17 giugno 2016

Via della Seta: Abu Osman, un siciliano a Nishapur

Percorrendo la Via della Seta verso oriente, lungo una strada punteggiata di caravanserragli di epoche diverse si passano le oasi di Semnan, di Damghan e di Shahrud ognuna impreziosita da antichi monumenti, testimonianza di una storia millenaria. Obiettivo del viaggio Nishapur, nota in periodo sasanide con il nome di New-Shabuhr, la città del valoroso Shabuhr, il re persiano che seppe sconfiggere tre imperatori romani.

Quest’antica metropoli, patria di Omar Khayyam e di Attar di Nishapur, è stata mille volte distrutta nel corso della storia, vuoi dalla violenza degli uomini, vuoi da devastanti terremoti.  Oggi poco rimane della sua pristina bellezza: grandi aree archeologiche, sparse testimonianze della passata grandezza, un giardino che ospita il moderno mausoleo di Omar Khayyam, un altro, più raccolto, dove riposa il sublime gnostico Farid-od-din Attar, vegliato da Kamal ol-Molk, fondatore della pittura moderna iraniana, che scelse di farsi tumulare accanto al Maestro.

Siamo nel Khorasan, epicentro della cultura persiana nella prima epoca islamica, terra dove rinacque in nuove vesti la cristallina lingua dell’altipiano. Siamo nella città le cui spettacolari ceramiche possono oggi essere ammirate nei più importanti musei del mondo, non ultimi il Metropolitan di New York ed il Museo Islamico di Teheran. Insieme ai centri urbani di Merv, Herat e Balkh, Nishapur costituiva il cuore pulsante di questa prospera regione. Ecco la città di Omar Khayyam, le cui quartine, ricreate dalla penna romantica di Edward Fitzgerald, resero famosa la poesia persiana nel mondo; la città di Attar, sublime mistico, che nel suo Manteq ot-Teyr descrive il viaggio dell’iniziato alla ricerca della verità.

In questa capitale lontana, tra le fronde di alberi che portano alla memoria le delizie dei giardini persiani, troviamo traccia della nostra Sicilia, isola al centro del Mediterraneo, naturale sintesi di culture diverse tra loro, ma complementari. Non lontano dalla tomba di Omar Khayyam, in un luogo appartato e circondato dalla devozione popolare, troviamo infatti il Mausoleo che custodisce la tomba di Abu Osman Maghrebi, noto come Sayid ebn Salam (m. 373 H. \ 983 d. C.). Nato ad Agrigento nella Sicilia di epoca islamica, Abu Osman si formò in Egitto, dove entrò in contatto con la spiritualità sufi, un’eredità che segnerà l’intera sua vita. Dall’Egitto si trasferì in Siria, dove trascorse vent’anni in meditazione ed astinenza, guadagnando così la fama di asceta e uomo di grande saggezza. Poi, a compimento di uno dei cinque pilastri dell’Islam, prese la strada della Mecca dove avrebbe trascorso più di dieci anni, guadagnandosi titoli altisonanti quali Sceicco del Santuario, Sceicco degli Sceicchi o anche Pavone del Santuario. Cacciato dalla Mecca per le sue idee originali, un amareggiato Abu Osman si recò dapprima a Baghdad, poi a Nishapur, dove morì e volle essere sepolto accanto alla tomba di Abu Osman Hiri. La sua discendenza iniziatica deriva da Imam Reza, da cui lo separavano cinque generazioni. Era famoso per la moderazione nella pratica e nella dottrina, per il suo rigore e per l’appassionata adesione ai principi della vita spirituale. Attar, cui dobbiamo una biografia di Abu Osman contenuta nella raccolta di vite di mistici nota come Tazkirat-ol-Awliya, amava chiamarlo Califfo degli Haji o Maestro di Composizione, attribuendogli l’opera Adab ol-Soluk, di cui conosciamo purtroppo poco.

Un Maestro che ci ricorda il nostro passato, la ricchezza poliedrica della nostra storia, il nostro profondo legame con l’oriente.

 

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