16 aprile 2020

Virtù virali. Cordialità

 

L’appuntamento con le Virtù virali di Carlo Ossola è fissato per il giovedì e la domenica di ogni settimana, in ideale dialogo con il Trattato delle piccole virtù. Breviario di civiltà, uscito presso Marsilio nel 2019.

 

 

«Passo ora a dire qualche cosa sulla cordialità. A dir vero, paragonando le posizioni complicate colle posizioni semplici delle popolazioni […], pare che naturalmente la cordialità vada scemando a proporzione che gli uomini vengono condensati ed avvicinati. […] In queste posizioni dunque supplisce naturalmente l’ospitalità, la compassione ed una personale ossia individuale cordialità, la quale non è così facile incontrare nelle popolose città. In queste però supplir deve la pubblica cordialità, in difetto della individuale» (Gian Domenico Romagnosi, Genesi del diritto penale, 1791, parte V, capo IV).

 

La città costringe, “condensa”, e il confinamento ci opprime; l’esercizio della cordialità che è “espansivo” vien messo a dura prova; lo ricordava già François de Sales nel suo «Entretien» Sur le sujet de la cordialité; e consigliava di accompagnare i moti del cuore con due virtù cooperanti: l’affabilità e la pacata conversazione. Questo benevolo convivere è chiamato a varcare le mura domestiche e a tendere a una «pubblica cordialità», che è – per Bossuet – «une confiance tout enfantine», che si abbandona all’altro per condividere e gioirne. Non è tratto soltanto di uno “spirituale” lontano dalle strettezze mondane: un secolo più tardi, uno dei padri dei Lumi, D’Alembert, verrà descritto da Paolo Frisi come animato da «fervida e attiva cordialità» (Elogio del signor D’Alembert, 1786). Benevola e serena, premurosa e riposata, la cordialità è lenimento all’asprezza e dimora della semplicità, come ci ricorda Carlo Goldoni: «Orsù, amica, datemi licenza ch’io vi tratti secondo la mia maniera di vivere, che vale a dire schietta e libera, senza affettazioni. Casa mia è casa vostra. Trattiamoci con amicizia, con cordialità, essendo io inimicissima dei complimenti» (La dama prudente, 1751; Atto I, scena X).

 

Forse la definizione più attuale, amaramente pensosa, è nel tono che suggella, passata la peste, i Promessi sposi, ove i protagonisti si ritrovano al villaggio, intorno al nuovo signore, «con aperta cordialità, e insieme con delicati riguardi» (cap. XXXVIII). Una cordialità così spontanea da contagiare anche l’eterno fedele della paura: «— Ah! — diceva poi tra sé don Abbondio, tornato a casa: — se la peste facesse sempre e per tutto le cose in questa maniera, sarebbe proprio peccato il dirne male: quasi quasi ce ne vorrebbe una, ogni generazione; e si potrebbe stare a patti d’averla; ma guarire, ve’… —». Ma guarire, ve’…! : meglio – anche oggi ‒ non rischiare la prova.

 

Non conta tuttavia la cordialità del “dopo”, ma il cuore aperto nella prova ‒ viene a ricordarci fra Cristoforo: «E si mise [scil. il gentiluomo] per servirlo prima d’ogni altro; ma egli, ritirandosi, con una certa resistenza cordiale, “queste cose,” disse, “non fanno più per me; ma non sarà mai ch’io rifiuti i suoi doni. Io sto per mettermi in viaggio: si degni di farmi portare un pane, perché io possa dire d’aver goduto la sua carità, d’aver mangiato il suo pane, e avuto un segno del suo perdono”» (I promessi sposi, cap. IV). Il «pane del perdono».

 

Le Virtù virali pubblicate su Atlante

 

1. Del bene di sé diffusivo

2. Pazienza

3. Simpatia

4. Dedizione

5. Estro

6. Responsabilità

7. Cordialità

8. Obbedienza

9. Tatto

10. Sobrietà

11. Ironia

12. Dolcezza

                             TUTTI GLI ARTICOLI SUL CORONAVIRUS

 

 

Immagine: Giuseppe Santi, Giove e Mercurio si rivelano a Filemone e Bauci. Crediti: Fonte, Fondazione Sorgente Group [Public domain], attraverso commons.wikimedia.org

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0