04 luglio 2021

Azzurro distensio animi

 

Una macchia di colore azzurro galleggia su una tela vuota, quasi un saggio di colore sulla tavolozza, un’isola lontana e indipendente, informe. A soccorso dell’incerto osservatore interviene un’iscrizione la cui chiarezza grafica e semantica è disarmante: «Ceci est la couleur de mes rêves», questo è il colore dei miei sogni. È il 1925 e Joan Mirò, già sodale dei surrealisti parigini, in uno dei suoi più famosi peinture-poème identifica nel colore azzurro la tonalità dei suoi recuerdos. L’azzurro, prezioso alleato dei sogni degli artisti da quando il lapislazzulo ha fatto la sua comparsa nella storia della tecnica, qui viene investito di una connotazione temporale.

Sin dalle magnifiche volte giottesche o dai cieli divini dell’Angelico, per passare attraverso lo spazio palpabile della prospettiva leonardesca o la più recente profonda malinconia nel primo Picasso, l’azzurro ha incarnato una dimensione spaziale, includendo una visione umana, terrena e ultraterrena. Nel dipinto in questione qualcosa rispetto al passato è cambiato: i sinuosi e irregolari confini della macchia, spumosi come onde e morbidi come nuvole, evocano sensazioni, tempi e immagini apparentemente dimenticati, ma residuali nella memoria. Le macchie di Miró, un po’ come il «piccolo lembo di muro giallo» del quadro di Vermeer di cui parla Proust nell’episodio di Bergotte, rappresentano l’origine indistinta di una forma che si rivela attraverso un moto lento e progressivo, fino a diventare riconoscibile e narrabile. Ricordare, allora, è l’atto di mettere a fuoco (non a caso nell’opera appare la scritta “Photo”) e lentamente riuscire a vedere e raccontare quello che c’è in un segno di colore azzurro.

Di macchie irregolari, del resto, è costellata la nostra galleria di ricordi, piccoli arcipelaghi lontani che si stagliano nella nostra memoria e nei confronti dei quali alle volte agiamo da esploratori, altre da colonizzatori, spesso da viandanti. Abbagli, riflessi in controluce, tutto sembra condurci a labirinti della visione mediterranea che Mirò ha saputo abilmente suggerirci con una macchia. Si direbbe: l’azzurro scandisce la nostra distensio animi. Ancor più se all’idea dell’azzurro associamo quella del mare, cangiante e misterioso, al cui cospetto, scrive Borges, continuiamo ad interrogarci come fosse un antico idioma.

Uno spunto di riflessione arriva dal pittore Giuseppe Modica che, pur se lontano dalla Sicilia, sua terra nativa, ritrova l’isola nell’azzurro dei suoi spazi, che sono quelli della memoria e dell’Atelier. Nella sua pittura – talvolta qualificata come “surrealismo italiano” – aleggia tutto il fascino dechirichiano dell’enigma irrisolto, del costante tentativo fugato di dare un senso alla realtà, salvo poi arrendersi all’impenetrabile opacità del mondo. Modica si interroga e interroga l’occhio dell’attento osservatore, chiamato a prendere attivamente parte ad un gioco di rimandi tra quadro e rappresentazione sulla scia della migliore tradizione che da Antonello da Messina va a Velázquez. Scenario d’elezione – e protagonista della recente mostra dell’artista al Museo Andersen di Roma* – è il suo Atelier, inteso come labor-oratorium, luogo magico in cui «si riordinano e chiariscono le idee» e dove avviene «la conversione alchemica dei pensieri, dei frammenti di memoria e delle annotazioni che si organizzano e prendono forma». L’Atelier è anche luogo d’incontro e confluenza di temporalità diverse: il tempo della memoria e dell’immaginazione si coniuga con quello processuale e costruttivo della lunga elaborazione esecutiva.

E il blu? Quel suo italianissimo blu che sa di cielo, mare e ceramiche? Dominante e pervasivo, la tonalità di Modica è quell’azzurro di Mirò che, diluito, va espandendosi nella realtà delle cose in una luminescente e originalissima tessitura pittorica. Del resto, per usare le parole del curatore Gabriele Simongini, questa sorta di metafisica mediterranea non porta con sé alcuna inquietudine allarmante, quanto piuttosto la nostalgia del ricongiungersi con la luce totale delle origini, secondo l’etimologia della parola che rimanda al greco νόστος, ritorno. L’essenza della mediterraneità è tutta lì, si muove tra saline e piramidi, cocci di Caltagirone e cupole arabe. Questa la sicilitudine di Modica: quei luoghi e quegli oggetti accuratamente esibiti sulla tela sono nient’altro che «l’esca della sua memoria», macchie azzurre del piccolo mondo conosciuto alle quali aggrapparsi per vivere il presente e dipingere il futuro.

 

*La mostra Atelier. Giuseppe Modica 1990-2021, a cura di Maria Giuseppina Di Monte e Gabriele Simongini, è visitabile al Museo Hendrik Christian Andersen di Roma fino al 24 ottobre 2021.
 
Immagine: Giuseppe Modica, Studium, 2016. Courtesy archivio dell'artista.

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