21 ottobre 2021

Vita immaginaria, di Natalia Ginzburg

Dubito che di un’opera letteraria esista rilettura peggiore, in particolare quando codesta viene compiuta a molti anni di distanza dalla sua prima volta, di quella che ne rispetti pedissequamente la lettera e l’appartenenza a una determinata epoca, con tutte le contingenze, i tic e le tendenze tipiche di un contesto specifico. Lungi da qualsivoglia forzatura o, peggio ancora, becero revisionismo, capaci solamente di sragionare con il troppo facile sintagma del “senno di poi”, la prospettiva con la quale ci si riavvicina alla produzione di un autore ormai classico dovrebbe riuscire a suscitare una visione che si potrebbe definire stereoscopica, la cui capacità sarà quella di comporre un’immagine fra le cui maglie viva non solo il locus culturale nel quale questa esperienza è storicamente germinata, ma anche, intimamente intrecciati ad essa, quegli orizzonti spalancati sul futuro e su quanto ancora non esisteva al momento della composizione se non come pura virtualità. Si tratterà, in sintesi, di avvicinarsi all’opera non solo come se essa fosse già compiuta, stabilita e plasmata da domande pronunciate in un tempo ormai trascorso, ma anche nel suo essere interpellata e quindi formata da un futuro, da un tempo strutturato da forze disumane che per noi non è ancora avvenuto, sebbene si possa parlare di esso al passato, la fisionomia del quale trapela solamente dalla traccia che i suoi quesiti, perfette forme cave, esibiscono come negativi di un gigantesco iperoggetto. In modo del tutto affine al vertiginoso paradigma che Chris Marker lascia emergere nel film del 1962 La Jetée, rivelatosi nel corso del tempo come uno dei modelli di pensiero più profondi sull’ineluttabilità del dolore e sui fantasmi che il futuro, anche quello più remoto, trasmette a quel passato dove “neppure i morti saranno al sicuro”.

In questo senso, affrontare nuovamente la grandezza di un’opera come quella di Natalia Ginzburg, che trova nella naturalezza vegetale del dettato e dell’intelligenza ad esso avvinghiata il proprio punto di forza, non significherà né ripeterla come una lezione già acquisita, giacché la sua vitalità arborea oltrepassa ampiamente gli umanissimi limiti del dibattito letterario e sociale, né stravolgerla o forzarla ad approdare a lidi che non le sono propri, bensì giocarla su un piano assai più ampio: in una dimensione, dunque, dove appare chiaro in che misura ella avesse già intuito quella “eclissi del domani” (inteso come campo di libere scelte umane) la cui presa di coscienza iniziò a prendere corpo lentamente solo negli anni successivi, per giungere oggi a una pressione quasi intollerabile. A questo fine, la recente ristampa per Einaudi di una preziosa silloge di scritti giornalistici pubblicati, a partire dal 1969, sul Corriere della sera e da troppo tempo fuori catalogo, Vita immaginaria (edito per la prima volta da Mondadori nel 1974), diviene un’occasione importante per tentare di compiere tale passaggio, anche e forse soprattutto perché la prolungata invisibilità ha avuto sulle sue pagine lo stesso effetto dell’ambra sull’insetto preistorico.  

