07 luglio 2015

Un incontro di civiltà

In questo periodo storico in cui si continua a parlare di scontro di civiltà e si indaga, da parte di osservatori più avvertiti, sulle origini storiche del fondamentalismo, c’è un comprensibile ritorno di interesse per quel sottovalutato incontro di civiltà che portò alla straordinaria stagione della filosofia dell’Islam medievale. Il percorso della falsafa, del confronto della civiltà araba con l’eredità dei greci, fu inaugurato nel IX secolo dalla riflessione su Aristotele e sui neoplatonici di al-Kindī e della sua scuola e si concluse simbolicamente alla fine del XII secolo, con la morte di Ibn Rushd, quell’Averroè che “'l gran comento feo”, esaltato da Dante un secolo dopo ma caduto in disgrazia presso i suoi contemporanei nell’ultima parte della sua vita. L’incontro tra il mondo islamico e la filosofia che forse impropriamente chiamiamo occidentale durò dunque circa quattro secoli e dette frutti straordinari, che fecondarono il mondo arabo, l’Occidente cristiano, la riflessione ebraica: ma terminò in qualche modo bruscamente, con una cesura, per reazioni interne, principalmente d’intransigenza religiosa, ed esterne, come l’espansione mongola. Del resto non fu certo un fiorire idilliaco e incontrastato ma piuttosto, come si conviene ai punti decisivi della storia del pensiero, un emergere di riflessioni apicali in un contesto di aspri conflitti, di tensioni, di guerra delle idee. Una grande esperienza intellettuale a cui ricercatori come Cecilia Martini Bonadeo, con i loro recenti studi su figure come Abd al-Latif al-Bagdadi, medico, filosofo, viaggiatore, stanno aggiungendo nuovi stimolanti tasselli. Il centro è il rapporto tra il logos, la falsafa e le sue verità razionali, e la religione. Il primo laboratorio, dove proprio al-Kindī muove i primi passi della speculazione islamica, è a Bagdad, in quella Bayt al-hikma (Casa della sapienza), con la sua biblioteca di cinquecentomila volumi, dove si può attingere alla grande tradizione neoplatonica e incontrare Aristotele. Un viaggio culturale profondo e accidentato, con frequenti interferenze delle autorità politiche e religiose, ma anche radicali tensione interne, come il furente attacco dell’incendiario al-Ghazzalī condotto con le armi della filosofia contro le pretese della filosofia. Il sommo Averroè chiude il percorso con la sua visione elitaria, che però traccia un progetto moderno di conciliazione tra religione e logos, senza sacrificare le ragioni della conoscenza. Una riflessione importante, che pur restando per certi versi minoritaria è una risorsa dell’odierno intelletto collettivo.

 


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