18 luglio 2021

Una libreria vicino al mare

Molto spesso, quasi ogni giorno, mi capita di immedesimarmi in una certa pagina di Franz Kafka. No, per fortuna non mi sono mai svegliato con la sensazione di avere il ventre arcuato di un «enorme insetto immondo» e la schiena dura come una corazza. La pagina a cui mi riferisco è un breve passo del suo diario, datato 11 novembre 1911, in cui Kafka scrive:

Indubitabile è in me la brama di libri. Non proprio di possederli o di leggerli, quanto piuttosto di vederli, di convincermi della loro esistenza nella vetrina di un libraio. Se in qualche luogo ci sono più copie del medesimo libro, ciascuna mi dà piacere. È come se questa brama venisse dallo stomaco, come fosse un appetito traviato.

Quando si trova un così celebre omologo, le proprie nevrosi non trovano soltanto conforto, ma anche fiera giustificazione. Kafka, infatti, riesce a dire con straordinaria chiarezza che il vero bibliofilo non è colui che, per amore dei libri, desidera ossessivamente possedere ogni opuscolo che gli capita sottocchio. Al bibliofilo, all’uomo che davvero nutre amore per i libri, interessa che i libri esistano e che si trovino in un posto ospitale, accogliente, un luogo che permetta loro un dialogo instancabile con i propri simili. Acquistarli, possederli, leggerli, diventano azioni accessorie e secondarie se poste di fronte alla brama di non averli ancora acquistati, di non possederli ancora, di non averli ancora letti. Dentro quel semplice «ancora» risiede la forza del desiderio che ci anima, che mi anima. Che mi anima, per esempio, tutte le volte che entro nella piccola libreria della mia città, Marsala. Si trova di fronte al duomo, nel cuore del centro storico, in certe giornate si sente persino l’odore del mare in lontananza: entrare quotidianamente in quelle stanze - anche solo per un rapido passaggio o per un semplice saluto - significa replicare un gesto che faccio fin da bambino, e prendere coscienza non solo delle stratificazioni delle mie letture, ma soprattutto delle mie persone, o per continuare a citare Kafka, delle mie «metamorfosi». Penso che le librerie in cui cresciamo siano un po’ come le crisalidi e i libri siano, quindi, le pieghe dei nostri involucri madreperlacei: standovi all’interno impariamo a riconoscere la loro disposizione, la geometria delle loro forme; col tempo impariamo a leggerli, a orientarci nelle loro dimensioni e nelle loro trame. E quando la crisalide si schiude, quando la metamorfosi è compiuta e siamo pronti per il volo, ovunque continua a seguirci l’idea di quella prima casa e delle pieghe dei suoi libri. Che la brama di libri di cui parla il diario sia, allora, anche la brama di quel senso di «casa»?

È una domanda che rimane, e rimarrà, sospesa. In verità, non sappiamo se tra poco - tra pochi mesi, tra pochi anni - avremo più i presupposti per formularla. Mi spiego meglio. Per rintracciare quel senso di «casa», di nostro piccolo rifugio contro le intemperie dell’esistenza, abbiamo necessità di rintracciare due spazi, uno materiale e uno immateriale, che oggi non possiamo dire se ci saranno in futuro: il primo spazio è la libreria, il secondo è l’anima. Entrambi combattono una sfiancante battaglia contro la famosissima piattaforma di vendita on-line, Amazon, e da costei sono continuamente sviliti, erosi e vinti.

Potrebbe sembrare retorico parlare di «anima» in questi termini e in queste circostanze, ma a incoraggiarmi è una raccolta di saggi dello scrittore spagnolo Jorge Carrión, Contro Amazon. Diciassette storie in difesa delle librerie, delle biblioteche e della lettura (edizioni e/o, 2020), che si apre con un manifesto, «Contro Amazon» appunto, in sette punti. E questi sette punti sono sette ragioni, sette «perché» non dobbiamo cedere ad Amazon: perché non vogliamo essere complici di un’espropriazione simbolica; perché non vogliamo che ci spiino mentre leggiamo; e via seguitando. Adesso, io mi concentrerei specialmente sul secondo punto: perché tutti siamo cyborg, ma non robot. Carrión sottolinea una condizione evidente, eppure non scontata: i nostri corpi hanno ormai il fisiologico bisogno di alcune protesi tecnologiche, come gli smartphone e le loro applicazioni. Vivere senza è diventato praticamente impossibile; se le perdiamo o le smarriamo, cominciamo a vivere una sorta di «sindrome dell’arto mancante», ci sentiamo mutilati: questo ci mette nelle condizioni di sperimentare, per la prima volta nella storia, la condizione del cyborg, la possibilità di essere in parte umani e in parte macchine. Che non è un male, attenzione. È una situazione inedita. Ciò che conta è che la parte della macchina non prenda il sopravvento sulla parte umana. Che l’automazione dei luoghi in cui abitiamo o lavoriamo, del nostro quotidiano e delle nostre abitudini, non ci trasformi definitivamente in robot, senza darci la possibilità di tornare indietro.

Ecco, in questa trasformazione Amazon svolge il ruolo di catalizzatore. Accelera i processi di passaggio da uomo a macchina e lo fa in modo molto subdolo. Dapprima si preoccupa di non avere concorrenti regolando, giorno dopo giorno, nuovi robot in grado di riprodurre e migliorare i gesti dei suoi dipendenti, i cosiddetti «amazonians». Che si trovano obbligati a adattarsi ai tempi delle macchine e non viceversa. Ed è questa radicale robotizzazione del lavoro a permettere all’azienda di dimezzare i tempi di distribuzione, di consegna, e offrire un catalogo di prodotti sterminato. Ma sarebbe sbagliato pensare che Amazon si limiti ai soli accorgimenti tecnici. La sua è un’operazione molto più deleteria, che corrode lentamente la nostra sfera del desiderio, e quindi la nostra anima. Proviamo a rifletterci: se qualcuno ci desse la possibilità di avere tutto ciò che sogniamo, e di averlo subito, non smetteremmo istintivamente di desiderare? Che bisogno c’è di desiderare, se tutto è facilmente e velocemente a portata di mano? D’altronde, l’etimologia della parola parla chiaro, il «de-siderium» indica proprio la «lontananza» che ci separa dalle stelle. Amazon sopprime il fascino irriducibile di quella lontananza, facendoci credere che possedere tutte le stelle, possedere tutti i libri che vorremmo, e possederli in fretta, sia l’unico approccio che possiamo stabilire con loro.

E invece bisogna ritornare alla pagina del diario di Kafka, alla lontananza che lo separava dalla vetrina dei libri bene ordinati, alla conta dei volumi, alla lenta lettura giornaliera dei loro dorsi. A quel senso di «casa». Per ritornare alle parole di Kafka, però, dobbiamo preservare i due spazi di cui prima accennavamo: la libreria e l’anima. Dobbiamo scegliere, dobbiamo scegliere di non cedere ad Amazon e di ritornare ad occupare quegli spazi.

Altrimenti, si corre il rischio che un mattino, svegliandoci, ci accorgeremo di esserci trasformati in enormi macchine immonde.

 

Immagine: VENEZIA, ITALIA - APRILE 2014: Un negozio di libri unico a Venezia dove tutti i libri sono accatastati in modo casuale. Libreria Acqua Alta. Crediti: GagliardiPhotography / Shutterstock.com

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