02 settembre 2015

Via della seta. In pellegrinaggio con gli Yazidi

È venerdì 31 luglio e i preparativi per la festa stagionale estiva interrompono la quiete consueta che regna sul santuario di Lalish, il complesso sacro yazida associato al fondatore Shaikh ʿAdī e cuore della vita religiosa e dell’identità di questa comunità. La ricorrenza cade ad un anno esatto dall’eccidio degli Yazidi sul monte Sinjar simboleggiando con maggior forza il radicamento di questa gente al territorio atavico. Il gruppo etno-religioso di lingua curda Kurmanji è stato seriamente minacciato dai sistematici attacchi perpetrati da ISIS e numerosi oggi sono i campi allestiti nei pressi di questa isolata valle del Kurdistan per ospitare i rifugiati provenienti dai villaggi delle provincie nord-occidentali dell’Iraq. Malgrado il continuo andirivieni di fedeli che preparano gli alloggi, spazzano i terrazzamenti e visitano i luoghi sacri, ci viene detto che l’afflusso di gente è considerevolmente diminuito e che molti dei profughi o degli appartenenti alla diaspora non hanno potuto unirsi ai loro confratelli. Proprio il pellegrinaggio a Lalish in occasione delle diverse festività annuali è tra i principali doveri del fedele yazida ed evento che struttura i legami sociali interni ad una comunità spesso emarginata e chiusa alle influenze esterne. L’intera valle è un microcosmo sacro che include i santuari costruiti intorno alle tombe dei principali sette personaggi santi venerati dalla tradizione, con luoghi o edifici connessi che costituiscono il circuito attraverso il quale è scandito il pellegrinaggio e i suoi atti rituali. Nonostante molti fraintendimenti lo Yazidismo è una religione monoteista per la quale esiste un unico dio creatore che ha affidato il governo del mondo a sette entità arcangeliche, chiamate i Sette Misteri (Haft surr) e guidate dall’Angelo Pavone (Malak Tāwūs), che si sono periodicamente reincarnate in forma umana (ḵāṣs). La stessa esperienza individuale è dominata dal ciclo della metempsicosi e dall’attenzione alla corretta esecuzione di pratiche rituali e prescrizioni. La setta si costituì attorno alla carismatica figura del mistico sufi Shaikh ʿAdī ibn Mussafir (m. 1162) che predicò nella regione divenendo oggetto di venerazione. Sebbene in origine conforme all’Islam, il movimento assorbì presto elementi della religiosità locale rielaborando miti e credenze molto più arcaiche. Gli stessi Yazidi si percepiscono oggi affini ad altre comunità storiche dell’area (Zoroastriani, Sabei, Mandei e Ahl-e Hakh) e partecipi quindi di un sostrato culturale che, interagendo nel tempo con religioni universaliste quali Cristianesimo e Islam, diede vita a trasversali fenomeni di sincretismo. L’intera comunità conta circa 300.000 fedeli, inclusa la sempre più ampia diaspora, ed è suddivisa in tre “caste” endogamiche con relativi sotto-gruppi: gli shaykh e i pīr, membri delle famiglie sacerdotali il cui lignaggio discende da arcangeli o santi, e i morīd, la classe che costituisce la base maggioritaria della società yazida. Visitando Lalish nei giorni di festa si ha il privilegio di osservare le antiche pratiche devozionali di questo popolo. Un gruppo di uomini siede sotto le volte dei cortili esterni seguendo una guida spirituale nella recitazione di inni sacri (qawl), mentre intorno alle vicine vasche i devoti raccolgono acqua considerata elemento sacro e rigenerante. Entrando nel santuario principale si ha la sensazione di scendere in un antro sotterraneo con le pareti ricoperte da uno strato annerito prodotto dall’oleoso fumo delle candele; un ventre primigenio in cui la luce filtra da sottili fessure e da flebili luci elettriche. Pilastri e tombe sono avvolti da drappi variopinti (7 colori dell’arcobaleno e del pavone) che il pellegrino annoda esprimendo una richiesta indirizzata alla santa figura che presiede quel luogo; il gesto rituale prevede lo scioglimento di un secondo nodo con cui si libera la richiesta di un altro fedele favorendone l’esaudimento. Intorno al grande sarcofago di Shaikh ʿAdī i devoti compiono, in un’oscurità che invita al raccoglimento, giri in senso antiorario prima di lustrarsi alla fonte sacra che sgorga dal cuore della roccia. Quest’acqua sorgiva (Zemzem), insieme alla Fonte Bianca (Kāniyā Spi), è il fulcro della cerimonia di iniziazione battesimale (mor kirin) e l’ingresso al luogo è proibito agli estranei. I santuari, la cui architettura racchiude una simbologia cosmologica, sono riconoscibili dall’esterno per le loro cupole coniche a dodici costole, mentre sui muri perimetrali una ricca varietà di motivi decorativi (serpenti, pastorali, pavoni, leoni, croci) alludono alla mitologia e alla storia sacra della tradizione yazida. Al calare del sole dietro il crinale, si concretizza uno dei momenti più suggestivi con l’accensione delle 365 luminarie ad olio che costellano il sacro precinto di Lalish, una per ogni giorno dell’anno a rappresentare il ciclo vittorioso dell’astro solare. Due sono i giovani incaricati di quest’atto rituale, il primo reca la fiamma e con gesti rapidi e sicuri accende lampade e candele, il secondo lo segue baciando devotamente la parete delle nicchie dove la fiamma ha preso vita. Il fuoco è un altro elemento sacro di questa religione e la cura ad esso rivolta è dimostrata dai fedeli che al passaggio dei due portatori di luce si alzano e rendono omaggio. A dispetto delle violenze subite l’accensione delle luminarie rimane il segno della pertinacia yazida nel fronteggiare le tenebre; al contempo nel santuario domina un senso di gioiosa devozione nata dall’intimo contatto con un sacro percepito come realtà immanente. In tutto ciò si scorge il profondo valore della festività che ripristina un istante atemporale in cui i vincoli di appartenenza vengono fondati, i mali dello spirito curati e in cui risuonano ininterrotte le allegre risa dei bambini.

 

Galleria di immagini


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0