19 settembre 2017

The shape of water e le visioni mitologiche di Guillermo Del Toro

Come possono due esseri di nature completamente diverse, uno marino e una terrestre, privi entrambi di voce, non solo comunicare, ma addirittura innamorarsi? La risposta è nella decima pellicola firmata da Guillermo Del Toro, visionario regista messicano, classe 1964, che con The shape of water ha conquistato la critica e il pubblico di Venezia ottenendo il Leone d’Oro per il miglior film alla 74ª Mostra internazionale d’arte cinematografica.

Il film, immerso in atmosfere in bilico tra fantasy e thriller, tiene fede all’ormai consolidata estetica del regista, che si fonda sul potere visionario del sogno e del “mostro” – inteso soprattutto, in accezione barocca, come “meraviglia” e, dunque, non come emblema di orrore e violenza ma come latore di una dimensione altra da quella umana e usuale: una dimensione con la quale possono entrare in comunicazione, appunto, solo anime accomunate da un destino di ingenuità e sofferenza.

Così la piccola Ofelia nel Labirinto del fauno, che nel 2006 vinse tre Oscar e divenne (record ancora imbattuto) il film in lingua spagnola dai maggiori incassi nella storia del cinema: principessa inconsapevole di un mondo magico e sotterraneo, circondata dalla ferocia della dittatura franchista e oppressa da un patrigno crudele, lì la bambina trovava nel Fauno, essere mitologico per eccellenza, colui che le indicava la via d’uscita da una realtà più dura di qualsiasi incubo.

E allo stesso modo Elisa (Sally Hawkins), ragazza muta e sensibile intrappolata nella ruotine del lavoro di donna delle pulizie (seppure nell’ambientazione già eccezionale di un laboratorio scientifico statunitense all’epoca della guerra fredda), scopre un giorno che nel laboratorio è tenuta in cattività una creatura anfibia dall’aspetto umanoide, dotata di grande intelligenza, della quale, inevitabilmente, si innamora ricambiata, in un muto scambio fatto di cibo, tatto, gesti.

L’uomo-pesce, creatura mitologica di antichissime radici, rivive in un essere che pare uscito dal Manuale di zoologia fantastica dell’argentino Jorge Luis Borges (a conferma della dimestichezza ispanoamericana con le figure dell’immaginario) e che contrappone la sua magica poesia primigenia, acquatica, alla cruda follia di chi fabbrica al tavolino la guerra definitiva.

Perché, spesso, la storia vera è più terrificante di qualsiasi mostro: e allora il sogno diventa non solo evasione ma anche faro di speranza, utopia che rompe l’incubo del quotidiano e dà la forza di lottare per un mondo migliore.


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