04 luglio 2021

Diario siciliano di un tempo perduto

 

È un Nino De Vita anomalo, almeno in parte, questo di Solo un giro di chiave (Il Palindromo, 2021). La prosa ha sostituito stavolta la poesia, e la lingua italiana ha preso il posto di quella siciliana. Non si tratta di uno scambio indifferente, né del tutto inedito. Lo scarto, il passaggio, si avverte, in termini di ritmo e di suono.

Eppure il poeta resta al suo posto, e la sua lingua vibra ancora di echi terragni, di asprezze e dolcezze siciliane, che appartengono a Cutusio, una delle oltre cento borgate marsalesi.

Non una prosa poetica, bensì una poesia che trapela dalla prosa, trapassa come una luce da una porta socchiusa, trovando uno spiraglio. Una poesia che si rivela in costruzioni sintattiche propriamente liriche, in certe parole antiche e incontaminate, che sono le parole dei nonni e di un sentimento atavico, in certe sintesi espressive.

La prosa – sostiene De Vita – è in grado di spiegare una situazione in modo più analitico e circostanziato. È questo il suo pregio e insieme il suo limite. La poesia invece arriva immediatamente al cuore del messaggio, al suo significato intimo, per una via espressiva più diretta.

Vi sono ragioni della poesia e della prosa, diverse e contrapposte, ma entrambe valide, autentiche. E ogni scrittore, ciascuno a suo modo, si orienta naturalmente per l’una o per l’altra, seguendo una propria vocazione.

“Io scrittore di versi, non ho il respiro del prosatore, e al prosatore manca la possibilità di risolvere, di chiudere, dando un solo giro di chiave”.

Chiudere, insomma, in modo risolutivo, con icastica perfezione. Sempre in una logica di infinite aperture, tuttavia. Cioè di nuove porte che si dischiudono e si richiudono in un continuo percorso di scoperta e di rivelazione.

Prosatore sui generis, De Vita ha un suo respiro narrativo autobiografico che è insieme laconico e di lunga durata, radicato nella memoria, ma che sempre si condensa nell’attimo esistenziale.

Il prosatore è il primo ad affacciarsi nella via dello scrittore marsalese. Poco dopo aver imparato a leggere e a scrivere, Nino De Vita inizia a comporre un suo lungo diario che si basa sull’osservazione degli uomini, della natura e soprattutto degli animali.

La poesia verrà dopo, intorno ai quindici anni, e dopo ancora la scelta di esprimersi in siciliano (i primi versi, confluiti in Fosse chiti, sono ancora in italiano).

L’apprendistato è un tempo di incubazione e di preparazione di alcuni intensi anni in cui si affacciano altre opzioni espressive (la musica, la pittura) che sono tentativi di una medesima ricerca, di un bisogno di dare voce alle inquietudini dell’anima.

Intanto il giovane De Vita legge accanitamente per vincere la solitudine, senza un fratello o una sorella. Divora libri e giornaletti, antologie scolastiche, si costruisce da sé una piccola libreria, un suo angolo personale di riflessione sulla parola. È in questo suo laboratorio che nasce la scrittura. Una strada senza sbocco, gli dice il padre, col buon senso e il pessimismo del contadino, per il quale la letteratura è uguale al gioco delle carte per cui sempre si perde.

La scrittura, atto creativo e libertario, è tuttavia un travaglio penoso. Un cucire e scucire e ricucire nuovamente parole, frasi, versi intorno a un tavolo operoso. Un tagliare, cancellare, incollare strisce che sembrano bende su un corpo ferito. Un infinito correggere che produce scarti, cartacce, avanzi di cui il padre, con amorevole solerzia, provvede allo smaltimento, alla combustione.

Diventano ceneri i ritagli, una volta espunti dal corpo letterario in nuce. Parole divorate da una specie di fuoco epuratore.

Ma le parole che sopravvivono costituiscono a poco a poco la sedimentazione di un discorso che si affianca alla vita, che la racconta e chiosa con duratura attenzione.

Sono versi che recuperano una lingua antica e ricordi e voci.

Il giovane De Vita, conseguito il diploma, ottiene di poter proseguire gli studi e di recarsi a Palermo per seguire i corsi universitari. Qui può coltivare più agevolmente il suo amore per i libri e i suoi interessi culturali. Conosce Enzo Sellerio a una mostra fotografica. E tramite Sellerio incontra Sciascia. Fra il timido giovane e il taciturno “professore” nasce presto un’amicizia, un sodalizio.

Sciascia non guida, e il giovane De Vita si offre di accompagnarlo talvolta, mettendo a sua disposizione l’utilitaria che gli ha regalato il padre.

Sono anni intensi e fondamentali per De Vita. Anni formativi. Poi subentrerà l’esperienza dell’insegnamento e la scoperta di un divario generazionale che ha ammutolito la voce ereditaria del dialetto, rendendola obsoleta e perfino talora incomprensibile. Il rapporto con gli alunni e i loro nuovi linguaggi fa affiorare parole, espressioni, modi di dire che sembravano irrimediabilmente perduti in un generale oblio culturale. Riemergono ora improvvisamente questi termini comunissimi e insieme desueti che appartengono alla civiltà agraria, al mondo di ieri. E reclamano di esistere, di annullare la condizione anacronistica che li ha emarginati.

E così pure il dialetto ricompare invincibilmente anche in questa prosa memoriale di De Vita in cui dentro l’ovvia normalità delle parole italiane s’intrufola di soppiatto un termine dialettale, estraneo quanto familiare: per esempio il bùmmulo, che rivendica la propria insostituibile specificità (non è l’otre, né la borraccia né alcun altro recipiente per l’acqua).

E insieme alle parole, alla lingua, riaffiora dal suo abisso un pensiero remoto che si supponeva scomparso e che invece risiedeva ancora nell’anima, come se dormisse.

Resuscitare in lui la voce naturale non è un’impresa scontata (come non lo è trarre inchiostro e scrittura dai fiori di papavero). È in qualche modo un miracolo, l’alchimia della poesia, che in questa operazione di recupero e trasfigurazione dimostra la sua funzione vitale, la sua perenne attualità.

E insieme la sua verità, che prescinde anche dalla corrispondenza fattuale, e la sua utilità, contrapposta all’utilitarismo volgare della politica e alla retorica del suo “teatro”.

Diario intimo e pudico, di formazione culturale e umana, Solo un giro di chiave rievoca personaggi del mondo contadino insieme a figure intellettuali di grande rilievo, come Consolo e Bufalino, raccontati per minuzie aneddotiche apparentemente marginali, ma che restituiscono tutto il sapore di un tempo perduto.

 

Nino De Vita, Solo un giro di chiave, Il Palindromo, 2021.

 

Immagine: Siracusa. Barche da pesca nell'isola di Ortigia. Crediti: Andrii Shnaider / Shutterstock.com

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