1 febbraio 2021

ACT. Fuori era primavera

“Fuori era primavera”. Voglio titolare così la mia riflessione su come il Coronavirus ha influenzato il mondo delle arti e come l’universo audiovisivo è mutato dopo la pandemia. Fuori era primavera, come suona il titolo del film di Gabriele Salvatores, una sorta di “film partecipato” che monta, con un filo rosso molto autoriale, vari corti prodotti dalla gente comune durante il primo lockdown. Ne viene fuori un’opera commovente, drammatica ma alla fine piena di speranza, che documenta le emozioni di quella primavera; emozioni che stiamo vivendo ora, all’epoca della “seconda ondata” (sembra un termine da storia del cinema), con accenti e sentimenti diversi.

Il film di Salvatores dimostra come il cinema (inteso in senso lato) abbia sentito il bisogno di rappresentare il mondo – per parafrasare Marquez – ai tempi del “corona”. È mutato l’immaginario collettivo, sono cambiate – come in una mutazione genetica, penso a La jetée di Marker – le immagini quotidiane, con le folle mondiali munite di mascherine.

Si è trasformato il modo stesso di veicolare le immagini: penso ai film che non escono al cinema, per via della chiusura delle sale, e che vengono distribuiti – facendo di necessità virtù – sulle piattaforme on-line (Netflix, Sky, Amazon ecc.). Tutti ci siamo precipitati a vedere in sala Tenet, il film di Nolan che voleva fare i conti col grande schermo; un prodotto che, dopo la chiusura delle sale, naviga sulle piattaforme. Siamo riusciti a vedere in sala per pochi giorni, se non ore, Cosa sarà di Francesco Bruni, che ha chiuso una Festa del Cinema di Roma celebrata nel deserto dei tappeti rossi (un film con cui lo sceneggiatore e regista fa i conti con la sua propria malattia, un po’ come aveva fatto Moretti in Caro diario).

Ma tanti sono i film che sono “migrati” verso la Rete: voglio citare qualche italiano, come Simple Women di Chiara Malta, con Jasmine Trinca, un film selezionato al Toronto International Film Festival e poi a Torino; Guida romantica a posti perduti di Giorgia Farina, ancora con Jasmine Trinca; i film “di genere” La belva di Ludovico Di Martino (con Fabrizio Gifuni) e Weekend di Riccardo Grandi (con Alessio Lapice). Esce direttamente su piattaforma il nuovo film di Sydney Sibilia dopo la serie degli Smetto quando voglio: L’incredibile storia dell’isola delle rose.

Il comparto dell’audiovisivo, come quello delle performing arts, è in crisi, e questo si riflette e si rifletterà sulla distribuzione e sull’esercizio: è difficilissimo organizzare un set con l’incubo dei continui tamponi, tenendo impossibili distanze di sicurezza (come fanno gli attori, come fa il reparto fotografico, a “tenere la distanza”?). I lavoratori dello spettacolo sono fermi, dilaga la disoccupazione in un settore fondamentale dell’industria dell’entertainment.

Ma il virus ha anche creato una nuova “estetica”: i festival, i convegni, le conferenze, le lezioni universitarie avvengono sull’“interfaccia” del desktop di un computer, creando inquietanti ma anche affascinanti icone che ricordano le arti elettroniche. Trionfa l’estetica dello split screen, che avevo apprezzato in un noto documentario realizzato ‒ in tempi non sospetti ‒ da Costanza Quatriglio, che raccontava la morte di un uomo in un ospedale psichiatrico attraverso le telecamere di sorveglianza; componendo un puzzle visionario che aggiungeva una riflessione metalinguistica ed estetica alla stessa composizione dell’inquadratura, “frantumata” in un puzzle di sottoschermi.

