29 gennaio 2019

Torre Azadi, una poesia di geometrie

Esistono paesaggi e luoghi naturali che simboleggiano una comunità e il suo patrimonio. Esistono dei monumenti volti a monere, cioè a “ricordare” un evento, una ricorrenza, una discendenza; monumenti, invece, che le comunità assumono come simbolo, stravolgendone completamente, in alcuni casi, il significatum originario. La Torre Azadi è uno di questi.

Teheran, 1966. L’architetto ventiquattrenne Hussein Amanat vince il bando indetto dallo scià di Persia, Mohammad Reza Pahlavi, per progettare la porta di ingresso monumentale della capitale, situata nei pressi dell’allora aeroporto internazionale Mehrabad, in occasione della celebrazione dei 2.500 anni dell’impero persiano, avvenuta nel 1971. Dal progetto di Amanat all’inaugurazione trascorsero cinque anni, sei all’apertura al pubblico. Cinque anni per realizzare il monumentum all’impero persiano nella sua nuova capitale, Teheran; monumentum che ospiterà il “cilindro di Ciro il Grande”, un cilindro in terracotta rinvenuto a Babilonia nel 1879, documento ideologico voluto da Ciro II nel 539 a.C. per legittimare la sua presa di potere a Babilonia e rivolto agli stessi babilonesi, ma che lo scià di Persia riteneva, anacronisticamente, come una delle prime carte dei diritti umani. E nel pieno della campagna propagandistica il nome designato al monumento è Shahyad, “il memoriale dello Scià”.

Teheran, 1979. Se è vero, come afferma Leibniz, che «nei simboli si osserva un vantaggio nella scoperta che è maggiore quando esprimono concisamente l’esatta natura di una cosa e nel contempo la raffigurano», la natura del monumento di Teheran si raffigura nella volontà di libertà che il popolo persiano reclama proprio in questa piazza negli anni della Rivoluzione. Libertà che in persiano si traduce con “azadi”, nome che da quegli anni è attribuito al monumento.

Esiste, dunque, un monumento della modernissima Teheran che racchiude in sé secoli di una ricchissima tradizione architettonica, saggiamente armonizzata e sintetizzata. Un significatum, un “senso”, che è espresso direttamente dalle sue forme e forse è proprio questo il motivo che fa del monumento uno dei simboli dell’identità persiana moderna e contemporanea.

Cinque gli ettari coperti dalla piazza, quarantacinque metri di altezza, ottomila blocchi di marmo bianco di Isfahan, una possente anima in cemento e un mosaico di “maioliche” (in persiano moharrag) azzurre che ne esaltano le forme e slanciano l’edificio.

 

Chiunque si trovi davanti alla Torre Azadi viene subito colpito dal senso imponente della tradizione architettonica persiana e ne viene sopraffatto. Serve un po’ di tempo, infatti, per riuscire a vedere nell’arcata della torre una sintesi fra l’arco parabolico del Taq-i Kisra, il palazzo di Ctesifonte attribuito al mitico re sasanide Cosroe I e l’arco a sesto acuto delle moschee persiane. E per armonizzare il tutto, l’intradosso è reso come i magnifici e armoniosi karbandi (“volte costolonate”), la complessa e saggia tecnica che permette il passaggio dalla struttura quadrangolare dei pilastri a quella circolare delle cupole e, allo stesso tempo, di scaricare equamente il peso della struttura sui pilastri stessi. O ancora il coronamento della struttura, vero balcone su Teheran, che si ispira alle torri del vento, anch’esse appartenenti al ricco patrimonio di conoscenze ingegneristiche persiane arrivate fino a noi nel palazzo della Zisa di Palermo. Affacciandosi, poi, dal coronamento è possibile ammirare il panorama della città, vedere la rivaleggiante Torre Milad e la corona degli Elburz che cinge la città. Ma guardando un po’ verso il basso ci si accorgerà dell’armonioso reticolo di vialetti e siepi che avvolge il monumento: si vedrà, allora, la riproduzione della “coda di pavone” maestosamente aperta della cupola della moschea safavide Sheykh Lotfollah di Isfahan fare a pugni con l’intenso traffico che assedia il monumento. E se l’esterno del monumento è bianco con sfumature di azzurro, vi stupirà notare che l’interno è grigio, lasciato nel colore originario del cemento. Nonostante ciò, si può notare un articolato complesso di geometrie e architetture che sostengono nobilmente la struttura: il cemento quasi scompare, mimetizzato nelle leggere forme tipiche dei bazar e delle moschee (lì in mattoni cotti), come il tema geometrico-mistico della “stella” presente nella cupola interna dell’edificio.

 

Se l’esterno è dunque ricco di simbologie, l’interno è invece “intimo”, rappresentando una dicotomia onnipresente nella cultura persiana. L’ingresso avviene, infatti, da sottoterra attraverso un cortile, elemento tipico delle abitazioni persiane tradizionali. Dopo il cortile si attraversa un tunnel temporale: si trova, infatti, al piano sottoterra l’Azadi cultural complex, uno spazio dedicato a delle esposizioni permanenti sulla cultura persiana attraverso i secoli, suddiviso in tre aree. Una di queste è il “teatro audiovisivo”: creato nel 1975, è un invito alla scoperta delle diversità geografiche e naturali dell’Iran, congiuntamente a quella del patrimonio storico; un’immersione in una musealizzazione all’avanguardia negli anni Settanta realizzata da una compagnia cecoslovacca. O ancora la Exhibition hall, cuore delle fondamenta, nella quale si conservano oggetti dell’artigianato persiano e, al momento della stesura di questo contributo, un’esposizione di marionette tradizionali persiane e internazionali. Si trovano inoltre nei sotterranei della torre un museo dedicato agli eventi successivi alla Rivoluzione, una biblioteca che conserva 2.000 volumi e una sala cinematografica, teatrale e per concerti. La Torre Azadi è lo scrigno che conserva e simboleggia gli elementi più importanti della civiltà persiana.

 

Crediti immagini: foto di G. Labisi

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