17 maggio 2017

Un fiume di magma sotto i Campi Flegrei

C’è la possibilità di prevedere l’eruzione? Francesca Bianco, direttrice dell’Osservatorio Vesuviano dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), a questa domanda risponde: «Sapere quando avverrà un’eruzione non è facile, i Flegrei sono come un’enorme spugna piena di magma e fluidi».

I Campi Flegrei sono una vasta area nel territorio campano. La grande caldera, ossia un’ampia depressione dovuta allo sprofondamento del terreno, è in stato di quiescenza e si estende per un diametro complessivo di 12 km nella zona di Pozzuoli. L’area è nota per la presenza di numerosi crateri e piccoli complessi vulcanici, alcuni dei quali presentano fuoriuscite gassose dell’area della solfatara ma anche idrotermali. Sono, inoltre, presenti numerosi laghi di origine vulcanica, come il lago d’Averno.

La direttrice dell’Osservatorio Vesuviano ha affermato che fino a pochi anni fa l’unico pericolo sentito a Napoli e dintorni era il Vesuvio. I Campi Flegrei sono piatti, non hanno un aspetto minaccioso, ma risultano potenzialmente molto pericolosi. Sono uno dei supervulcani più pericolosi al mondo, ossia una categoria di vulcani in grado di provocare ripercussioni a livello globale, con un indice di esplosività di 7 su una scala di 8. Si pensa, infatti, che l’esplosione avvenuta 39.000 anni fa abbia contribuito all’estinzione dell’uomo di Neanderthal.

Questa area pericolosa è sottoposta a un monitoraggio costante come poche altre zone al mondo, tanto che l’INGV ha avviato il Campi Flegrei Deep Drilling Project (CFDDP). Si tratta di un progetto di ricerca scientifica internazionale, con l’obiettivo di determinare le dinamiche vulcaniche dei Campi Flegrei, di studiarne le stratificazioni e i fenomeni di abbassamento e sollevamento della caldera (il cosiddetto bradisismo), attraverso la perforazione di un pozzo pilota lungo 500 metri.

Giuseppe De Natale, direttore e coordinatore del progetto, afferma che i risultati ottenuti sono importanti per una rivalutazione della pericolosità vulcanica. Prima di tutto ha ridefinito i limiti di pericolosità, secondo i quali il limite orientale della caldera non è più rappresentato da Napoli ma da Posillipo. Successivamente, come ha affermato lo stesso De Natale, lo studio stratigrafico ha permesso di ricostruire, nel tempo, l’evoluzione dell’attività eruttiva in questo settore della caldera, fino a circa 47.000 anni fa.

Le informazioni più importanti sono state ricavate dal rinvenimento nel pozzo dei prodotti delle due eruzioni principali che si pensa abbiano formato la caldera: l’ignimbrite campana, risalente a 39.000 anni fa, e il tufo giallo napoletano, di 15.000 anni fa. I dati più importanti sono stati riportati in un articolo pubblicato su Nature frutto di una ricerca a cui hanno partecipato l’INGV in collaborazione con l’Università Roma Tre, l’Università di Palermo e l’Université Savoie Mont Blanc. Lo studio ha caratterizzato in modo preciso la complessa interazione tra il magma profondo, le sostanze volatili che emette (in particolare acqua e anidride carbonica) e la resistenza della crosta sovrastante, evidenziando per la prima volta un valore critico di pressione in grado di determinare un’instabilità del vulcano. Il magma è salito formando un bacino sotterraneo di 3-4 km di estensione e 3 km di profondità, con un sollevamento della superficie di Pozzuoli di 25 centimetri. Queste variazioni hanno portato lo stato di attività da “verde”, ossia quiete, a uno “giallo”, attenzione scientifica. La risalita del magma dalla crosta verso la superficie è una della cause di un risveglio da uno stato di quiescenza. Nella risalita si ha la perdita della pressione, con il rilascio dei gas al suo interno; specialmente raggiungendo un valore preciso della pressione, il magma incrementa notevolmente la fuoriuscita di gas e liquidi, come l’acqua. Questa, trovandosi allo stato di vapore acqueo, entra in contatto con la roccia tra magma e superficie e, indebolendosi, perde la resistenza meccanica, determinando una deformazione che può culminare con l’eruzione.

Giovanni Chiodini, direttore dell’INGV, ha dichiarato che, vista la complessità dei processi vulcanici in atto, soltanto un’attenta analisi e interpretazione delle future variazioni dei segnali fisici e chimici e un’ulteriore intensificazione delle attività di ricerca potrebbero stabilire la possibile evoluzione futura dell’unrest vulcanico.

 


0