22 giugno 2022

Tutto era cenere, di Simone Sauza

È tratto caratteristico della nostra epoca l’indagine sulle radici inumane dell’umanità. Attraverso l’immersione nel putrescente materiale che il sistema di smaltimento allestito dal poderoso e scintillante palazzo costituito dalle tre critiche kantiane scarica nelle sue appartate cloache, il pensiero tenta il confronto con un’informità che è innanzitutto messa in discussione violenta, brutale, di quella natura formale, ordinata e composta, che la storia, soprattutto negli ultimi secoli, ha attribuito a esso come sua caratteristica principale; e che, proprio a causa di questo shock, rompe clamorosamente con la temporalità lineare e meccanica che di questo ordine è paredro, ricostituendo così una circolarità, per nulla virtuosa, la quale permetterà di vedere nello scarto maledetto e indicibile l’orizzonte originario e fondante. La cui natura sarà, in buona sostanza, irriducibile a qualsivoglia sostanzialità o stasi: suppurante e infettata, questa principiale ferita si staccherà dalla rappresentazione grazie alla vibrazione dei suoi lembi sanguinanti, alla loro incapacità di ricomporsi in cicatrice, spalancati su un’oscurità compatta e intangibile.

In questa prospettiva, a scuotere in profondità le pagine di Tutto era cenere di Simone Sauza (Nottetempo, 2022) è la riflessione inquieta, tormentata, su quel movimento impercettibile e direttamente inosservabile il cui ambito non potrà che essere radicale, posto com’è alla scaturigine dell’umano ma, proprio per questo, non riconducibile a codesta sfera. Così come Spinoza stabilisce uno iato fra il conatus e la vita attraverso un’interpretazione grammaticale audace ripresa da Mosè Maimonide (secondo il quale, nei differenti usi biblici della parola hay – vita – sarà possibile rintracciarne uno riconducibile al cosiddetto “stato costrutto” – la vita di Faraone – e uno interpretabile come participio presente, la cui traduzione potrebbe essere resa con “Dio vivente”), allo stesso modo sarà importante concepire quella tensione liminare e proemiale, la cui natura non potrà che essere quella di un’oscurità informe, come segnata da un’alterità indeclinabile nelle cose singolari, a esse irriferibile; tenendo bene a mente, tuttavia, che se per Spinoza questa differenza fra la sostanza e i suoi modi si dovrà considerare valida solo dal punto di vista umano, dal punto di vista di Dio non avendo alcun senso, con gesto affine, nelle pagine più decisive di Tutto era cenere, Sauza ribalta il punto di vista umano mutandolo in abissale e mostrando l’immischiarsi, il filtrare di quel nulla orribile, sorta di matrignale natura naturans, nelle forme composite e create della vita, riconducendo così un divergere  che è tale solo se concepito umanamente all’identità più paradossale e robusta sub specie aeternitatis.

E questo vuoto, rintracciato nelle forme definite, a esse così stretto da esserne costitutivo e tale da rendere la sua natura di soglia originaria non più sprofondata nel passato bensì sempre presente, riproducente ogni volta, a ogni istante, la secrezione della natura naturata, Sauza lo studia e affronta attraverso la figura del serial killer; allontanandosi da ogni determinismo medico o scientifico, sebbene ne consideri l’importanza «dal punto di vista degli umani», e aderendo a quello sguardo abissale che sembra lampeggiare, in modo più o meno spiccato, dalle profondità di ognuno di noi. «A volte immagino di uscire di casa, cammino per strada con gli occhi doloranti, e sparo casualmente alle persone che incontro»: l’eccezionalità del serial killer, la sua inclinazione plasmata da una biografia solcata da sevizie e violenza, viene così ricondotta a un groviglio originario a tutti comune, dove il profiling non potrà giungere poiché vincolato a una dinamica causa-effetto non contemplata dalle leggi di questo luogo ipogeo, votato all’incandescenza e alla confusione dei tempi, affine nelle sue caratteristiche a quel mondo subatomico capace di scardinare il volto apollineo di un cosmo la cui caratteristica principale, ai nostri occhi, non potrà che essere la rappresentabilità.

È l’esperienza della perdita del mondo, dell’eclissi dell’esperienza ordinaria a favore di uno sguardo del tutto incapace di riconoscersi in quello dell’altro, che Sauza indica come il vuoto all’interno del quale il serial killer, paradossalmente, tenta di ritrovare la propria identità, la quale, a tutti gli effetti, si configurerà come una membrana porosa e permeabile esposta con la totalità della propria superficie a una dimensione ctonia la cui funzione non potrà che essere quella di fondamenta per un nuovo mondo idiolettico, plasmato dalla conflagrazione apocalittica infiltratasi nella concretezza solo apparente di ciò che circonda ognuno di noi da sempre e dai più mai notata. Evocando in questo modo alcune riflessioni che De Martino espresse nella sua grande opera incompiuta su La fine del mondo, laddove viene sottolineata, nel capitolo dedicato alle cosiddette Apocalissi psicopatologiche, non solo la «svaporizzazione che scioglie il Dasein corporeo in una compenetrazione reciproca, di tipo come aria o soffio», ma anche la sensazione di ritrovarsi ogni volta «di nuovo come morto, immerso nel regno dei morti e degli spiriti e di nuovo ritornante in esso». Alchimista che ha smarrito la capacità di compiere il solve et coagula, il serial killer assume la fisionomia di un mistico che la contemplazione non ha immesso in una vita più ampia e rinnovata bensì sviato e gettato nell’orrore, in una paralisi del tutto affine a quella che coglie molte anime quando, nella sfera intermedia descritta dal Bardo Thodol, non riescono a raggiungere l’unione con la luce primordiale, lasciando spazio al  sorgere di un corpo di desiderio che spalanca l’accesso al ciclo delle rinascite e «all’incontro con paurosi demoni e spiriti».    

In un saggio del 1959, Georges Bataille descrive il famigerato Gilles de Rais come «un mostro sacro» che «deve la sua gloria durevole ai suoi crimini»; in effetti, chi più di lui avrebbe potuto attirare l’attenzione dell’autore de La letteratura e il male: erede, in virtù di un intrigo dinastico, del patrimonio e delle insegne dei de Rais, dei quali dissipò l’immensa fortuna, colui il quale combatté a fianco di Giovanna d’Arco nella battaglia di Orléans divenne, fra il 1432 e il 1433, assassino di bambini: trentacinque sono gli omicidi confermati, sebbene il numero reale sia certamente di gran lunga maggiore. La tragedia di questa figura orrenda e ambigua, sintetizza Nick Land commentando le pagine di Bataille, «consiste nell’aver vissuto il passaggio dalla società suntuaria a quella razionale», poiché «il mondo feudale non può essere disgiunto dall’eccesso che è il principio stesso delle guerre». Opponendosi al principio di commensurabilità che lega violenza giuridica e militare, Bataille individua nella guerra la soglia che permette di sprofondare nell’ignoto, nell’informe, riattivando così la forza incontrollabile che nel passato i Berserkir avevano sfogato in preda a un’estasi sanguinaria e crudele. A questo fondo oscuro, irriducibile a qualsiasi razionalizzazione, le pagine di Tutto era cenere guardano con occhi disincantati e straordinariamente acuti.

 

Simone Sauza, Tutto era cenere. Sull’uccidere seriale, Prefazione di Luciano Funetta, Nottetempo, 2022, pp. 240

 

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