27 giugno 2021

Umanesimo sempre nuovo

Per la Voce Nuovo Umanesimo di E. Giammattei ne Le parole del XXI secolo vale il motto: ‘Antico sempre nuovo’. Humanismus va infatti a denominare dalla seconda metà dell’ottocento in poi, e in Germania, il legame fra Bildung e discipline umanistiche, gli Studia Humanitatis, secondo un progetto educativo da intendersi in senso molto ampio, un progetto ispirato al rinnovamento dei linguaggi delle forme di sapere di quattro secoli prima. “Umanesimo nasce nuovo ed in quanto tale si è già accreditato come lemma chiave del 21° sec., perché indica un compito sempre da realizzare, non soltanto in ambito pedagogico”. E ancora: “Questi studi non sono un magazzino di materiali, ma un metodo e una rete di relazioni concettuali (…)” (ivi, p. 673). Gli Studia Humanitatis recano dunque in se stessi una vocazione di dinamicità critica, indomita e irriverente. Libertà e parola, da cogliersi nelle loro più ampie combinazioni. Si può dire che tale tendenza al continuo rinnovamento produca risonanze trasformative anche nelle modalità con cui venga riletto oggi il legame fra l’Umanesimo e le proprie origini, incluse le indebite mistificazioni e pervertimenti di tali origini, come si vedrà più avanti. ‘Umanesimo’ va inteso quindi come matrice e prisma, sempre aperto a diventare nuovo in modalità non preconizzabili né prevedibili. ‘Nuovo Umanesimo’ come tale è il sintagma in cui l’aggettivo vale come rafforzativo di una caratteristica già inerente al sostantivo. Esso viene a significare la lettura di ogni contemporaneità attraverso il prisma inesauribile in cui consiste, rendendo ineludibile la chiarificazione dei prefissi e delle specificazioni che ogni tempo attribuisce al termine medesimo.

Inoltrandosi su territori concettuali e pragmatici solo evocati dalla pur ricchissima Voce da cui qui si prende spunto, è possibile seguirne l’ispirazione profonda nel procedere alla chiarificazione dei concetti che oggi informano e trasformano l’umano, nonché alla critica dei medesimi. I primi due concetti sono: postumanesimo e transumanesimo e sono su versanti opposti fra le concezioni pienamente integrate, ma con radici ed esiti diversissimi, nella rivoluzione cibernetico-digitale; l’umanesimo digitale è in una posizione ‘non allineata’, di mediazione, e, secondo Giammattei, strategica per il futuro dei sistemi educativi più avanzati, in quanto traspone nell’età digitale la versione critica dell’umanesimo ‘canonico’ (da intendersi nel significato retrospettivo)[1]. Postumanesimo e transumanesimo sono per converso visioni filosofiche con progetti antitetici, non campi di mediazione. Con postumanesimo (critico, in particolare), indichiamo una concezione a-disciplinare, polimorfica, ibrida, irriducibile a schemi preconcetti, nella misura in cui lo è l’universo simbolico-materiale e la nozione, il postumano, al quale rinvia. Il suo ambiente è un insieme di fenomeni, di difficile catalogazione e con origini culturali, storiche e disciplinari diverse, che possiamo chiamare postumano latente, già presente fra noi, e che un certo illuminismo, erede infedele dell’umanesimo storico, ha purtroppo oscurato per secoli: è un insieme che precorre una inedita società futura di forme di intelligenza e di esistenza interagenti - umane, animali non umane, bioniche e ibride, artificiali - tutte da considerarsi, pur con le debite distinzioni categoriali, sullo stesso livello in termini etico-politici, tutte egualmente libere e degne, almeno presuntivamente.

Il compito sempre da realizzare della libertà che si vuole sempre più inclusiva ed ampia. Non è dunque lecito che si identifichi il postumanesimo con una visione tecnofiliaca, che sia svincolata dalle relazioni dello stesso potenziamento tecnologico umano, pur centrale per il postumanesimo, con l’ecosistema, le specie non umane, la materia e il cosmo.

Ricordiamo che per converso nelle magnifiche pagine di Individuo e cosmo di Cassirer è proprio questa complessità umbratile e prismatica, densa e dinamica, ad essere una fra le caratteristiche dell’umanesimo storico (rinascimentale). Cassirer mostra, sulla scia di Warburg, quanto sia fondata una lettura attenta agli elementi di lunga durata e agli scarti, impercettibili, eppur capaci di far cambiare la proporzione fra elementi magici e cabalistici a favore di quelli protoscientifici e sperimentali[2]. In questo senso, l’umanesimo aveva tratti di postumano latente, essendo pervaso da antecedenti olistici e mistici. Di ben altra risma è il transumanesimo, cui corrisponde una vera e propria ‘agenda transumanista’, prevalente in contesti decisionali egemonici in politica ed in economia e abilmente propagata dagli araldi di una indiscussa dominanza del libero mercato e dell’individualismo acquisitivo. Con gli Studia Humanitatis, e il compito critico e inclusivo ad un tempo dell’Umanesimo e del Nuovo Umanesimo, non vi sono più rapporti. Come a dire, l’iperilluminismo transumanistico ha reciso definitivamente le proprie radici umanistiche.

