29 settembre 2020

Un viaggio nel mondo nuovo. Frankopan e le nuove Vie della Seta

 

«È chiaro come il sole che io e te ci troviamo in un mondo completamente nuovo». Aladdin, 1993. A ventisette anni di distanza, per lo meno dal punto di vista di molte cancellerie europee (e della Casa Bianca), tale ritornello sembra costituire una descrizione piuttosto precisa della realtà, con l’aggravante che le novità in questione non solo non sembrano indurre alla speranza e all’ottimismo che pervade la prima fuga d’amore di Aladdin con Jasmine, ma al contrario paiono sancire in maniera impietosa quel Tramonto dell’Occidente profetizzato ormai 102 anni fa da Oswald Spengler e che per lo meno all’indomani del 1945 più di un analista aveva ottimisticamente liquidato come insulsa retorica apocalittica.

Fino a che punto, tuttavia, ha senso – in termini di analisi storica – descrivere la rinnovata centralità geopolitica dell’Iran, il riposizionamento strategico di Paesi che, dal Turkmenistan al Kirghizistan, una parte non trascurabile dell’opinione pubblica atlantica (nel senso della NATO) fatica a collocare sulla carta geografica, la politica etnico-religiosa dell’India o quella diplomatica della Russia ad ovest (e soprattutto a est) di Mosca, per non parlare dell’attivismo culturale, prima ancora che economico e politico, della Cina per studiare (o preconizzare, in toni più o meno catastrofisti) l’avvento di «un mondo completamente nuovo»?

A giudizio di Peter Frankopan, bizantinista di Oxford convertitosi alla storia mondiale e divenuto, con la pubblicazione (2015) del fortunatissimo Le Vie della Seta. Una nuova storia del mondo, tra i più autorevoli opinionisti mondiali del Grande Gioco del XXI secolo, la risposta è «piuttosto poco», dal momento che, come ribadisce a più riprese nei cinque agili capitoli che compongono Le nuove Vie della Seta. Presente e futuro del mondo, ciò a cui stiamo assistendo, assai più che uno sconvolgimento della (geo)politica mondiale andrebbe più opportunamente inteso come la fine di una parentesi, in una prospettiva di lunga durata piuttosto anomala, apertasi intorno alla fine del XV secolo con quella che Wolfgang Reinhardt ha definito (2016) La sottomissione del mondo.

Raro esempio di instant book probabilmente (verrebbe da dire auspicabilmente) destinato a circolare nelle librerie per più di qualche mese, Le nuove Vie della Seta prende le mosse da dove il suo predecessore si era fermato, vale a dire da un’analisi allo stesso tempo accessibile ed esauriente, della mastodontica iniziativa One Belt One Road (OBOR) annunciata nel 2013 dal presidente Xi Jinping (習近平) durante una visita ad Astana (Kazakistan): un progetto visto con il fumo negli occhi da numerosi analisti (specialmente americani), che non hanno esitato a definirla come la più spregiudicata, e potenzialmente pericolosa, operazione (neo)coloniale a memoria d’uomo, autentico trampolino di lancio per la Cina – e per il Partito comunista locale, e per il suo segretario – verso la conquista dell’egemonia globale. In realtà, osserva Frankopan, al di là di roboanti dichiarazioni di amicizia «fraterna», «storica» e «indissolubile» tra, per esempio, Cina e Russia, Russia e Iran o Iran e Cina, l’ambizione dei rispettivi capi di governo, la pressione di un’opinione pubblica interna interessata al proprio livello di benessere materiale almeno quanto alla libertà di coscienza o di espressione nonché una concorrenza spietata per l’accesso alle risorse (dal petrolio all’acqua) pongono più di un interrogativo in merito al prossimo avvento di una comunità transnazionale di popoli solidali e fra loro pacificamente cooperanti che, stando alle affermazioni di Xi, costituisce il fine primo e ultimo del progetto OBOR.

Ciò detto, l’analisi di Frankopan diviene particolarmente interessante nel momento in cui l’autore si sofferma sul notevole successo, in termini di immagine e di quello che gli esperti di comunicazione definiscono storytelling, di un’operazione geopolitica che presenta chiari ed evidenti aspetti predatori (la storia del porto di Hambantota, in Sri Lanka, costituisce forse l’esempio più clamoroso) dettata, oltre che dalle smisurate capacità creditizie del governo cinese, dalla capacità dello stesso di veicolare un messaggio inclusivo ed aperto alla solidale cooperazione tra Paesi i più diversi; un messaggio in grado di risultare assai più attraente della retorica muscolare, isolazionista e sguaiatamente bellicosa di cui il cosiddetto mondo libero, da Trump a Boris Johnson passando per il sottobosco sovranista nostrano, sembra essersi appropriato in una rimarchevole dimostrazione di miopia che tradisce non solo una diminuita capacità di influenza geopolitica ma anche, cosa assai più preoccupante, la più totale assenza di un orizzonte ideale che vada al di là degli interessi di bottega dei singoli Paesi (e della rispettiva classe dirigente).

Ciò è dimostrato in modo eclatante, sostiene Frankopan, dalle reazioni – opposte – dell’opinione pubblica e di una percentuale non trascurabile del ceto politico occidentale, e delle rispettive controparti a est del Caucaso, a quel complesso di fenomeni socioeconomici che è entrato nel dibattito accademico e mediatico con il nome di “globalizzazione”. Fatti salvi i – tutt’altro che trascurabili – attriti che costellano le relazioni bi- e multilaterali tra pressoché tutte le nazioni dall’Ucraina alla Mongolia e dall’Estonia al Brunei, la ricerca di un terreno comune di cooperazione dal Mediterraneo orientale al Pacifico fa da contraltare a un’Europa sempre più frammentata e che, nonostante due guerre mondiali, sembra non avere ancora abbandonato una concezione dei rapporti internazionali quale gioco a somma zero i cui effetti nefasti Frankopan illustra in maniera assai puntuale descrivendo, tweet alla mano, la perdita di credibilità degli Stati Uniti a tutto vantaggio, per esempio, della Cina e della Russia, in grado di presentarsi, tra un’epurazione di Uighuri e il tentato assassinio di esponenti dell’opposizione, non solo come interlocutori più affidabili, ma addirittura come responsabili tutori della stabilità geopolitica, dell’interesse collettivo e persino del libero scambio.

Fornire in neanche 250 pagine un quadro esaustivo di Presente e futuro del mondo non è impresa facile, e nella migliore delle ipotesi il volume di Frankopan può servire come compendio di una (nutrita) rosa di temi da approfondire nel dettaglio. Ciò che, tuttavia, fa delle Nuove Vie della Seta un libro da non sottovalutare è la capacità dell’autore di spiegare perché, per fare un esempio, in un mondo dominato da nanotecnologie e intelligenza artificiale, il richiamo a – veri o presunti – valori di cooperazione e solidarietà tra popoli, religioni e culture costituisca un messaggio assai più allettante, e potenzialmente un’arma geopolitica di notevole efficacia, dell’ormai proverbiale America First e dei suoi surrogati.

 

Peter Frankopan, Le nuove vie della seta. Presente e futuro del mondo. Milano, Mondadori, 2019, pp. 245

 

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