8 febbraio 2021

ACT. Una finestra sul Caos per abitare la complessità

Nella natura non vediamo mai nessuna cosa isolata,

ma ognuna legata a qualche altra che esiste dinanzi,

accanto, sotto e al di sopra di essa

(Johann Wolfgang von Goethe)

 

Le cose sono complesse e se vedi un lato

ne manchi un altro e non ho parole rotonde

(Chandra Livia Candiani)

 

 

Lo spirito del romanzo è lo spirito di complessità. In questa prospettiva, Milan Kundera ha affermato che il romanzo è una esplorazione delle possibilità della vita umana nella trappola del mondo (Kundera, 1988, pp. 36, 46-47). Troviamo fecondo estendere all’arte, ovvero all’insieme delle arti letterarie, figurative, coreutiche, musicali, questa definizione. Possiamo dire che, nel nostro tempo, il tempo della complessità in cui tutto è connesso con tutto, l’arte  ha una duplice funzione: da una parte, continuare ad “addomesticare” l’umanità futura all’incertezza, all’ambiguità, alla contraddizione, all’imprevedibilità, alla sorpresa, conducendola ad acconsentire a un mondo intrinsecamente problematico, senza la sicurezza delle dimostrazioni “logiche” e “scientifiche”; dall’altra parte, trasformare la “trappola” delle interdipendenze e delle inter-retroazioni nel kairós da catturare per ripensare e rigenerare il rapporto dell’uomo con il mondo e con la natura. Oggi, più che mai. Innanzitutto, per il fatto che ogni accadimento locale, a cominciare da quelli “catastrofici”, è destinato a coinvolgere il mondo intero. In modo ancora più traumatico rispetto a quanto sia accaduto con eventi meno recenti ma premonitori, la crisi della pandemia ha svelato, almeno in parte, le nuove faglie sistemiche della globalizzazione e dell’accelerazione, che accentuano i rischi sanitari ed ecologici legati agli sviluppi della civiltà termoindustriale e della sua piena espansione planetaria. Così, potrebbe tornare utile riprendere il senso di quelle considerazioni di Milan Kundera, per cercare di rispondere alla nostra domanda: perché gli artisti nel tempo della complessità? Una domanda che riformula, parafrasandola, quella che si poneva il poeta tedesco Friedrich Hölderlin in un celebre verso dell’elegia Brot und Wein: «Perché i poeti nel tempo della povertà?».

In tutti i generi artistici, non solo nel romanzo, si può rinvenire la tendenza a produrre “forme-immagini” come controcanto al paradigma della semplificazione, ovvero ai principi-valori (linearità, semplicismo, omogeneità, efficienza, quantificazione, utilità…) che connotano la razionalità classica e “industriale”. E si tratta di capire il contributo specifico che per affrontare la sfida posta dalla complessità (sfida cognitiva, etica e antropologica) può dare l’arte, a partire dal suo statuto storico-culturale, dall’auto-osservazione che gli artisti fanno del proprio fare arte, e dalla dialettica inerente a ogni opera d’arte, descritta mirabilmente da Ejzenštejn: un’impetuosa ascesa ai livelli più alti della coscienza, accompagnata dalla penetrazione simultanea (complessa), attraverso i mezzi della forma, negli strati più sotterranei del pensiero sensoriale (Ejzenštejn, 2003, pp. 152-153).

