26 aprile 2019

Wilcock, la metafisica de Il libro dei mostri

È già a partire dal titolo che l’indeterminazione intride il secondo brano dei Preludi I di Claude Debussy, composti fra il 1909 e il 1910: lo scuotersi di Voiles, siano essi veli o vele, sarà infatti quello che caratterizzerà la natura sospesa e allo stesso tempo indifferente a qualsivoglia stasi con cui la scala esatonale, per nulla incline a lasciare emergere una cadenza che possa rappresentare un momento di “posa” armonica, plasma il brano. In questo senso, dunque, nulla si presenterà posato e definito, nulla avrà quella consistenza con la quale i sensi rozzi (e perciò fallaci) stabiliscono la realtà misurabile, quantificabile; Debussy, come osserva con grande acutezza Jankélévitch, al contrario, si volge a quegli «oggetti privilegiati del mistero [che] sono in lui le cose più leggere e incantevoli: profumi nell’aria della sera, colorazioni fugaci, miraggi più volatili e inconsistenti del velo di Iride. Tutte queste imponderabili apparenze esistono, a guisa dell’essere-nullo, di un’esistenza istantanea e di una presenza-quasi-assente. All’idraulica della vanità fa riscontro la pirotecnica delle disillusioni».

È la prospettiva spalancata dalla morte di Dio nietzschiana, il cui esito più dirompente, come ha fatto notare Klossowski, sarà da individuare nella morte dell’Io, della sua compattezza e della sua localizzazione e individuazione a favore di un politeismo che trovi le proprie radici nella molteplicità del corpo, nelle “ragioni” innumerevoli, ribollenti, che dalle sue profondità sgorgano potentissime, memori di un’antichità instabile, metamorfica. Così J. Rodolfo Wilcock, ne Il libro dei mostri (appena ristampato da Adelphi, dopo essere stato a lungo fuori catalogo), compone un’opera all’insegna della vibrazione continua, agli antipodi di quello sviluppo borghese dell’arte il cui esito sarà un naturalismo stinto e di maniera: il nostro autore, al contrario, mette in atto un romanzo esplosivo e dirompente, il cui antecedente non potrà che essere individuato in Ovidio, Igino, in quegli autori insomma i quali, attraverso la giustapposizione di tasselli mitologici, svuotano la cosiddetta realtà dello spessore opaco e immobile donatole dall’abitudine, per restituirla al frenetico vortice dionisiaco della sua molteplicità.

Autori che solamente uno sguardo miope potrà identificare come catalogatori, creatori instancabili al contrario di un mondo totalmente nuovo, di un mondo che trovi la propria autonomia nel gesto, enfatico e teatrale, di distacco dal complesso originario mito/rito per ricrearne la forma sotto un punto di vista del tutto differente, dando vita così ad un’indipendenza la quale, nella concezione contemporanea, sarà limitatamente interpretata come meramente estetica. Perciò Wilcock irrompe non solo nella letteratura, ma anche e soprattutto nella vita, plasmandone uno specchio mitico improntato al più estremo metamorfismo, ad un formicolante modello cosmologico lentamente insinuantesi fra le pieghe dello sguardo, donato all’abitudine, del lettore, capace di romperne la convenzionalità a favore di una vista che, allo stesso tempo, possa sprofondare in un passato immemore così come slanciarsi incontro ad un futuro le cui uniche regole saranno quelle della più assoluta imprevedibilità.

In questo senso, i personaggi dai nomi improbabili che brulicano nel libro (Resio Bombi, Elviridio Tatti, Vinizio Stadera, solo per fare qualche esempio), smarriscono i loro connotati più tipicamente umani, abolendo quella distanza, apparentemente incolmabile, che il pensiero successivo all’Illuminismo stabilisce fra ànthropos e còsmos: Zulemo Moss è divenuto un portacenere maligno e crudele, mentre il critico letterario Berlo Zenobi è una massa di vermi e nessuno capisce se Uffolino sia un uomo o una belva marina, mentre il maresciallo Cono Liscarello si è mutato a poco a poco in un diavolo dell’Inferno, sebbene continui a vivere fra di noi.

Quella di Wilcock è a tutti gli effetti una presa di posizione metafisica, innestatasi in una svolta di cui vediamo l’esito non solo nei lavori, per esempio, di un grande antropologo contemporaneo come Eduardo Viveiros de Castro, per il quale la classe che noi chiamiamo Homo Sapiens non è necessariamente composta da corpi uguali, ma anche nell’attenzione sempre maggiore posta verso quegli autori portatori di una conoscenza “differente”, come Jābir, la cui alchimia postula «l’unità del tutto», per citare le parole di Pierre Lory, dove «i mondi materiali non hanno una sostanza diversa ed estranea rispetto a quella dei mondi spirituali». Di questa metafisica, si potranno vedere i frutti più fervidi e succosi forse nella letteratura contemporanea, la cui proiezione verso una visione più audace sembra già essersi manifestata in alcuni degli autori più penetranti. Basterà ricordare l’ammirazione che Roberto Bolaño tributava all’opera di Wilcock, la cui capacità di creare scarti profondissimi rispetto al Reale, per penetrarlo così più profondamente, ritroveremo in libri celebri e perfetti come La letteratura nazista in America e I detective selvaggi; allo stesso tempo, Antoine Volodine, plasmerà un mondo nel quale sogno e veglia vengano equiparati, un universo gnostico le cui leggi saranno quelle fluide di uno sciamanesimo vivente su innumerevoli livelli e dimensioni, a realizzare quel grottesco teatrino di larve e lemuri del quale Sogni di Mevlidò rappresenta l’ultima testimonianza apparsa nel nostro Paese.

 

J. Rodolfo Wilcock, Il libro dei mostri, Adelphi, 20192, pp. 143

 

Crediti immagine: Foto di Miquel Rosselló Calafell da Pexels

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