Secondo chi scrive il transumanesimo va correttamente inteso e criticato come ideologia/filosofia di un progresso illimitato, mirante a oltrepassare, nel senso di abolire nella dimensione mondana, lo status di esseri umani in quanto entità finite ed incarnate, discrete, strutturalmente relazionali e orientate grazie alla corporeità, materiale e simbolica ad un tempo. Intravede la soluzione per la sopravvivenza nella colonizzazione illimitata di altri pianeti e del cosmo, come se avessimo inscritta indefettibilmente in noi la licenza di dominare, di asservire, di esaurire qualunque cosa esista o viva nell’universo. Niente di più antitetico alla visione di una ‘ecologia integrale’ come espressa nella Laudato sì, risonante in questa Voce. Andando ad un maggiore livello di specificazione, è preferibile sposare consapevolmente la dizione  ‘postumanesimo critico, perché, in forza delle nozioni centrali di ibridità e ibridazione non soltanto ma anche protesica, è una accezione di postumanesimo che consente di lumeggiare, in una lettura diacronica e sincronica tanto delle tradizioni nascoste nell’alveo dell’Occidente quanto in quello dell’Oriente (categorie da leggersi entrambe al plurale), gli specifici connubi e alleanze fra le specie e le dimensioni del reale, caratteri di compresenza, contiguità, transitività, coappartenenza dei diversi livelli e forme della materialità e della vita. Ciò che viene superato, dal punto di vista concettuale e ontologico, sono tre dicotomie fondamentali: fra dimensione razional-spirituale e dimensione materiale, fra dimensione immanente e dimensione trascendente, fra umanità e altre forme, organiche e inorganiche, di esistenza. Come è ben evidente nei testi del taoismo, con assonanze impreviste con le parole di Simone Weil, l’orizzonte della sapiente armonia e interrelazione fra gli enti non è astrattamente uniforme ma è irriducibilmente e corposamente plurale. Una pluralità originaria, questa, che impone di riconsiderare la centralità del ruolo dell’umano nel cosmo e la sua disposizione all’umile ascolto della polifonia semantica e indessicale nemica dell’anti-specismo e dellogo-fallocentrismo antropocentrico che tanto invece ha caratterizzato gli Occidenti moderni. Non sussiste neppure il pericolo che il discorso interspecista in quanto tale possa comportare una sorta di indifferenza verso la specificità umana, a condizione che si accetti di vedere oltre l’orizzonte angusto della nostra presunta superiorità occidentale, accettando l’interculturalità epistemica. Esistono versioni assai sofisticate di ben più antiche radici animistiche, come lo Shinto, che sono esempi (non certo immuni da critiche ma reali) di postumano latente, e che non prospettano affatto «una notte in cui tutte le vacche sono nere». Saremo costretti/e a rivedere la nostra visione di cosa significhi “essere umano” divenendo ciò che “in gran parte non siamo ancora stati”, nonostante avessimo già da tempo la potenzialità (indeterminata e sconfinata) di diventarlo, come già ci indicava il visionario e irriverente, sincretico intellettuale e cabalista cristiano Pico della Mirandola.

 

 

[1]Umanesimo digitale è in tal senso la formula chiamata a prefigurare in modo critico, cioè né apocalittico né apologetico, il futuro delle Digital Humanities (…) nel dominio della filologia, ma soprattutto nella prospettiva pedagogica della comunicazione” (ivi, p. 675).

[2]Resta quindi attualissima l’opera, concepita nella cerchia amburghese di Aby Warburg, di E. Cassirer, Individuum und Kosmos in derPhilosophieder Renaissance, Meiner Verlag, 2013 (originale, 1927), a cura di G. Targia, F. Plaga, C. Rosenkranz, M. Ghelardi, Individuo e cosmo nella filosofia del Rinascimento, Bollati Boringhieri, 2012.

 

 

 

Immagine: MILANO, ITALIA - 14 APRILE 2015: Installazione di design dell'architetto libanese Bernard Khoury Margraf presso l'università di Milano, che mostra l'uomo vitruviano realizzato in marmo. Crediti: Greta Gabaglio / Shutterstock.com

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