09 giugno 2015

Via della seta: L’Armenia, Leone d’oro alla Biennale Arte 2015

Isoletta venuta dall’Oriente galleggiando e rimasta incantata davanti a Venezia: sei la più misteriosa della Laguna [...].

 

Così il poeta Aldo Palazzeschi, nei primi versi di una poesia ad essa dedicata, esprimeva il suo stupore di fronte a uno dei luoghi più magici di questa città: l’isola di San Lazzaro degli Armeni. Anche in un contesto unico come quello veneziano, è un luogo che difficilmente lascia indifferenti, per la sua sintesi compiuta di arte e paesaggio, natura e storia, condensata in uno spazio esiguo e perciò insolitamente intenso: circa 7.000 m², situati nel cuore della laguna, a ovest del Lido.

Palazzeschi non fu l’unico, né il più importante, degli artisti e letterati a rimanere affascinati dal luogo. Fra i molti, ricorderemo almeno il poeta Lord Byron, che fu per un breve periodo ospite sull’isola, accolto da quei monaci armeni che negli ultimi secoli hanno avuto l’onere e l’onore di custodirla. Qui il grande autore inglese ebbe anche modo di dedicarsi allo studio della lingua armena, approfondendo con passione la storia e la cultura di questo popolo.

In questo luogo, carico come pochi di significati e di riverberi per la cultura armena moderna, è stata scritta in questi mesi un’altra pagina importante, da non dimenticare. Il monastero – fondato a inizio settecento dall’abate Mechitar di Sebaste – è infatti la sede del padiglione della Repubblica d’Armenia alla Biennale, che sarà possibile visitare fino al 18 ottobre. Una mostra di grande interesse e che ha raccolto ampi consensi, tanto da assicurarsi il Leone d’oro per la migliore partecipazione nazionale.

Come si legge nella motivazione del premio: “Nell’anno che segna un’importante pietra miliare per il popolo armeno, questo padiglione rappresenta la tenacia della confluenza e degli scambi transculturali”. Alla base del concept della mostra veneziana, c’è infatti un momento fondamentale della memoria e dell’identità armena: il genocidio armeno, di cui quest’anno ricorre il centenario. Per l’occasione, l’Armenia ha deciso di procedere per la Biennale a una selezione di artisti provenienti dalla diaspora sorta in seguito a quei tragici eventi.

Non per chiedere loro pronunciamenti politici o denunce, tutt’altro: spingendoli invece a interagire con le proprie origini, a interrogarsi su cosa rappresenti per loro – nati e cresciuti nei più diversi angoli del mondo – la comune radice armena. Ne è nata una mostra intima, discreta, lontana dagli scandali e dai fasti di tanta arte contemporanea. Un lavoro umile, e forse per questo ancor più degno di nota, che ha portato ogni artista a una doppia riflessione: sulle proprie origini familiari, come detto, ma anche sul luogo che li ospita, l’isola di San Lazzaro.

Sotto la sapiente curatela di Adelina Cüberyan von Fürstenberg, figura di primo piano dell’arte contemporanea – anch’essa di origini armene –, il padiglione presenta opere di artisti di diverse generazioni, tutti di valore internazionale. Fra i tanti che meriterebbero una menzione, ricorderemo almeno l’artista concettuale Sarkis, che figura quest’anno anche nel padiglione della Turchia, suo paese natale. Fra i più giovani, invece, Mikayel Ohanjanyan, unico artista presente nella mostra ad essere nato e cresciuto in quella che è oggi la Repubblica d’Armenia, a Yerevan.

Armenity , questo il titolo scelto per la mostra, rappresenta un’occasione unica per scoprire la storia millenaria di questo popolo, ma anche un laboratorio gravido di conseguenze, e un sicuro indicatore per il futuro dell’arte e della cultura armena.

 

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