17 aprile 2021

La fine dell’amore, di Eva Illouz

Entrati ormai nella terza decade del XXI secolo è possibile sviluppare una critica della libertà in quanto valore assoluto – nel senso di non vincolato ad una più vasta rete di parametri etici e normativi – e superiore a tutti gli altri valori di una determinata società? Ed è forse lecito, se non persino doveroso, elaborare questo genere di riflessioni proprio nel contesto di quelle società che si possono fregiare del prestigioso titolo (peraltro non di rado frutto di una disinvolta auto assegnazione) di liberaldemocrazia occidentale? Posta in questi termini la domanda sembrerebbe decisamente provocatoria – e la risposta attesa all’interrogativo di cui sopra si sarebbe inclini a ritenere suoni come un «no» tanto perentorio quanto scandalizzato.

Eppure, questo è esattamente ciò che sostiene nell’introduzione al suo ultimo saggio la sociologa israeliana Eva Illouz. La fine dell’amore – questo il titolo di uno studio che si candida a divenire un classico della disciplina – prende infatti le mosse dalla constatazione che una riflessione di tal fatta, quando ha per oggetto la deregolamentazione dei mercati, è ormai divenuta all’ordine del giorno. Non solo: ma a portarla avanti tanto con vis polemica quanto con argomenti cogenti non sono stati solo intellettuali «sospetti» (come il geografo David Harvey, noto estimatore di Marx e dichiarato socialista), ma anche illustri economisti (da Krugman a Stiglitz). Che la politica se ne renda conto o meno, appare infatti sempre più chiaro che, nella società del capitalismo avanzato, la parola d’ordine della libertà ha finito per tradursi nella codificazione normativa (e nella canonizzazione morale) della più svergognata assenza di regole di qualsivoglia sorta. Gli effetti di questo fenomeno sono sotto gli occhi di chiunque abbia il coraggio di guardarsi intorno e l’onestà intellettuale di vedere quello che c’è da vedere: sperequazioni rampanti, malcontento sociale diffuso, pulsioni xenofobe sempre più difficili da controllare e infine una crisi ecologica che minaccia alla (nemmeno troppo) lunga di mettere a serio repentaglio l’esistenza della specie umana in quanto tale, o per lo meno per come la conosciamo.

A fronte di ciò, sostiene la sociologa israeliana, non si capisce per quale motivo non sia lecito estendere il campo d’azione di tale critica alla sfera delle relazioni sentimentali. Ciò appare tanto più inderogabile in virtù del fatto che uno dei tratti distintivi di quella che la Illouz definisce la «modernità iperconnessa» appare sempre più chiaramente la traduzione in termini esplicitamente sessuali(zzanti) di pressoché qualsiasi esperienza della vita non solo affettivo-erotica, ma anche sociale nel suo senso più ampio.

Si tratta, a ben vedere, di un’ipostasi aggiornata al tempo di Instagram (e Tinder) della dimensione «liquida» del capitalismo avanzato scoperta anni fa da Zygmunt Bauman: ciò che importa tuttavia notare, osserva la Illouz, è che alcuni dei processi analizzati da Bauman (e altri, sui quali la ricerca della studiosa si concentra da ormai vent’anni) stanno contribuendo in modo radicale e ad una velocità sconosciuta a ridefinire le categorie stesse della vita sentimentale, con effetti che vanno ben al di là della (sia pur tutt’altro che trascurabile) crescita esponenziale di depressione e senso di solitudine, arrivando addirittura a influire sulla demografia di intere nazioni.

Si deve da tutto questo dedurre che «si stava meglio quando si stava peggio»? Naturalmente no: allo stesso modo, osserva sarcasticamente l’autrice, in cui la critica all’economia del precariato spacciato per promozione dell’intrapresa personale (si veda a questo proposito, tanto per fare un esempio, il raggelante Sorry we missed you di Ken Loach) non implica un’apologia dei kolchozy, una riflessione critica sulla trasformazione della vita affettiva in un mercato senza più regole di sorta e dettato dalla sola legge della competizione sessuale non deve essere interpretato come un manifesto per il ritorno al mondo descritto, peraltro criticamente, in Anna Karenina.

Si tratta, semplicemente, di prendere coscienza della dimensione sociale di una serie di fenomeni che si tende solitamente – e non da ultimo in virtù delle esigenze di quello stesso sistema economico che tali fenomeni ha creato – ad affrontare dal punto di vista individuale, con il che precludendosi allo stesso tempo qualsiasi possibilità di comprendere le dinamiche oggetto di studio da parte della Illouz, per non parlare della capacità di risolverne le aporie più drammatiche.

La tesi di fondo dell’intero studio è tanto limpida quanto dirompente (si veda lo stringato ma informativo sommario dell’opera a p. 22): da un paio di decenni viviamo in un contesto nel quale l’emancipazione della sessualità da qualsiasi sfera normativa e l’evoluzione in senso mercatistico delle interazioni a sfondo (lato sensu) erotico hanno fatto sì che – scrive la Illouz a p. 182 – l’individualità sessuale, quella tecnologica infine la sua declinazione consumistica si siano ormai «allineate in un’unica, potente matrice, relativamente dissociata dal sé emotivo. L’individualità al centro di questi processi è allo stesso tempo oggettificata e oggettificante».

