui le regole si fondono e confondono ma senza mai perdere la lucidità del giudizio («è possibile che vivere in una situazione di promiscuità porti a contaminare della stessa promiscuità la mente, a immaginare doppiezze, a duplicare memorie e certezze», p. 135). Le storie raccontate in Tabù sono storie di sentimenti primitivi e totali, di rivoluzioni, di tentativi di ricominciare a vivere, di discese verso l’Inferno, di viaggi alla ricerca di segni e conferme, o di pellegrini liberi e libertini, e delle ipocrisie di chi sconta la verità, di chi – come Piero – più di ogni altro uomo, dichiara di sentirsi uno degli uomini più attenti all’amicizia, ma che l’amicizia, e i legami sacri che la governano, ha più volte infranto: un cristiano non più cristiano, che pecca e si tormenta perché è approdato, con la sua vita, in una terra di nessuno: «l’amore tra uomini non cristiani, non più cristiani, è una cosa estremamente complicata. Si naviga a vista, si approda in paesi selvaggi, dove è in uso tutto e il contrario di tutto. Non ci sono età, calendari, tempi, nascite e morti. Ci sono regole da rispettare senza che si possa risalire al motivo per cui bisogna rispettarle, ma se le si violano, la nave che ci ha portato fin lì affonda» (p. 182).

 

Sembriamo tutti guasti in confronto a te

Piero è un essere indomito, «incastrato» fin dalla nascita negli schemi della società cristiana e, che nella malattia e sul finire della propria esistenza, conoscerà proprio un uomo di Chiesa: Eusebio, che ha però anche altri pensieri rispetto a quelli che il ruolo gli imporrebbe. Piero Origo è un uomo che non ha amato mai: «per te non vale nessun punto di riferimento, che sia il sole, l’educazione, l’origine, i nomi, gli altri, o l’amore. Nessun amore. Mai. Tu, Piero Origo, nella vita non hai amato mai» (p. 167), un uomo con un cuore che è «un dittatore pazzo» (p. 147), ma che è fine osservatore  e amante della bellezza ed è capace di raccontarla, come quando osserva Dolly  – una delle donne della sua vita –  mentre lavora le sue ceramiche e ne elogia l’energia e la libertà: «non appartieni a nessuno perciò quello che fai è vitale per chiunque ti incontri» e ancora «è tutto il modo in cui lo fai, l’occhio che guarda il pezzo, il pennello che tieni in mano, oggi l’ho osservato quello blu, piccolino, quello che ti sei sfilata dai capelli… non lo so ma tu ci metti una gioia nelle cose… io non ci riesco, nessuno ci riesce, sembriamo tutti guasti in confronto a te. Tu vedi più colori, più suoni, sei sempre ispirata da qualcosa che parla solo a te» (p. 84). Giordano Tedoldi come dice uno dei suoi personaggi, a un certo punto, scrive una storia che racconta la bellezza dell’«istante in cui il dolore riga il mondo, annunciando la mortalità di ogni cosa, scoprendo i capillari della vita. Noi siamo sangue felicemente smarrito nel cosmo» (p. 338). Giordano Tedoldi, Tabù, Tunué, 2017, pp. 361

 

 


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