13 febbraio 2017

Via della Seta: L’Iran, questo sconosciuto

Fra luci e ombre, la rivoluzione islamica del 1979 ha segnato come pochi altri eventi la storia del secolo scorso. Un punto di cesura che ha prodotto cambiamenti visibili ancora oggi negli equilibri di tutto il Medio Oriente e oltre, ma che ha anche interrogato pensatori come Michel Foucault, le cui cronache persiane sono state raccolte tempo fa in un bel volume da Guerini e Associati. Eppure – come scriveva Edward Said – poco o nulla a livello mediatico è filtrato di questa svolta epocale. A partire dai giorni drammatici della presa dell’ambasciata americana a Teheran si è riprodotta ossessivamente un’immagine negativa dell’Iran, quasi a voler cogliere in quelle folle di manifestanti l’alterità in quanto tale, la quintessenza di un nemico. Un mito duro a morire, che solo gli anni della presidenza Khatami e, più di recente, l’accordo sul nucleare sembrano aver in parte scalfito. Ma molto resta ancora da fare.

Qui risiede uno dei meriti principali del nuovo libro di Giuseppe Acconcia, Il grande Iran (Exòrma edizioni, pp. 235, euro 14,50): quello di aiutare il lettore a decostruire un mito, l’immagine monolitica del Paese che ancora intacca parte della nostra pubblicistica. Per farlo, l’autore – ricercatore e giornalista fra i più preparati su Nord Africa e Medio Oriente – si addentra con passione e acume nei meandri della storia contemporanea dell’Iran, dalla dinastia Qajar ai giorni nostri. Una materia densa e contraddittoria che viene sviscerata punto per punto calibrandola da diverse angolazioni sociali e politiche, senza cercare scorciatoie. Grande attenzione è poi riservata all’economia, prima vittima sacrificale di ogni versione ideologica.

Ed ecco allora che molte immagini consolidate, in queste pagine, assumono nuove prospettive: la presa dell’ambasciata americana non fu solo un braccio di ferro internazionale, ma anche un espediente usato da Khomeini e dai suoi uomini per consolidare il proprio potere interno. O ancora una vexata quaestio come l’imposizione del velo, che paradossalmente ha favorito l’inclusione di centinaia di migliaia di donne nelle università, nel mondo lavorativo e persino nei media. Una complessità che viene resa da Acconcia abdicando all’idea di un’unica narrazione a favore di una pluralità di voci, storie e prospettive.

Fra queste – anche per predilezione personale – grande risalto viene dato alla storia dei movimenti di sinistra. Cosa tanto più utile in quanto questa componente risulta spesso sottovalutata o rimossa, e questo nonostante abbia costituito parte fondamentale della storia politica e della cultura iraniana, almeno fino alla repressione degli anni Ottanta. Una simpatia, quella dell’autore, che non compromette però un altro grande pregio del volume: il suo equilibrio. In un’epoca in cui frotte di commentatori poco informati concentrano sulla geopolitica (e in particolare sul Medio Oriente) la loro attenzione, abbandonandosi sovente alla propaganda più becera, Acconcia ci riconcilia con il gusto della conoscenza, con il piacere di un’indagine pura.

 


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