Ma per comprendere quale bagliore traluca tra le sue pieghe, sarà in via preliminare importante soffermarsi sulla natura ancipite dell’aggettivo “immaginario”: il quale, se da un lato andrà a indicare, con un’accezione tipicamente contemporanea, tutto ciò che è fasullo e irreale, oltre che, nello scritto conclusivo del libro, quel fantasticare (del quale aveva già parlato Zolla in alcune pagine giustamente celebri) il cui fine è la morte, dall’altro, ricondotto a una radice più profonda, definirà ciò che Sinesio chiamava Pnéuma, il perìblema (involucro) mediatore ove il mondo delle immagini prende vita, quella membrana sulla quale, secondo gli antichi, le onde provenienti dal mondo fenomenico e da quello degli dei prendono forma e grazie a cui la natura intellettuale dell’uomo potrà pensare in modo ricco e variegato, senza ridursi a essere un arido elaboratore di dati o di causalità, acquisendo così una sfumatura di qualcosa che potremmo definire, con una parola che Natalia Ginzburg evoca spesso: realtà. Sotto questa luce, in un mondo prosciugato e nei confronti del quale non può che provare disprezzo, senza tuttavia indulgere in alcun giudizio moralistico, l’autrice si sofferma, negli scritti di Vita immaginaria, sullo scarto fra un pensiero intriso di una chiara luce priva di grigiore, di una limpidezza agli antipodi da ogni rigido meccanicismo, e le “finte idee”, così come definisce nelle pagine dedicate a Delfini quella necrosi del pensiero contro la quale l’autore de Il ricordo della basca oppone la propria scrittura luminosamente aerea; allo stesso modo, se di Moravia Ginzburg non esita a cassare quella parte della sua produzione troppo artefatta e a tesi, contemporaneamente ne elogia i libri scaturiti, come un fiume, da un’intelligenza più complessiva, non confinata nel razionalismo esasperatamente calcolante ma diffusa invece in tutto il corpo, nelle fibre più intime dell’organismo.

È un pensiero, quello di Natalia Ginzburg, incapace di fermarsi agli universali ma pervicacemente rivolto al singolare, avvinto a esso e del tutto indifferente alle generalizzazioni, come spiega efficacemente Domenico Scarpa nella bella postfazione; evocando Auerbach e le sue preziose intuizioni sul sermo humilis, Scarpa descrive la scrittura dell’autrice come «fusione del sublime con l’umile», i suoi testi come costruiti «secondo la imperscrutabile consequenzialità, interrotta da salti logici e zone di silenzio, che hanno le storie e i precetti della Bibbia». «Nessuno», prosegue Scarpa, «è stato capace al pari della Ginzburg di coniugare l’elementare con l’inatteso». Ma questa apertura all’hic et nunc della sua opera, la quale, ferita suppurante, si oppone alla levigata marcia trionfale hegeliana che tutto travolge e immola alla propria ragione, esporrà l’autrice a un dolore lancinante, a un profondo senso di estraneità e di esclusione dalla società in cui si trova a vivere, avvicinandola così alle figure di Simone Weil e Anna Maria Ortese; le quali, tutte assieme, sembrano compiere uno sforzo che non appare solamente individuale ma quasi stratigrafico, una sorta di “genealogia della morale” che andrà a cogliere un fondo, comune all’essere umano, di debolezza creaturale e di sradicamento, scrostando in questo modo le sedimentazioni che la mente irrigidita ha declinato nella forma del pensiero categorico e del potere che da esso deriva, così come Marija Gimbutas fece scoprendo, sotto gli istituti culturali che le cosiddette popolazioni Kurgan plasmarono a seguito delle loro invasioni, i resti di un’Antica Europa assai differente, apparentemente non schematizzata in gerarchie verticali bensì organizzata in una equilibrata orizzontalità.

Questo luogo, nella forma di un passato la cui scomparsa è, forse, solo un occultamento, verrà presagito da Ortese ne Il continente sommerso come spirito che «non sia solo memoria, ma atto, eterno atto di scelta, d’amore»; allo stesso modo, Ginzburg delinea, nelle pagine significativamente intitolate La Poesia, l’immagine del fenomeno poetico come moto non esclusivo e isolante, legato ai criteri di uno stile o, peggio ancora, dell’utile, del bene, del bello, ma votato alla realtà: «esiste in geometria una legge, che dice che due linee parallele non s’incontrano mai, ma c’è un punto nell’infinito dove invece s’incontrano. Penso che dovere e onestà dei poeti sia dirigersi verso quel punto, essendo là situata la vera realtà».

 

Natalia Ginzburg, Vita immaginaria (1974), nuova edizione a cura di Domenico Scarpa, Einaudi, 2021, pp. 232

 

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