La conseguenza più immediata di tale fenomeno è la diffusione pervasiva di quella che l’autrice definisce una «incertezza ontologica» dei soggetti (soprattutto femminili) postmoderni. Essi sono infatti ormai costretti a competere in un’economia neoliberista (e sempre più saturata, il che accresce a dismisura la ferocia della concorrenza e l’ansia esistenziale che da essa risulta) delle relazioni sessuali. In secondo luogo, questo tipo di economia dei sentimenti costringe le donne a investire capitale sessuale in cambio di riconoscimento sociale, tanto simbolico quanto materiale, impedendo però a questo stesso capitale di realizzarsi interamente.

Tra le ragioni di tale apparente paradosso (si tratta di un esproprio «con altri mezzi» della marxiana produzione di plusvalore) vi è il fatto che, nonostante decenni di lotta per la parità di genere, i criteri determinanti per l’attribuzione di valore (una nuova forma di capitale) all’interno del mercato sessuale globalizzato costituiscono ancora un monopolio pressoché esclusivamente maschile. Da ciò consegue che sia ancora pressoché soltanto prerogativa degli uomini (i consumatori) attribuire il valore (e ciò nonostante siano proprio le donne che quel capitale producono).  

Tutto questo implica, prosegue la sociologa, che siano gli uomini a poterne determinare la svalutazione, per esempio mediante l’importanza decisiva attribuita a una serie di categorie transeunti e parziali (frutto di una «parcellizzazione del corpo», evidente nei parametri che stabiliscono cosa sia o non sia sessualmente attraente agli occhi del pubblico, maschile e spesso anche femminile, occidentale), la capacità di definire in toto il valore di una persona: istruttivo è a questo proposito il micidiale, nella sua lucidità, paragrafo al centro di p. 183, che riflette sulla natura sovradeterminata – principalmente da logiche di carattere economicistico nella sua declinazione neoliberista – dell’incertezza ontologica sopra menzionata.

La dimostrazione di tale tesi consta di sei capitoli (più una conclusione) tanto densi quanto appassionanti, corredati di una serie sterminata di esempi (la base empirica della ricerca è data da 92 interviste condotte con uomini e donne di 5 nazioni diverse e delle fasce d’età più disparate) e sorretti da due pilastri teorici che fanno del volume un capolavoro di rigore scientifico e un’avvincente esperienza intellettuale. Essi sono, da un lato, una versione radicale ma estremamente intelligente della teoria femminista, dall’altro, la panoplia sociologica e storicista di impronta marxista, che nelle pagine della Illouz dimostra tutto il proprio infinito potenziale ermeneutico, con buona pace di quanti avevano festeggiato, forse un po’ troppo prematuramente, la morte – se non anche di Dio – di certo del filosofo e dei suoi discendenti.

Si tratta, lo si sarà intuito, di un libro di importanza cruciale (nonché – se letto attentamente e se si è disposti a trarre in maniera conseguente tutte le sue, svariate, implicazioni, profondamente sovversivo) per comprendere in che modo l’ideologia di libertà intesa individual(istica)mente e in termini assoluti (nel senso di cui sopra) alla base della società postindustriale del «capitalismo scopico» (p. 186) stia trasformando, con effetti non di rado profondamente disturbanti sia per i singoli sia per la società nel suo insieme, il mondo nel quale viviamo. Ciò diviene tanto più chiaro a chi abbia avuto modo di prendere familiarità con un’opera come Il capitalismo di sorveglianza (2019) di Shoshana Zuboff, il quale a sua volta si farebbe bene a consultare tenendo a mente la riflessione portata avanti ne La fine dell’amore.

Come se ciò non fosse di per sé sufficiente, la Illouz non si limita alla descrizione, ma compie senza meno il passo successivo e alla prima unisce una penetrante analisi dei dati da lei raccolti in quasi trent’anni di ricerca, con ciò offrendo tanto alle donne quanto – varrebbe la pena sottolinearlo con una certa enfasi – agli uomini una pletora di validissime ragioni per invertire la rotta, adesso e nel modo più radicale possibile.

La ragione di ciò, come aveva già osservato – benché in un contesto diverso – Leopardi, va rinvenuta nel fatto che un sistema del genere, il quale è strutturalmente fondato sullo sfruttamento e sulla sofferenza non è affatto imperfetto (il che lascerebbe intendere che sarebbe, se solo lo si volesse, riformabile dall’interno): esso è al contrario cattivo, e di conseguenza va accettato per quello che è oppure abbattuto dalle fondamenta e smantellato. Tertium non datur.

Dopo un’opera del genere, in buona sostanza, qualora nulla dovesse cambiare (o come è già avvenuto in innumerevoli occasioni, nel caso in cui dovesse cambiare tutto affinché nulla cambi), sarà perché la maggioranza silenziosa avrà voluto così. Una volta di più si sarà scelta la sperequazione (unita a un notevole campionario di ingiustizie e fenomeni di abbrutimento che si è costretti a definire criminali per mancanza di un termine maggiormente adeguato) quale fondamento del nostro vivere sociale e dunque della costruzione dei nostri rapporti: a la santé du monde libre (si veda il cap. 5, pp. 186-235, che non a caso si intitola «una libertà dai molti limiti»).

Come cantava il poeta, «provate pure a credervi assolti, siete lo stesso coinvolti».

 

Eva Illouz, La fine dell’amore. Sociologia delle relazioni negative, Torino, Codice Edizioni, 2020, pp. 361

 

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