Il virus ha imposto una ri-organizzazione dei mediascape. Penso a due ambiti che hanno dovuto fare i conti con nuovi metodi di comunicazione e di veicolazione dell’immagine: la scuola (e l’università) e i festival. La didattica a distanza (dilaga l’acronimo DAD) impone un ripensamento del rapporto con l’allievo: si perde il rapporto diretto, con lo sguardo, coi gesti del corpo del discente, ma si acquista anche una maggiore esigenza di chiarezza, di sintesi, di reciproca attenzione. Ho scoperto durante il lockdown le molte possibilità di “zoom”, di “teams”, di meet”, che se prima erano un’opzione ora diventano un obbligo. Lo schermo del computer “raffredda” il rapporto emozionale con lo studente, ma permette l’esperienza nuova della “condivisione”. Lo “screen sharing” permette di condividere con lo studente (o con qualsivoglia referente) il proprio schermo, e dunque il proprio “archivio” (i file personali, ma anche YouTube e l’intera rete). È un enorme “database” che studiosi come Manovich avevano prefigurato e analizzato. Ma pochi hanno ancora studiato, anche qui, la nuova estetica che emerge dalle icone di chi partecipa: delle “icone senzienti”, parafrasando la formula coniata da Montani per i “corpi”. Qui si dissolvono nel web i “corpi senzienti”, ma restano delle “icone senzienti”, delle immagini sintetiche (nella molteplice accezione) che spesso sono personalizzate in modo interessante. Oppure, a volte, lo schermo del computer si popola di abbreviazioni, di icone letterali che nascondono volti e corpi.

Nella didattica a distanza e grazie alla condivisione ho potuto innescare interessanti dinamiche produttive con gli studenti: con un gruppo di allievi di un college americano in Italia, che erano precipitosamente tornati negli USA per la paura del Covid allora nelle fasi preliminari, ho potuto raccogliere dei diari del lockdown sulle due sponde dell’Atlantico: gli studenti italiani e gli studenti americani raccontavano, ognuno a casa propria, l’esperienza della pandemia. Con un cellulare o con una macchina fotografica, da un lato o dall’altro dei continenti, ma con la possibilità di agire “in diretta”. Alla fine, le miniopere raccolte (e montate insieme secondo tematiche ricorrenti) costituiscono un repertorio filmico inedito; simile a quello che Salvatores ha fatto in modo più sistematico e con una esperienza pregressa di lavoro sull’immaginario collettivo. Come nel film di Salvatores, sono antropologicamente interessanti le – inevitabili – situazioni ricorrenti: il cucinare, il correre in solitudine, la solitudine tout court, i terrazzi, i dirimpettai, le canzoni, gli slogan ottimistici, le mascherine e le maschere.

Alfabetizzazione dei “nativi digitali” e pandemia hanno creato a volte dei circoli virtuosi, aggiungendo e non sottraendo creatività, facendo delle limitazioni geografiche e spaziali delle enormi potenzialità di “spazio” alla fantasia e alla riflessione.

Un fenomeno simile è avvenuto nei festival di cinema: impossibilitati a organizzare eventi dal vivo, stante la chiusura di cinema e teatri, i festival hanno dovuto inventare nuove formule: trasformare le singole proiezioni da eventi singoli a minidistribuzioni on demand su piattaforma; moltiplicare le master class e gli incontri con i sopracitati sistemi (“zoom” ecc.), mescolare le manifestazioni, far proliferare – anche stavolta – gli schermi, accostando le icone degli ospiti con quelle dei commentatori e con il film veicolato (i termini “proiettato” o “trasmesso” non funzionano più).

È prevalsa la logica del “concerto”, rispetto all’evento del solista. Nella didattica on-line, nei festival on-line, nei convegni e nelle conferenze, nelle presentazioni e nelle riunioni, si è dovuto “concertare” piuttosto che lasciare all’azione individuale. È entrata in crisi la lezione frontale a favore di un dibattito con reciproche “condivisioni”; è entrata in crisi la presentazione dell’autore in favore di uno scambio di immagini e magari di “schegge” di film e di immaginario.

Siamo dunque all’inizio di una riflessione profonda su un annus horribilis dopo il quale saranno cambiati il mondo e la sua percezione; un anno che cambia profondamente l’estetica del digitale, la “rilocazione” dell’esperienza filmica, gli ambienti mediatici in cui la fruizione dell’audiovisivo avviene. Non si tratterà solo di analizzare come il cinema “espanso” (lungometraggi e corti, film di finzione e documentari, video e videoclip, videogiochi e advertisement ecc.) ha “rappresentato” e rappresenterà l’immaginario del Coronavirus, ma di capire come esso ha mutato la percezione del mondo e delle arti visive, ha dotato l’Homo sapiens di nuovi strumenti senzienti e modelli di comunicazione; come la pandemia ha creato una nuova estetica, accanto a nuovi modelli di comportamento: ai saluti col gomito e le mascherine corrispondono le icone del desktop, quella dissoluzione dei corpi (“beam us up” – ordinava il capitano Kirk in Star Trek), quell’esplosione dei corpi tele-trasferibili dalla AI. