07 maggio 2012

Clima: la variabile plancton

Ci sono ancora molti punti interrogativi, nella scienza del cambiamento climatico. Non nel senso che il fenomeno in sé, e il contributo delle attività umane, sia in dubbio. Una mole impressionante di dati punta in quella direzione, e ormai anche i governi un tempo più restii ad ammettere il fenomeno, oggi dibattono al massimo su chi debba pagarne i costi e su come contenere il fenomeno. Le domande sono piuttosto sui molti fattori ancora da inserire nei modelli matematici che prevedono l'andamento futuro del clima, e che potrebbero mitigare o al contrario peggiorare gli scenari.

Un esempio è rappresentato da un articolo pubblicato questa settimana sulla rivista Science, a firma di Stephen Giovannoni e Kevin Vergin della Oregon State University negli Usa. I due hanno utilizzato i (pochi, per ora) dati disponibili per cercare di comprendere quale ruolo potrà giocare nel futuro equilibrio climatico il plancton: quella mobile e onnipresente massa di microorganismi, soprattutto batteri o alghe unicellulari, che popolano gli oceani e che hanno un ruolo fondamentale nei suoi equilibri chimici.

Il plancton è in fondo un colossale meccanismo di cattura dell'anidride carbonica. Una buona parte di esso è costituito infatti da alghe unicellulari, organismi vegetali che effettuano la fotosintesi (il processo usato dalle piante per produrre energia, usando la luce solare per scindere aqua e anidride carbonica) e quindi sottraggono anidride carbonica dall'atmosfera. Come spiegano i ricercatori, pur essendo responsabili di circa metà della fotosintesi sulla Terra, gli organismi che compongono il fitoplancton portano via una percentuale molto più piccola di anidride carbonica. Questo perché la loro azione è bilanciata da quella di altri tipi di plancton, quello di natura batterica che vive a profondità maggiori, che si nutre di quello stesso fitoplancton, finendo quindi per riciclare quella stessa anidride carbonica e per reimmetterla nell'atmosfera. Un parte del carbonio, d'altronde, non viene mai riciclata, ma finisce sul fondo dell'oceano, portata con sé dal fitoplancton che semplicemente muore e va sul fondo senza essere “consumato” dai suoi simili.

Il problema segnalato da Giovannoni e Vergin è che uno degli effetti del riscaldamento globale (che porta a un innalzamento delle temperature medie delle acque degli oceani) è di ridurre lo scambio tra strati di acqua più calda e più fredda, rendendo cioè più statica la circolazione verticale negli oceani. Questo, tra le altre cose, riduce la quantità di sostanze nutrienti che raggiungono la superficie, influenzando così il comportamento stagionale del plancton, le sue “fioriture” periodiche, spesso coloratissime, ben visibili dai satelliti.

Secondo Giovannoni e Vergin, il modo in cui cambierà l'equilibrio tra le diverse popolazioni di plancton negli oceani sarà determinante per amplificare o controbilanciare gli effetti dell'aumento di anidride carbonica rilasciata dall'attività umana. Ma al momento è ancora impossibile capire come. Per questo i due autori raccomandano di sviluppare sistemi e tecnologie che mettano a disposizione maggiori quantità di dati rispetto a quelli attuali (basati essenzialmente su spedizioni annuali di navi di ricerca in punti particolarmente “caldi” come il Mar dei Sargassi).

"Per capire cosa sta succedendo, abbiamo bisogno di nuovi strumenti che possano raccogliere informazioni continuamente e trasmetterle in tempo reale”, scrive Giovannoni. Che pensa soprattutto a distribuire negli oceani boe robotizzate, in grado sia di misurare costantemente le temperature, sia di campionare automaticamente le acque per monitorare le popolazioni di plancton attraverso analisi genetiche; ciò consentirebbe di avere un quadro più chiaro e inserire anche questa importante variabile nei modelli che cercano di spiegarci a che clima andiamo incontro. "Ma questa è scienza molto costosa, e richiede di essere pianificata con molto anticipo."


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