22 settembre 2015

Via della Seta: L’Assemblea dei Destini

Al volgere della sera nel cortile adornato da alberi di gelso una danza rituale viene accompagnata da musica sacra e antichi canti. È il segnale che gli Yazidi si sono radunati, come accade ogni anno, nel grande santuario di Shaikh ʿAdī, nel momento in cui secondo tradizione si riuniscono in quel luogo le sette entità arcangeliche custodi del mondo. L’intento degli arcangeli lì discesi è quello di benedire la comunità religiosa e di tracciare i destini degli uomini per l’anno a venire. Un fato sempre più aspro per i membri di questa comunità, costretti ad abbandonare la propria terra e a conoscere l’orrore di un sanguinoso massacro. Circa 200 km a ovest infatti i sacri luoghi presso il massiccio del Sinjar giacciono abbandonati e molti sono i confratelli privati dei propri averi o della stessa vita. Nonostante le avversità lo Ježnā Jamāʿiya, la festività dell’Assemblea coincidente con l’equinozio autunnale, è un evento molto sentito e considerato il più importante pellegrinaggio del calendario yazida; un momento in cui si rinsaldano i vincoli sociali fra i diversi gruppi, si rafforza il senso identitario e la leadership yazida definisce scelte importanti per l’intera comunità. Scenario del sacro evento è Lalish, cuore spirituale del mondo yazida, che nel corso dei sette giorni di celebrazioni (23-30 settembre) rappresenta simbolicamente il primigenio centro del cosmo da cui tutto prese origine e presso il quale tutto sarà rinnovato. Storicamente gli Yazidi hanno conosciuto l’aperta ostilità delle comunità vicine e delle autorità centrali, spesso sfociata in ripetute persecuzioni, dalle confische perpetrate dai pascià ottomani, all’eccidio sofferto nel corso della Grande Guerra, fino alle recenti rappresaglie del regime di Saddam. Ciò che oggi ISIS vuole sottrarre, cancellando tanto la distinzione religiosa quanto il legame con la terra atavica e i luoghi di sepoltura di santi e antenati, è da sempre il pilastro che ha permesso alla comunità di definirsi come gruppo autonomo e di sfuggire all’assimilazione culturale. La stessa visione del mondo, delle forze spirituali che lo governano e della storia sacra che in esso si svolge assume dunque per il fedele yazida la dimensione di patrimonio da preservare e al contempo di prezioso deposito di verità che garantirà la salvezza futura. Secondo la tradizione, prima che tutto avesse origine il cosmo era racchiuso in un embrione di luce divina, una piccola perla fluttuante su acque primordiali e contenente al suo interno gli elementi costitutivi del creato. Tutto era immoto e quiescente fin quando il sacrificio primordiale attuato dal Dio Padre (Xwadē) non innescò il processo di creazione, l’espansione del cosmo e la nascita della vita. In seguito il creatore si ritirò nella sua trascendenza delegando all’Angelo Pavone (Melek Tāwūs) e ai suoi arcangeli la conservazione del cosmo.

Dall’evento cosmogonico procede quindi la storia sacra del mondo e si sviluppa la weltanschauung propria dello yazidismo. Per questa religione Bene e Male non sono due categorie indipendenti, ma due aspetti connaturati all’esistenza stessa, princìpi necessari attraverso i quali si esplica la potenza divina. Il corso della storia segue dunque un ordine superiore e ha un fine prestabilito; catastrofi e rinnovamenti si susseguono ciclicamente, a partire dal diluvio, inaugurando la fine e l’inizio di fasi in cui si manifestano in forma umana le sette entità divine. Gli Yazidi sono coloro che riconoscono e accolgono questa presenza del divino in Terra e grazie all’intervento dei protettori spirituali la loro comunità troverà sempre un distinto percorso che ne garantirà sopravvivenza e integrità. Salvezza individuale e collettiva sono intimamente legate nella concezione yazida, un assunto che dona fermezza al fedele e che rappresenta la valenza più profonda della festività dell’Assemblea. I riti della celebrazione si legano strettamente non solo alla cosmogonia e ai miti di fondazione della comunità ma anche all’escatologia, mentre in molti hanno scorto in essa convergenze con una delle più antiche festività della tradizione iranica, il Mihragān, la grande festa autunnale dedicata al dio Mitra. Nei sette giorni del Ježnā Jamāʿiya viene così rievocato un passato sacro affinché i suoi presupposti salvifici siano riaffermati nel presente. Atti come il sacrificio di un toro (qapāḡ) di fronte al santuario di Shaikh Šams, personaggio identificato con l’arcangelo Signore del Sole (Ḵodān-ē rojē), il convivio collettivo (semāt), la lustrazione del feretro di Shaikh Ādi (bar-ē šebākē) compongono un’articolata liturgia in cui il fedele ritrova la sua dimensione esistenziale e i diversi gruppi la loro specifica funzione nella società yazida. Ma è forse la performance della danza rituale (samāʿ) a coinvolgere con maggior partecipazione i pellegrini e a simboleggiare al meglio l’appartenenza alla comunità. Ogni sera un gruppo di membri della casta sacerdotale, vestiti di bianco e guidati dal capo dei fakir in tunica di pelliccia nera e copricapo conico, procedono danzando intorno a una fiaccola, simbolo del sole e della presenza divina. Gli stessi strumenti musicali utilizzati in questa occasione (il daf, un tamburello, e lo šabāb, un flauto) sono considerati sacri, mentre gli inni intonati da un gruppo ereditario di recitatori (qawwāl), che tramanda oralmente queste composizioni, avrebbero il potere intrinseco di agire concretamente sull’ordine delle cose. La conoscenza di strofe e parole indirizzate alle entità intente a redigere il destino del mondo è appresa e custodita di generazione in generazione come un dono sacro, una memoria storico-culturale che viene ascoltata dai fedeli con religioso riguardo e che è fulcro di una comunità che si oppone tenacemente ad oblio e violenza.

 

Immagine: Il candeliere a olio intorno al quale si celebra il rituale del samāʿ.(AFP - http://www.ibtimes.co.uk/photo-gallery-iraqs-yazidi-kurds-their-holiest-site-lalesh-temple-1460354)

 


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