Cornelius Castoriadis definì l’arte una «finestra sul Caos». Quando non lo abbiamo completamente rimosso, sappiamo di vivere sopra un Caos, un Senza-fondo, un Vuoto di senso, un doppio Abisso. Doppio, perché questo Abisso è dentro noi stessi, non solo di fronte a noi. L’arte dà una forma al Caos, lo riveste, non per occultarlo, ma per mostrarlo, per farci intravedere l’informe al di là della forma (Castoriadis, 2007, p. 73). Ecco perché diventa vitale l’arte, “finestra sul Caos”, anche quando i vincoli del distanziamento fisico e dei “gesti barriera” la costringono a ripensare i propri “generi” (è il caso, in particolare, delle “arti dello spettacolo”), mediante una ibridazione con le nuove tecnologie o una maggiore integrazione nell’habitat mediale audiovisivo (Simonigh, 2020). In un tempo che rende più “esposti” alla complessità, probabilmente si sarà portati a ignorare o mascherare proprio la complessità, le interconnessioni, le contraddizioni, le incertezze e l’aleatorio che essa comporta nel quotidiano, con la tendenza a privilegiare la frammentazione, la ripetizione, la funzionalità, il programma, la soluzione lineare, il rifiuto della frustrazione. In pratica, a vivere, a lavorare, a decidere, “come se” non ci fosse la complessità. Ma un film, una pièce teatrale, una installazione, le opere d’arte in genere esistono proprio oltre il funzionale e il quotidiano, e rivelando un “altrove”. Così, tengono invece aperta la finestra della nostra sensibilità e della nostra intelligenza (quella che permette di superare la semplificazione) all’incerto, all’imprevisto, all’impermanente, al paradosso, cioè proprio alla complessità (Vercellone, Tedesco, 2020). L’arte raggiunge questi effetti perché, usando e ampliando le risorse delle facoltà sensoriali, consente una presenza simultanea, contraddittoria e complementare, di sorpresa e riconoscimento. E, per questa via, presenta una maniera di trattare l’inedito che non incasella ciò che si può incasellare e non scarta ciò che non si può incasellare. Inoltre, la funzione catartica delle arti drammaturgiche rimane cruciale per la costruzione di un “sentire complesso”, sempre minato dall’insorgere di pulsioni semplificatrici e securitarie o di angosce depressive e paranoiche, soprattutto in periodi di maggiore precarietà e instabilità. Pensiamo al film Parigi è nostra, uscito su Netflix nel 2019, prodotto e realizzato da giovani artisti francesi, con l’intento di porre la propria generazione di fronte allo choc del terrorismo globale e ai pericoli di una “fine del mondo”, per suggerire la possibilità di trovare una nuova saggezza di vita, una speranza per l’avvenire e per l’improbabile, invece di restare prigionieri, come la protagonista, nella rassegnazione fatalistica o nei fantasmi apocalittici.

Sbarchiamo in un tempo nuovo, in cui si moltiplicano i rischi, ma anche le possibilità di riprendere e ricostruire il nostro destino per la prima volta su scala planetaria. Ma, per abitare la complessità (Ceruti, Bellusci, 2020), occorre comprendere che non possiamo comprendere tutto, non possiamo prevedere tutto, non possiamo sapere tutto (Ceruti, 2014). Occorre sapere dare spazio e accogliere il paradosso, l’antinomia, l’imprevedibile, l’improbabile, lasciar vivere le contraddizioni, fare qualcosa d’importante anche al prezzo di contraddirsi. D’altra parte, è lo “spirito di complessità” a dirci che un mondo assolutamente coerente, comprensibile e prevedibile non esiste. E riformulando un noto passo del Fedro di Platone, possiamo concludere che il grande bene, che per il nostro futuro prossimo consiste in questo “spirito”, ci verrà in dono dalla “follia divina” dell’arte e della poesia.

 

Bibliografia per approfondire

M. Kundera, L’arte del romanzo, Adelphi, Milano 1988

S.M. Ejzenštejn, La forma cinematografica, Einaudi, Torino 2003

C. Castoriadis, Finestra sul caos. Scritti su arte e società, Elèuthera, Milano 2007

M. Ceruti, La fine dell’onniscienza, Studium, Roma 2014

M. Ceruti, F. Bellusci, Abitare la complessità. La sfida di un destino comune, Mimesis, Milano 2020

C. Simonigh, Il sistema audiovisivo. Tra estetica e complessità, Meltemi, Roma 2020

F. Vercellone, S. Tedesco, Glossary of Morphology, Springer, Berlin 2020

 

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