21 luglio 2020

Tra i libri di Aldo Capitini: Gianfranco Contini ed Eugenio Montale

 

Risale alla metà degli anni Trenta l’amicizia tra il filosofo Aldo Capitini e il filologo Gianfranco Contini. Ne è testimonianza non solo la fitta corrispondenza protrattasi lungo tutta la vita (Un’amicizia in atto. Corrispondenza tra Gianfranco Contini e Aldo Capitini (1935-1967), a cura di A. Chemello e M. Moretti, Firenze, Sismel, 2012), ma anche il reciproco scambio di articoli e libri, spesso accompagnati da affettuose dediche. Proprio a partire dai libri che Contini dona a Capitini, oggi conservati insieme al suo intero fondo librario nella Biblioteca perugina di San Matteo degli Armeni, si può intuire come quest’ultimo legga attentamente quanto scrive l’illustre amico, non esimendosi talvolta dal dissentire dal suo pensiero. Se il caso delle Rime di Dante (Torino, Einaudi, 1939) è già noto grazie al carteggio ‒ «Il tuo libro delle Rime è bellissimo […]. Voglio ora solo avvisarti che c’è una svista e qualche erroruccio. La svista, a p. 75: Piccarda è nel cielo della Luna e non di Venere; gli errorucci: a p. 26, nota 12 sarà vuole l’accento grave; e a p. 135, verso il mezzo, corsivo: Con esse (e non asse), e poco dopo va E maiuscola» ‒, ben più interessanti si rivelano le postille che Capitini appone nel volume Esercizî di lettura sopra autori contemporanei con un’appendice su testi non contemporanei (Firenze, Parenti, 1939), soprattutto nei saggi dedicati a Ungaretti e Montale. In molti casi si tratta di commenti positivi, secondo quanto testimoniato non solo da notazioni come “bene”, “giusto”, ma anche, ad esempio, da quanto scrive a margine del seguente passo: «Ma la “consolazione” specifica d’Ungaretti sta nel puntare tutt’i significati, tutte le possibilità liriche sopra una parola; la quale resta ricca abbastanza, in virtù di quella particolare magia linguistica, perché in essa s’esaurisca il “motivo” o “situazione” poetica, e s’annulli qualsiasi necessità di ricorso a un’enunciazione logica e storica» (p. 41). Capitini infatti glossa «punto di partenza per intendere molta poesia d’oggi. citarlo».

In altre circostanze si hanno prese di posizione critiche. Quando Contini scrive «Il fondo su cui s’incide la poesia d’Ungaretti è proprio questo, in universale: un sentimento vivacissimo del concreto; ma, inseparabile, l’avvertimento di cose lontane, di conoscenze inappagabili» (p. 44) Capitini appunta «è il passaggio (mistico) dal desiderio (totale) all’inappagamento (sognante)» e poco sotto «questa di Contini è definizione vaga (e non esatta)». Poco più avanti al passo «Per i conti d’Ungaretti con la storia, si son dati esempi più su; ma dobbiamo insistere sul fatto che, essendosi quella dissolta tutta in espressione e “consolazione”, “stasera” nella poesia di questo titolo (“Balaustrata di brezza – per appoggiare la malinconia – stasera”) è una consolazione decisiva, definitiva» (pp. 46-47), Capitini chiosa «In questa totalità di risoluzione mi pare che il Contini (come altri critici di oggi) ponga un punto d’arrivo che non c’è, non è realizzato (scambia il dover essere con l’essere)». Molto estese si rivelano le postille ai capitoli su Montale: quando Contini afferma «Insomma: la non-poesia di Montale ha una faccia ben più positiva, significante che non abbia la non-poesia d’un Leopardi» (p. 71) Capitini verga «ma perché la poesia si stacca poco su questa non poesia»; o poco più avanti a margine del passo «La distruzione meridiana è il segno esterno più indicativo di questa figura che è: sciogliersi della vita» (p. 72) si ha «Ma solo in parte, non come fatto centrale».

Grazie a tali osservazioni, si può verificare non solo l’interesse con cui Capitini legge gli scritti dell’amico, ma soprattutto comprendere meglio il progredire del suo lavoro esegetico su Montale, nella fattispecie sulle copie in suo possesso degli Ossi di seppia (Torino, Fratelli Ribet, 19282) e de Le occasioni (Torino, Einaudi, 19402). Nella prima silloge egli si limita a giudizi di carattere prevalentemente estetico: ad esempio a margine di Non chiederci la parola scrive «per di più sicuro ma circondato da del facile ed esteriore»; ai versi finali di Meriggiare pallido e assorto «il vero Montale»; alla sezione Mediterraneo «Queste liriche al mare sono una confessione ma turbata o eloquente (e questo è segno della debolezza del Montale)»; fino ad arrivare a esprimere le sue preferenze, ovvero Spesso il male di vivere «finora la migliore, ma è appena un movimento, unitario sì (con Delta tra le migliori del libro)» e l’appena menzionata Delta «Questo misterioso attaccamento e questo scandire preciso del migliore Montale, forse la migliore».

Ben diverso l’atteggiamento ne Le occasioni, dove Capitini si dilunga in analisi più dettagliate, alludendo anche alla preparazione di un saggio. In Vecchi versi scrive «Nell’impostazione, nel raccontare c’è qualcosa di ottocentesco e anche di dannunziano; poi il ritmo marcato di Montale. Interessante uno studio sulle parole (verbi specialmente di Montale) potrebbe essere la prima parte del saggio. Non si accontenta della parola comune, ne cerca febbrilmente un’altra più densa (certe volte la poesia di Montale sembra un palcoscenico, ma compreso il retroscena). Finisce bene con quel si scava dopo segno del torrente, insomma tutte le parole care al Montale». Per Buffalo «delle migliori – quadro molto mosso, eccitato e turbinoso (vedi certa pittura francese)». Poco lusinghieri i giudizi per la sezione Mottetti: in Lo sai debbo riperderti e non posso, a partire dal verso finale E l’inferno è certo commenta «cerca di salvarsi ma trova, tutto ciò che riguarderebbe la salvazione, tutto vago affaticato e colpito da tutto ora. Passando da queste mie parole di interpretazione ai versi che cosa si trova di più? Poco. C’è poca distanza (che è il segno della poesia)». Valutazione ribadita anche più avanti «I Mottetti sono pesanti vicini a terra, al riassunto che se ne può fare, si staccano pochissimo sulla prosa (però sono montaliani)». Capitini arriva perfino a glossare le Note poste alla fine del libro, e così accanto a Nel Parco di Caserta verga «citare questa nota per il fare sfuggente di questi poeti».

Considerato che questa analisi si rivela molto più approfondita e meditata di quella condotta su Ossi di seppia, non si può escludere che Capitini abbia deciso di cimentarsi a sua volta nell’esegesi montaliana proprio a partire dalla lettura del volume dell’amico filologo: una sorta di circolo virtuoso, insomma, che, grazie all’esame di una serie di postille inedite, mette in relazione tre figure esemplari del nostro Novecento.  

 

Immagine: Da sinistra: Alberto Apponi, Gianfranco Contini, Aldo Capitini e Walter Binn a Perugia (1936). Crediti: Fonte, http://www.perugiatoday.it/attualita/aldo-capitini-digitalizzazione-archivio.html, attraverso it.wikipedia.org

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