04 gennaio 2016

Via della Seta: Tra gli Zagros e la Mesopotamia

Il fiume Karun dardeggia argenteo tra gole rocciose e campi biondi di grano, gettandosi dall’Altopiano iranico verso le pianure della Mesopotamia. Camion carichi di greggi rombano sul nastro d’asfalto che ripercorre una strada antica, moderni emuli della pastorizia nomade che ha forgiato il carattere di questa regione. Siamo nel cuore dei territori abitati dai Bakhtiari, tribù nomadi di etnia iranica protagoniste sino a pochi decenni orsono della politica e dell’economia dello Stato. In epoca Qajar (1785-1925) queste genti rappresentavano un vero contropotere rispetto alla corte degli Shah di Teheran dove ancora nel 1909 si presentarono armati per rivendicare il proprio ruolo, intervenendo pesantemente negli eventi che seguirono la Rivoluzione Costituzionale. Più tardi Reza Shah condusse una vigorosa campagna volta a rendere sedentari i nomadi iraniani. Oggi Izeh è un’area povera e di transito, benché nelle immediate vicinanze delle pianure del Khuzestan, ricche di agricoltura e petrolio. E tuttavia i Bakhtiari conservano orgogliosi un retaggio antico, fatto di tradizioni, di racconti, di vesti sgargianti per le donne e di splendidi gilet a strisce, intessuti della lana degli armenti, per gli uomini, i più anziani dei quali portano ancora il costume tradizionale, caratterizzato dagli ampi calzoni e dallo zuccotto di feltro, entrambi neri.

Scavallato l’ultimo passo, la strada si tuffa verso la piana di Izeh, tornante dopo tornante, calando verso la tappa finale che ci separa dalle pianure. Tra il secondo e il primo millennio a.C. quest’ampia valle fu sede di un regno elamita, retto da quelle stesse genti che furono sovrane a Susa e che costituirono la necessaria premessa all’impero achemenide, il primo che la storia ricordi. I meravigliosi bassorilievi di Kul Fara, che ricordano le processioni di sovrani ormai lontani e ci svelano aspetti della vita di questo popolo ancora per tanti tratti misterioso, sono da attribuire ad Hanni, sovrano di Ayapir e contemporaneo di Shutur-Nahhunta. Sempre allo stesso re facciamo risalire i bassorilievi del monumentale riparo di Shekaft-e Salman, che nelle sue viscere custodiva una preziosa fonte d’acqua e che forse proprio a questo deve il suo prestigio. In entrambi i casi si tratta probabilmente di luoghi di culto legati alla figura del sovrano, che furono iniziati nel periodo medio-elamita (ca. 1600-1000 a.C.) e poi riutilizzati in quello neo-elamita (ca. 1000-520 a.C.).

Monumenti e bassorilievi di epoca seleucide e partica si trovano in molte aree del Khuzestan, ivi inclusi i versanti meridionali degli Zagros. Nell’area di Izeh sono particolarmente degni di nota il rilievo di Khong-e Nouruzi, inciso sulla faccia nascosta di un masso isolato posto alle pendici di una parete rocciosa immersa in un paesaggio di lunare bellezza. Avvicinandosi al sito, una volta traversato un wadi stagionale, si scorge un piccolo bassorilievo, ormai consunto, che data probabilmente al primo millennio a.C. Girando attorno al masso si scopre un complesso bassorilievo, scolpito in due diverse fasi. Alla sinistra dell’osservatore un magnifico cavaliere di profilo d’impronta ellenistica, alla destra quattro figure frontali databili al periodo partico. Come molte delle sculture in rilievo dell’Altopiano, anche questo avrebbe bisogno di un intervento di restauro conservativo. Poco lontano troviamo altri due rilievi, l’uno a Khong-e ‘Alivand, probabilmente una scena d’investitura, l’altro a Khong-e Kamalvand, dove sono rappresentati un cavaliere e una figura stante, al di sopra dei quali corre un’iscrizione in aramaico.

Il sito di Shami è tra tutti forse il più interessante: qui fu trovato il maestoso principe partico in bronzo che fa mostra di sé nelle sale del Museo Nazionale di Teheran, ed è qui che si fermò nel 1936 il famoso esploratore Sir Aurel Stein.  Il percorso per giungere al sito attraversa montagne dai mille colori, formazioni che alternano strisce bianche e nere, dirupi e villaggi che conservano la memoria della vita nomade. Giunti al sito, l’occhio esperto individuerà varie terrazze, dove un giorno sorgeva un importante santuario d’epoca ellenistica, contornate da un’immensa e monumentale necropoli ipogea. Oggi gli archeologi dell’Università di Torino e del Centro Scavi lottano, insieme ai loro colleghi iraniani, per ricostruire la storia del sito e per preservarlo.

Molte diverse culture si sono inseguite nell’area che dai monti Zagros giunge sino alla Mesopotamia, regione che fu sempre caratterizzata dalla pastorizia nomade e dal transito delle merci. Ancora oggi si riescono ad afferrare le ultime tracce di questo modello di società entrato in rotta di collisione con la modernità e per questo sempre più marginale. Il futuro incalza: nel percorrere queste strade si osservano, fianco a fianco, gli antichi monumenti, quanto resta della pastorizia e un susseguirsi di dighe sul fiume Karun, ciclopiche opere destinate a contribuire alla copertura del fabbisogno energetico dell’Iran contemporaneo.

 

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