29 giugno 2022

Una corsa contro il sale: l’Iraq e il cambiamento climatico

 

L’Iraq, che si estende lungo quella che un tempo era conosciuta come Mesopotamia o Mezzaluna fertile, una terra bagnata dal Tigri e dall’Eufrate e ricca di risorse, è oggi uno specchio emblematico del cambiamento climatico. Il vasto patrimonio dell’Iraq è oggi “divorato” dalle crescenti concentrazioni di sale e dalle tempeste di sabbia che stanno rapidamente diventando più problematiche e devastanti.  Elementi unici del patrimonio culturale dell’umanità ‒ come l’antica capitale sumera Ur o la leggendaria città di Babilonia ‒ potrebbero subire danni irreversibili più rapidamente del previsto. La diminuzione delle precipitazioni e la crescente carenza d’acqua causata dalle dighe costruite a monte dall’Iran e dalla Turchia sui fiumi Eufrate e Tigri hanno fatto aumentare la concentrazione naturale di sale nel suolo. Il sale si insinua nei mattoni delle costruzioni antiche e li spacca dall’interno. In determinate circostanze, il sale nel terreno può aiutare gli archeologi, ma il minerale stesso può anche essere devastante e distruggere il patrimonio. La crisi climatica sta aggravando il problema. Si prevede che nei prossimi anni l’Iraq e la regione circostante diventeranno progressivamente più caldi e più secchi.

Per gli esperti, il pericolo di un «disastro sociale ed economico» è reale, mentre un rapporto dello scorso novembre della Banca mondiale parlava di un collasso di oltre il 20% delle risorse idriche entro il 2050, con conseguenze devastanti per i 41 milioni di abitanti. Le Nazioni Unite stimano che le temperature medie annue aumenteranno di 2 °C entro il 2050, con un numero maggiore di giornate caratterizzate da temperature estreme, ovvero superiori a 50 °C. Mentre le precipitazioni diminuiranno fino al 17% durante la stagione delle piogge e il numero di tempeste di sabbia e polvere sarà più che raddoppiato, passando da 120 a 300 all’anno. Nel frattempo, l’innalzamento del livello delle acque marine potrebbe portare sott’acqua gran parte del Sud in meno di 30 anni. «Immaginate», sottolinea il geoarcheologo Jaafar Jotheri, professore all’Università al-Qadisiyah «che entro 10 anni la maggior parte dei nostri siti potrebbe essere coperta da una coltre di acqua salata». Un pericolo già reale a Babilonia, patrimonio dell’UNESCO, dove un velo di sale copre mattoni di fango di 2600 anni fa. Nel frattempo nel tempio di Ishtar, la dea sumera dell’amore e della guerra, le murature si stanno rapidamente sgretolando. Il sale si accumula fino a cristallizzarsi nello spessore dei muri, incrinando i mattoni e provocandone la rottura.

 

Un ulteriore problema da non sottovalutare è la progressiva perdita del patrimonio immateriale, che comprende rituali e pratiche uniche delle culture, come danze, canti tradizionali, artigianato. Nel Sud dell’Iraq, ad esempio, i cambiamenti climatici hanno aggravato le già enormi difficoltà delle popolazioni indigene delle paludi, manifestate dopo che queste sono state prosciugate da Saddam Hussein. «Le loro tradizioni non erano documentate, quindi la loro perdita per noi iracheni è un disastro», afferma Jaafar Jotheri. «Prima del 2003 c’erano 300.000 beduini. Ora ne rimangono circa 3.000 o meno che vivono nel deserto. In 15 anni abbiamo perso 300.000 persone, con la loro cultura, la loro comunità, il loro artigianato. Perché? A causa dei cambiamenti climatici: niente pioggia, temperature elevate, niente più acqua nelle sorgenti». Jotheri stima che entro 10 anni il popolo delle paludi e le sue tradizioni saranno completamente scomparsi a causa dell’emigrazione verso le aree urbane e dell’assimilazione alla cultura irachena tradizionale. Lui e altri membri del Nahrein Network (un gruppo di archeologi che si occupa della condizione socioeconomica in Iraq, con sede all’University College di Londra) stanno cercando di salvare queste pratiche tradizionali, ma – come dice lui stesso – è una corsa contro il tempo.

 

Immagine: La ziggurat di Ur, Iraq. Crediti: mushtaq saad / Shutterstock.com

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