16 luglio 2012

Ecco il vero Sandokan

Il centesimo anniversario della morte di Emilio Salgari, celebrato l’anno scorso, ha rappresentato l’occasione per una vivace ripresa dell’interesse nei confronti dell’autore del Corsaro Nero, testimoniata da numerose riedizioni delle opere maggiori, dalla comparsa di diversi studi monografici e dalla pubblicazione del romanzo di Ernesto Ferrero – a metà strada tra biografia e invenzione – Disegnare il vento. L’ultimo viaggio del capitano Salgari (Torino, Einaudi, 2011). L’importanza dei romanzi salgariani come ‘letture degli Italiani’, del resto, veniva contemporaneamente attestata dall’inclusione di uno di essi nel volume Libri d’Italia (1861-2011), curato da Carlo Ossola nella collana dei Classici Ricciardi (Roma,Istituto della Enciclopedia Italiana, 2011). Accanto e prima del Salgari narratore ‘per ragazzi’ che tutti conosciamo, c’è però un altro Salgari, dai toni più cupi e maturi, che varrebbe la pena riscoprire, anche perché l’alternativa riguarda proprio il personaggio più conosciuto e amato tra i molti eroi salgariani: Sandokan. Il primo romanzo ad avere come protagonista il celebre capo dei pirati della Malesia è, come tutti sanno, Le tigri di Mompracem (Genova, Donath, 1900), accolto nel canone salgariano come primo episodio del “ciclo della jungla”. Di quest’opera esiste una prima versione molto diversa, intitolata La tigre della Malesia e pubblicata in 150 puntate sulla «Nuova Arena» di Verona tra l’ottobre 1883 e il marzo 1884 (per l’edizione in volume bisognerà attendere oltre un secolo: La tigre della Malesia. Versione originale de Le tigri di Mompracem, prefazione di R. Fioraso, Torino, Viglongo, 1991). La stesura originaria del romanzo è notevolmente più lunga e presenta una trama più organica e meglio strutturata rispetto alla versione definitiva, che risente di un adattamento un po’ frettoloso al pubblico giovanile cui si rivolgevano le edizioni di Antonio Donath: adattamento di cui si avvertono le tracce in positivo soprattutto negli inserti di carattere didascalico (in un passo Salgari spiega ai suoi lettori come si può accendere un fuoco “senza aver bisogno di zolfanelli”) e nell’aggiunta di episodi di taglio propriamente avventuroso, nei quali fanno la loro comparsa animali esotici (in una scena si assiste a un furioso combattimento tra una pantera e un orango), ma anche nella valorizzazione del personaggio di Yanez e dei suoi astuti stratagemmi, e in un maggiore sviluppo delle scenette a carattere umoristico. La differenza più interessante, tuttavia, riguarda la personalità di Sandokan, che, pur restando beninteso l’eroe positivo del romanzo, presentava originariamente tratti di straordinaria ferocia e crudeltà, in gran parte espunti – o almeno fortemente ridimensionati – nella versione ‘canonica’. Basti leggere questo passo della presentazione del protagonista (peraltro interamente cassata nella stesura definitiva): “Da dove mai era uscito questo terribile uomo, che alla testa di duecento tigrotti, non meno intrepidi di lui, aveva saputo in poco volger d’anni farsi una fama sì funesta? Nessuno lo avrebbe potuto dire. I suoi fidi stessi lo ignoravano, come ignoravano pure chi egli si fosse. [...] A ogni modo si sapeva che egli era il più terribile e il più capriccioso dei pirati della Malesia, un uomo che più di una volta era stato visto bere sangue umano, e, orribile a dirsi, succiare le cervella dei moribondi. Un uomo che amava le battaglie le più tremende, che si precipitava come un pazzo nelle mischie più ostinate dove più grande era la strage e più fischiava la mitraglia; un uomo che, nuovo Attila, sul suo passaggio non lasciava che fumanti rovine e distese di cadaveri”. L’eroe di tanti romanzi – e del celebre sceneggiato televisivo degli anni Settanta – non era insomma in origine quale lo descriverà Yanez all’amata e innamorata Marianna nella stesura finale dell’opera: “un vendicatore che piange sovente sua madre, i suoi fratelli e le sue sorelle caduti sotto il ferro degli assassini, un vendicatore che mai commise azioni infami, che rispettò in ogni tempo i deboli, che risparmiò le donne e i fanciulli, che saccheggia i nemici suoi non per sete di ricchezza, ma per levare un giorno un esercito di prodi e riacquistare il perduto regno”. Se ci si volge alla contemplazione delle origini, dell’inizio di tutto, quello che ci si trova di fronte è viceversa un Sandokan spietato, sanguinario e addirittura cannibale, che ama bere il sangue e succhiare il cervello dei propri nemici, protagonista di un romanzo dalle tinte assai più forti, dai contenuti più violenti – e caratterizzato allo stesso tempo da un più solido impianto narrativo e da un tessuto espressivo più ricco – rispetto a quello che sarebbe stato conosciuto dalle molte generazioni dei lettori di Salgari. D’altra parte, se fosse rimasto il crudele assassino delle origini, probabilmente Sandokan non sarebbe divenuto l’eroe così amato da tanti ragazzi, né ci si sarebbe forse spinti a vedere in lui, come si è voluto fare soprattutto in America Latina, un simbolo degli ideali antimperialisti e anticolonialisti.


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