30 novembre 2016

Via della seta: Dadivank, il cuore del Caucaso

Da Stepanakert A pochi chilometri da qui corre la prima linea di un conflitto dimenticato. Giovani soldati intrappolati in una guerra infinita di trincee, fra il tedio, la paura e il gelo delle montagne, dove trascorrono mesi e anni come ai tempi della Grande Guerra. Un carro armato giace abbandonato al lato della strada che percorro per raggiungere questo luogo misterioso e incantato. Eppure, qui la guerra sembra tacere, placare per un attimo il suo grido di morte.

Anche questo contribuisce a fare di Dadivank – complesso monastico immerso nella quiete prefetta di una natura rigogliosa – un luogo di incredibile fascino. Il monastero è antichissimo, e risale alle origini stesse dell’esperienza cristiana. Situato a oltre 1.100 metri d’altitudine, si trova oggi in Nagorno-Karabakh. Una regione ufficialmente parte dell’Azerbaigian, anche se controllata dalle truppe armene da più di vent’anni, che l’hanno proclamata – senza alcun riconoscimento internazionale – repubblica indipendente. E così la guerra continua, congelata come per una oscura maledizione, da oltre un quarto di secolo.

Raggiungo il monastero dopo ore di tornanti in una giornata buia, uggiosa, di nuvole basse. Nelle due ore che vi trascorro i visitatori – armeni e russi – non arrivano neppure a una manciata. Fra loro, il vescovo armeno di Isfahan, in Iran, dove ho vissuto un anno insegnando all’università. Lui non mi riconosce, io immediatamente, invece. Ricordo come fosse ieri come il monsignore – uomo barbuto, ieratico, con voce da baritono – mi avesse un giorno redarguito aspramente per aver incrociato le gambe, seduto in chiesa, prima dell’inzio di una messa. Un’apparizione misteriosa e magica, in questo luogo dimenticato da Dio.

Ma torniamo al nostro monastero. Dadivank deve il suo nome a Dad, discepolo dell’apostolo Taddeo che portò all’alba dell’era cristiana la buona novella in queste lande impervie, dove in seguito trovò la morte. E i resti del santo, qui torturato e ucciso, furono all’origine del complesso monastico, che nella struttura attuale risale però in larga parte al XIII secolo. Qui si trova sintetizzato il meglio dell’architettura armena medievale: ampli edifici imponenti e sobri in cui giocano l’ombra e la luce; croci di pietra scolpite nella pietra, raffinatamente elaborate; affreschi di una grande forza plastica ed evocativa; e soprattutto la capacità di mettere in relazione arte e natura, architettura e paesaggio, fino a giungere a una compenetrazione perfetta.

Visitare il monastero di Dadivank significa scoprire il cuore stesso del Caucaso, toccare la essenza più vera. Terra di grande tradizione (o meglio tradizioni, declinate al plurale) da un punto di vista culturale e religioso, preservate per secoli da un territorio ostico ma splendido. Ma insieme una regione segnata da infinite ferite, per una serie di conflitti che – a un quarto di secolo dal tramonto dell’URSS – ancora non trovano pace. Per chi ha la fortuna di visitarlo, questo gioiello dell’architettura armena è un’esperienza impossibile da dimenticare.

 

Per l'immagine © Simone Zoppellaro

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0