6 novembre 2018

Terrae Motus, una collezione in sala d’attesa

Vexata quaestio quella della collezione Terrae Motus: la più grande produzione monotematica d’arte contemporanea esistente al mondo. Totalmente ispirata al sisma del 1980 che scosse l’Irpinia e gran parte del territorio del Sud Italia e che il gallerista napoletano Lucio Amelio volle, a futura memoria, legare alla Reggia di Caserta: «a condizione che fosse esposta completa e permanente», ma che allo stato dei fatti giace in allestimento provvisorio al piano nobiliare del complesso vanvitelliano dove, fino a gennaio 2016, alloggiavano gli uffici amministrativi dell’aeronautica militare e che di regale e settecentesco non ha praticamente nulla.

Di quel catastrofico evento, che il 23 novembre 1980 seminò morte, distruzione e sconforto su tutto territorio nazionale, il sagace gallerista seppe cogliere la magnitudo e amplificare l’intensità. Convertì la forza bruta e offensiva della natura in creatività produttiva e risorsa solidale. E così, al silenzio, alla disperazione, alla distruzione e alla morte, rispose con l’arte: con la più alta forma di celebrazione dell’uomo e della vita.

Chiamò all’appello gli artisti, suoi amici; come si fa per le collette solidali nei momenti difficili. Ottenne da ciascuno un aiuto: una testimonianza artistica dell’evento. Riuscì, come non accadeva più da tempo, a raccontare attraverso l’arte una storia: non il percorso personale dell’artista dall’estro stravagante, isolato e incomprensibile, ma il sentimento collettivo, l’onda d’urto comune. Prediligendo, quindi, la funzione civile e sociale dell’arte a quella del mercato: «abbiamo disseminato una serie di bombe ad orologeria per scatenare la creatività che è presente in ogni uomo e che spesso viene repressa dalla gelosia, dalla corruzione, dalla cattiveria, dalla miseria, dalla malattia», insomma, un via libera alla creatività per rinascere – trapela dalle parole del gallerista alla presentazione del progetto Terrae Motus a Ercolano.

Alla chiamata risposero Warhol, Boetti, Cucchi, Di Bello, Tatafiore, Paladino, Longobardi, Beuys, Rauschenberg, Twombly, Long, Haring, Craig, Pistoletto, Barceló, Vedova, Keifer, Kounellis, Schifano, Fabro, Paolini, Ontani e molti altri, tutti uniti per una comune causa pubblica.

L’intraprendente gallerista, che fu capace di accompagnare la città napoletana nel circuito d’arte contemporaneo del primo Novecento; che fece dialogare Warhol e Beuys: ricerca antropologica e superficialità consumistica; che seppe vedere nella catastrofe una rinascita creativa e che donò alla collettività i frutti del suo mecenatismo, non riuscì a lasciare un museo d’arte contemporanea alla sua Napoli, tanto che dovette dirottare la sua raccolta su Caserta.

Dopo l’inaugurazione di Villa Campolieto nel lontano 1984 ad Ercolano e dopo altre mostre, che però coinvolsero solo parzialmente il gruppo di opere, il mecenate, nell’atto di dettare le ultime volontà, lasciò prematuramente l’intera collezione alla Reggia di Caserta.

Per triste ironia della sorte, ancora oggi, tra stanze inappropriate e prive di valenza estetica, tra pavimenti discontinui e suddivisioni scriteriate, tra pareti solo tinteggiate e un’organizzazione da pro loco, la collezione Terrae Motus sembra essere ospitata in un campo di prima accoglienza per sfollati, in una qualche palestra comunale cittadina, perennemente in attesa, intrappolata nella precarietà del suo stesso stato d’insicurezza.

L’inadeguato allestimento sembra amplificare l’annoso disagio. Passeggiando tra le opere si percepisce un senso di vergogna nel mostrarsi, più che la vivida testimonianza della forza dell’arte. All’impossibilità di comunicare con l’ambiente circostante e all’impotenza di esprimere il valore del progetto iniziale, si aggiungono la carente sorveglianza e i furti, come per l’installazione di Boltanski dal titolo Ex Voto, in parte trafugata.

«Le bombe ad orologeria» – come Amelio descrisse le oltre settanta opere – sono oggi tutte disinnescate, avendo perso il carattere dialettico e aporetico che il gallerista volle tenacemente imprimere loro. Quella forza creatrice sembra ammansita, ciò che rimane è solo il brutto ricordo del cataclisma lontano, eppure il linguaggio dell’arte è universale, come la poesia e i sentimenti.


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