07 novembre 2016

Tutto Schubert a Milano, per il Quartetto

Se Adorno ha ragione a qualificare il paesaggio sonoro di Schubert, e in ispecie dell’ultimo Schubert, come paesaggio di morte, allora si dovrà dire che, in Schubert, moto e stasi sono le due facce, simmetriche e opposte, della stessa medaglia. Il movimento ossessivo di alcuni finali schubertiani è simbolo di morte proprio come il suo esatto contrario, ovvero l’assenza assoluta di moto, di avanzamento, di progresso. Il che, se è implicito, e in qualche modo naturale, ove la stasi serva a esprimere in musica il rigore glaciale del paesaggio invernale, come ad esempio in molti lieder della ‘Winterreise’, è assai meno ovvio nei casi in cui l’assenza di moto investa il dipanarsi di linee di canto caratterizzate da un lirismo quanto mai caldo e intenso, come pure avviene, in Schubert, assai spesso, e nel modo più compiuto, forse, nel movimento lento del tardo Quintetto per archi, ove l’effetto di stasi è ottenuto attraverso la ripetizione, continuamente variata, della medesima cellula motivica. Ripetizione e variazione, così, sono gli strumenti attraverso i quali Schubert nega il tempo come progressione lineare, come accumulo progressivo di istanti diretti teleologicamente a un fine.

L’infinita ripetizione dell’identico come negazione del movimento, del tempo, e dunque, a rigore, della vita. Questa l’essenza della fin troppo malintesa ‘divina lunghezza’ delle forme schubertiane, la cui lunghezza non procede certo da compiaciuto indugio contemplativo, ed è invece conseguenza perfettamente logica del tentativo, quanto mai radicale, in Schubert, di esplorare il potenziale eversivo della ripetizione in relazione alla tenuta delle forme: questo, se non mi inganno, il senso del noto aforisma di Alfred Brendel, secondo il quale, se Beethoven compone come un architetto, Schubert compone come un sonnambulo. Persino la luce pura del canto è allora immagine di morte, nel sonnambulo Schubert: specie laddove il canto, nelle riesposizioni dei tempi in forma sonata, o nelle riprese della prima sezione nelle forme ternarie, venga sottoposto a procedimenti di diminuzione, sospensione, scomposizione. Mai come in Schubert il canto rinuncia al suo carattere ornamentale, e mai così evidentemente proprio là dove siano in campo i procedimenti dei quali ho appena detto. Ciò che altrove serve in genere a piegare il canto a fini puramente esornativi, in Schubert lo metamorfosa in residuo, in ricordo, in sogno, in frammento, in lacerto: in immagine, appunto, di malinconia e di morte.

A questo, e ad altro, passeggiando per i portici del cortile del Conservatorio, e poi nella penombra incantata del sagrato di Santa Maria della Passione, pensavo lo scorso 18 ottobre durante l’intervallo dello splendido concerto schubertiano con il quale la Società del Quartetto di Milano ha inaugurato la stagione 2016-2017. In programma, per un concerto di durata e impegno assolutamente fuori del comune, tre capolavori cameristici di Schubert: il Quartetto  in re minore D 810 ‘La morte e la fanciulla’, il Quintetto in do maggiore per archi D 956 e, nella seconda parte, il Quintetto in la maggiore D 667 ‘La trota’. Protagonista il Quartetto di Cremona: Cristiano Gualco e Paolo Andreoli ai violini, Simone Gramaglia alla viola, Giovanni Scaglione al violoncello, con il contributo di Enrico Bronzi, secondo violoncello nel Quintetto D 956, e di Gloria Campaner e Riccardo Donati, rispettivamente al pianoforte e al contrabbasso nella ‘Trota’.

Da anni, ormai, ospite regolare delle maggiori istituzioni concertistiche europee e mondiali, il Quartetto di Cremona, già più volte ascoltato da me a Roma in seno alle passate stagioni della Istituzione Universitaria dei Concerti, si è prodotto, a Milano, in un concerto davvero memorabile. Amalgama perfetto tra i quattro strumenti, in dialogo sempre vivo e acceso; suono caldo e pastoso, capace di dosare sfumature e svelare dettagli, ove opportuno; tenuta complessiva formidabilmente lucida, pur attraverso una resa in nulla algida, e anzi a tratti persino spigliata, specie nelle opzioni relative alla dinamica, sono tra le prerogative principali dell’arte di questa compagine, che, rispetto agli ultimi concerti romani, ho ritrovato più sensibile e matura e compiuta, come accade a chi studi e rifletta. Dopo l’intervallo, il canto puro e disteso che percorre ogni battuta del quintetto della ‘Trota’, illuminato dalla splendida prova di Gloria Campaner, è servito a riconfortare gli animi provati dal primo tempo del concerto e a predisporli a dovere alla meritata festa finale. Lunghi, convinti applausi, e poi il lento sciamare del pubblico: chi per via Conservatorio, verso corso Monforte; chi per via Bellini; chi sparendo in direzione di via Corridoni, in una notte di metà ottobre tiepida e serena come una notte di prima primavera.

 


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