18 gennaio 2018

Winckelmann e i Musei Capitolini, una storia speciale

Quando Johann Joachim Winckelmann arrivò a Roma il 18 novembre del 1755, grazie a una borsa di studio del Principe elettore di Sassonia, il Museo Capitolino era stato aperto al pubblico da poco più di vent’anni, dal 1734 per la precisione, dopo che il papa Clemente XII vi aveva collocato 416 sculture acquistate dalla collezione del cardinale Alessandro Albani, e aveva introdotto di fatto un modello nuovo di museo pubblico, aprendo una diversa possibilità di fruire dell’arte. La collezione non era più un elemento di prestigio, privilegio esclusivo ed elitario, ma un luogo aperto, che promuove e produce conoscenza. Il Museo Capitolino diventò infatti punto di riferimento irrinunciabile per tutti i viaggiatori e gli studiosi di antichità che passavano per Roma.

«Vivo come un artista e come tale sono accolto nei luoghi dove ai giovani è permesso di studiare, come nel Campidoglio. Qui è il Tesoro delle antichità di Roma e qui ci si può trattenere in tutta libertà dalla mattina alla sera»: così si esprimeva Winckelmann in una lettera scritta tre settimane dopo il suo arrivo nella città eterna. Da subito in contatto con personalità romane di spicco, tra cui artisti e cardinali, egli poté avere accesso a un numero straordinario di reperti artistici antichi, dalla Collezione Albani alla Collezione Vaticana e a quella Capitolina e ad altre minori, e si dedicò al loro studio con passione ma anche con un approccio rivoluzionario per il suo tempo. Colui che viene riconosciuto come il fondatore dell’archeologia moderna, conferì dignità scientifica allo studio delle opere d’arte, basandosi sull’esperienza diretta del reperto, sul raffronto tra le fonti letterarie e la valutazione cronologica e stilistica; interpretò il manufatto artistico come realizzazione di un ideale estetico proprio di un periodo e di un popolo, intuendo che la conoscenza dell’arte, al pari di altri settori, era anche studio di un fenomeno sociale.

Con la mostra Il Tesoro di Antichità. Winckelmann e il Museo Capitolino nella Roma del Settecento, i Musei Capitolini rendono omaggio alla sua figura, mettendo in luce il suo straordinario apporto alla conoscenza dell’arte antica e in generale allo studio della storia dell’arte; l’esposizione, iniziata nel dicembre 2017 e visitabile fino al 22 aprile 2018, celebra così sia i 300 anni dalla nascita (a Stendal nel 1717), sia i 350 anni dalla morte (a Trieste, nel 1768, ucciso in circostanze poco chiare, probabilmente nel corso di un furto), con un percorso espositivo che si sviluppa in tre sezioni: nelle sale espositive di Palazzo Caffarelli, nelle Stanze terrene di Sinistra e nelle sale museali del Palazzo Nuovo. Grazie a disegni, incisioni e dipinti vengono ricostruiti il Museo Capitolino e il Campidoglio così come erano all’epoca, mentre alcune installazioni immersive restituiscono i luoghi chiave del soggiorno di Winckelmann a Roma (ville, palazzi, biblioteche), e i personaggi con cui egli interagì e mettono in evidenza alcuni brani della sua Storia dell’Arte. Sarà possibile inoltre vedere allestimenti in seguito cambiati, opere custodite nei magazzini dei Musei Capitolini e della Centrale Montemartini, e reperti che non si trovano più in Italia, come il gigantesco tripode che Napoleone fece portare in Francia e che normalmente è ospitato nel Louvre. Infine 30 sculture lette attraverso gli occhi di Winckelmann e le sue geniali intuizioni.


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