02 maggio 2021

Vivere con il cambiamento climatico

Il cambiamento climatico è in atto ed è essenzialmente irreversibile sulle scale temporali rilevanti per gli esseri umani. La nostra incapacità di prevenirlo, o anche solo di reagire a esso in modo significativo, riflette l’impoverimento dei nostri sistemi di ragione pratica, la paralisi della nostra politica e i limiti delle nostre capacità cognitive e affettive. Con ogni probabilità, nulla di tutto questo cambierà in un prossimo futuro.

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Il cambiamento climatico viene spesso descritto come un problema derivante dall’aumento delle concentrazioni atmosferiche di diossido di carbonio (e altri gas serra) al di sopra dei loro livelli “preindustriali”. Tale descrizione può lasciare intendere che esista un valore “naturale” di fondo, stabile, della concentrazione atmosferica di CO2; quest’ultima, d’altra parte, è andata incontro a drastiche variazioni nel corso della storia della Terra. Cinquantacinque milioni di anni fa, il suo valore superava le 1000 ppm. Circa 200.000 anni fa, quando comparvero gli esseri umani anatomicamente moderni, il carbonio atmosferico era pressappoco attestato su 225 ppm. Negli ultimi 10.000 anni, quando è entrato in essere quasi tutto quello a cui noi attribuiamo valore in relazione all’umanità e alle sue invenzioni, la Terra è rimasta notevolmente stabile rispetto a un’ampia gamma di indicatori. In particolare, fino a 250 anni fa, quando hanno cominciato a salire per effetto della rivoluzione industriale, le concentrazioni atmosferiche di diossido di carbonio sono variate tra le 240 e le 280 ppm. Quale conseguenza dell’azione umana, oggi abbiamo quasi raggiunto le 400 ppm, e se gli esseri umani dureranno quanto durarono i dinosauri, vi sono tutte le ragioni di aspettarci in futuro concentrazioni molto più estreme. Nel 1997 un prestigioso gruppo di scienziati pubblicò un articolo importante in cui gli autori valutavano l’impatto degli esseri umani sulla Terra. Secondo i loro calcoli, una frazione compresa tra un terzo e la metà delle terre emerse era stata trasformata dalle attività umane; il diossido di carbonio atmosferico era aumentato di oltre il 30 per cento dall’inizio della rivoluzione industriale; gli esseri umani avevano fissato più azoto di tutti gli altri organismi terrestri messi insieme e si erano appropriati di oltre metà di tutte le acque dolci superficiali accessibili; e circa un quarto delle specie aviarie del pianeta era stato spinto all’estinzione. Questo li aveva portati a concludere che «chiaramente viviamo in un pianeta dominato dagli esseri umani». La sfida che abbiamo di fronte non sta (soltanto) nel ridurre o nello stabilizzare la concentrazione atmosferica del diossido di carbonio, ma nel vivere in un rapporto produttivo con i sistemi dinamici che governano un pianeta in mutamento. Si tratta di una sfida nuova: sia perché l’umanità è giovane, sia perché oggi costituisce, in un modo senza precedenti, un’importante forza planetaria. Il cambiamento climatico antropogenico preannuncia un mondo nuovo in cui gli esseri umani sono diventati una forza dominante sui sistemi naturali della Terra. Nel riconoscere questo loro crescente dominio sul pianeta, alcuni scienziati ipotizzano che siamo entrati in un’èra geologica nuova, l’Antropocene: può darsi che il cambiamento climatico sia la prima sfida che essa ci pone, ma non sarà l’ultima. Quello che ci occorre è un’etica per l’Antropocene, e non solo per il cambiamento climatico: sarà nel mondo dell’Antropocene, infatti, che noi e i nostri discendenti dovremo vivere e trovare un significato.

 

Tratto da Il tramonto della ragione di Dale Jamieson, Treccani Libri, 2021

 

Immagine: Dhaka, Bangladesh, 21 luglio 2020: veicoli tentano di procedere lungo una strada allagata. Crediti: Sk Hasan Ali / Shutterstock.com

 

 


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