13 giugno 2020

Cinema

 

/'tʃinema/ s. m. [abbrev. di cinematografo, sull’es. del fr. cinéma], invar.

Molti dicono che sia nato nel 1895 dalla mente dei fratelli Lumière, per l’esattezza il 28 dicembre nel Salon Indien du Grand Café del Boulevard des Capucines a Parigi, ma in realtà dopo qualche giro di giostra su quel nuovo artificio tecnologico offerto dalla movimentazione delle immagini, la gente non voleva più saperne del cinematografo. È Méliès che qualche anno dopo si è preso cura di lui, che ne ha visto le potenzialità e lo ha fatto crescere, che lo ha amato capendo che le immagini senza una storia, un linguaggio e un’architettura economica non potevano essere il “cinema”. Méliès fondò nel 1896 la prima casa di produzione cinematografica, la Star film, costruì il primo studio e girò in un paio di decenni 4.000 pellicole, inventando il montaggio e gli effetti speciali. Ma spiegarne l’invenzione non esaurisce il tentativo di una definizione. Perché il cinema, forma abbreviata di cinematografo (kínēma ‘movimento’ e gráphō ‘segno’), non è solo una lanterna magica ma racchiude in sé una grande varietà di significati o meglio, come sovente mi capita di dire, di dimensioni.

La prima fa sicuramente riferimento all’espressione artistica delle immagini in movimento, capaci di raggiungere direttamente il sistema cerebrale di chi le guarda, evocando sensazioni ed emozioni profonde, e allo stesso tempo di esprimere la capacità astrattiva dell’artista che le ha prodotte. Vi è poi una dimensione industriale: ogni film porta con sé una piccola economia fatta di maestranze e competenze specializzate. Basti pensare che un set non troppo “pesante” è composto da almeno 40 persone e che queste debbono essere moltiplicate per tutte le produzioni che ogni anno il nostro comparto riesce a realizzare. Dalla produzione partono tutte le economie connesse alla filiera del cinema. Ogni euro investito nella produzione di un film ne genera altri 4: un moltiplicatore economico significativo. Si parla di centinaia di aziende solo in Italia, 61.000 lavoratori per le attività dirette, 172.000 attraverso l’indotto; 1.650 le strutture cinematografiche per 4.200 schermi. Vi è infine una dimensione sociale/comunicativa del cinema, oggetto di studio della scuola di Francoforte che evidenziò il pericolo dell’impatto che un mezzo così potente avrebbe potuto avere sulle masse (chissà cosa direbbero oggi Adorno e Horkheimer dei social). Perché questo mezzo ha effettivamente la forza di arrivare al pubblico in una maniera diversa rispetto agli altri medium. Il cinema racchiude e amplifica tutte le funzioni comunicative rintracciate da Jakobsòn trasformandole in un messaggio inedito ed unico, semplice e stratificato, immediato e profondissimo. Per questo negli anni il cinema è stato sì uno strumento di propaganda per i regimi totalitari, ma anche di intrattenimento per le spensierate nazioni occidentali del boom economico, ed ancora di approfondimento ed impegno politico per intere generazioni e poi ancora moda, territorio, identità.

Il primo a capire realmente che il processo comunicativo del cinema richiedeva necessariamente un ruolo attivo da parte del pubblico è stato probabilmente Edgar Morin. È lui ad aver parlato di «industria dell’immaginario» frutto dell’incontro tra la realtà e il desiderio collettivo, risultato della collaborazione tra chi produce e chi fruisce. Il cinema è quel luogo dove i significati condivisi assumono senso proprio grazie al processo dialettico tra industria culturale e pubblico. L’incontro tra invenzione e standardizzazione è la formula per l’industria di prototipi che è il cinema e su cui si reggono allo stesso tempo creatività e produzione.

Non potrei terminare questa definizione senza condividere una domanda, personale ma rivolta a tutti, che mi ha accompagnato durante queste settimane così particolari: cosa è il nostro cinema? È lo sguardo del Bell’Antonio catturato in un primo piano mentre accarezza la sua bella, è una donna che urla contro gli americani perché le hanno rovinato una figlia mentre un’altra perisce sotto i colpi dei tedeschi in una Roma di fine guerra. È un gruppo di scapestrati sul terrazzo di Dante Cruciani richiamati dalla parola “controllo”. È una coppia che vola a cavallo di una scopa su una magica Milano di inizio anni Cinquanta; sono un romano e un milanese che capiscono di essere italiani sotto le armi. È un adulto che ritorna bambino nella sua Sicilia, riguardando gli spezzoni censurati di un cinema che non c’è più. È un racconto che solo noi italiani possiamo capire a fondo, con le sue sfumature, pur mantenendo la capacità di raccontare al mondo, con semplicità, delle emozioni profondissime. È la magia dell’istante irripetibile, l’intuizione, l’urgenza del raccontare una storia che anche gli altri devono sentire. È la capacità di educare i sentimenti come solo la grande letteratura è stata in grado di fare, di ricordarci chi siamo, di guidarci, di dare un nome alle emozioni più difficili, quelle che rimangono sospese per un attimo al buio di una sala insieme ad altre persone. Perché il cinema è necessariamente anche quel luogo magico dove si condivide una storia. Durante questo periodo dove le produzioni italiane sono ferme e le sale sono chiuse, il cinema continua a vivere prepotentemente, ribellandosi ad una narrazione sovranazionale che sembra voler imporre il proprio modello, rinforzando la propria identità italiana. Non solo con la memoria dei film più belli, il cinema si palesa davanti ai nostri occhi, senza preavviso. Parlandoci con le immagini e col cuore. Perché il cinema è anche quel ragazzo con la chitarra che suona Morricone in una piazza Navona deserta al culmine dell’emergenza, in un tramonto struggente, capace di mostrarci tanta bellezza e tanta fragilità allo stesso tempo da rimanere senza parole, in una Roma simbolo dell’intero Paese, sgomenta e vuota mentre a Milano si muore. E subentra l’orgoglio per ciò che siamo stati e ciò che meritiamo di essere, uno sguardo diverso verso il futuro. Anche questo è il cinema e nonostante i cambiamenti e le difficoltà parla sempre ancora la stessa lingua universale e comprensibile a tutti.

 

* Amministratore delegato Rai Cinema


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