02 maggio 2021

Gli alfabeti della natura

 

Quando ci inoltriamo nei boschi, dopo milioni di anni che li frequentiamo e li trasformiamo, ancora attenuiamo il tono della voce, spesso scegliamo il silenzio. Seppure distratti, indifferenti o inconsapevoli, nella natura che prende il sopravvento come ai tempi dell’“infanzia della religione”, continuiamo ad avvertire il sacro che si manifesta, il sovraumano che non conosciamo. Un bosco vecchio non mostra confini, gli alberi possono sembrare senza tempo, la diversità biologica che lo anima attesta la complessità della vita in una varietà di forme che ancora incanta.

Fuori dal bosco, nel paesaggio rurale, il selvatico è definitivamente addomesticato dal dominio di una cultura divenuta antropocentrica, così che chiamiamo Antropocene l’epoca geologica nella quale la natura non è più risorsa ma limite. La ricchezza di biodiversità, il cambiamento climatico, il consumo di acqua dolce, l’inquinamento che segue alla rottura dei cicli del fosforo e dell’azoto e al particolato atmosferico, l’acidificazione degli oceani, l’immissione di agenti sconosciuti, il cambiamento d’uso del suolo, tra i limiti planetari che preservano la funzionalità della biosfera, sono stati superati o sono prossimi ad esserlo.

Ogni civiltà si racconta nel paesaggio, e quello dell’Antropocene è evidente nell’incremento inarrestato delle foreste tagliate e bruciate per dare spazio a monocolture, insediamenti e infrastrutture che divorano il suolo, lo deturpano e contribuiscono a renderlo infecondo. Politiche, sensibilità, idee, movimenti testimoniano però che stiamo acquisendo coscienza: natura, ambiente e paesaggio – le diverse forme con cui si manifesta la nostra presenza - impongono rapide e radicali trasformazioni. Le scienze ecologiche attestano una casa comune e ricordano che siamo parte di un sistema interrelato di viventi. Evidenziano i disastri dell’antropocentrismo, obbligano noi che possiamo farlo in quanto sapiens a nuovi rapporti con gli altri componenti della biosfera. A partire dalle piante, innanzitutto, che attivando con la fotosintesi il ciclo del carbonio, rendono possibile la vita.

Nell’indispensabile aspirazione verso nuove conoscenze non basta più leggere negli anelli degli alberi gli “aspetti del mondo”, come già sapeva Leonardo, e si è arrivati anche a ritenere insufficienti le scienze biologiche ed ecologiche che pure spiegano le interazioni negli ecosistemi. Si è allora fondata la neurobiologia vegetale e si studia l’esistenza di livelli di conoscenza e comunicazione che più ci aiutino a comprendere e meglio agire. Per essa non basta il sapere consolidato dei libri, seppure siano fatti della stessa materia (fibre vegetali) e abbiano la stessa origine etimologica (il liber degli alberi, la parte interna della corteccia, è stata la prima superficie scrittoria) e, nei laboratori, cerchiamo nuove scienze che diano prova di una coscienza vegetale capace di concatenare idee, trasmetterle ed esprimerle. Cerchiamo l’intelligenza. Il dibattito tra ricercatori è promettente e indica percorsi che possano portare a un diverso specismo. Ma mentre gli alberi, scrive Carlo Emilio Gadda, «si nutrono di carbonio, come noi ci nutriamo di maccheroni, ma dopo il loro pasto di carbonio e di luce stanno zitti, e non concionano le folle», noi dilatiamo a fini di spettacolarizzazione le evidenze sperimentali. Scriviamo di alberi che parlano, amano, apprezzano la musica, hanno paura e memoria, comunicano, sono social e, seppure in assenza di neuroni, si mostrano intelligenti ricorrendo alla trasmissione, lungo il sistema vascolare o le micorrize del suolo, di segnali chimici ed elettrici e non solo acqua e nutrienti. Convinti di comprenderli meglio, con linguaggio ambiguo rendiamo i vegetali umani, assoggettandoli al nostro universo cognitivo ed emotivo e così definendone ruoli e destini. Non rispettiamo, come dovremmo, la loro autonomia biologica, non consideriamo quanto essi siano diversi.

Vale per le piante quello che Alan Turing si chiedeva a proposito della intelligenza possibile delle macchine e dei rischi dell’“uso normale delle parole”. Con atteggiamento neocolonialista (come l’impero inglese un tempo in India, quello francese, e oggi i cinesi, in Africa) le obblighiamo alle lingue dei dominatori e ci imponiamo ad esse, ancora confermando che “gli imperi futuri sono quelli della mente” (Churchill). Le vogliamo simili a noi così da continuare a essere i dominatori della Terra: despoti assoluti, padroni di piante e animali che con noi, invece, partecipano a un unico sistema, legati gli uni agli altri dalle leggi dell’ecologia. Preferiamo tenere separato ciò che la vita unisce. Se volessimo prendercene effettiva cura, come avviene negli ecosistemi, riconosceremmo che bisogna stringere alleanze e non imporre domini. Vanno cercati efficaci linguaggi alternativi perché sappiamo che, per i campi che esplorano, quelli del paesaggio e dei giardini, dove il materiale si unisce con l’immateriale, non bastano le parole di Fernando Pessoa: “E tutti amano gli alberi perché son verdi e donano ombra, ma io no / Io amo i fiori perché son fiori, direttamente/ Io amo gli alberi perché sono alberi, senza il mio pensiero”. Le nuove parole e il pensiero che esprimono, un nuovo alfabeto si trova solo nell’incontro tra discipline scientifiche e umanistiche.

«Così poetavo il coltivar le campagne … così poetavo gli alberi», cantava Virgilio in versi capaci di spiegare la natura e le sue leggi molto più efficacemente di milioni di pubblicazioni scientifiche, spesso indispensabili solo a costruire la carriera di specialisti ignoranti.

 

Immagine: Henri Rousseau, detto il Doganiere, Il sogno (1910), Museum of Modern Art di New York. Crediti:  Public domain via Wikipedia

 

 

 

 

 

 


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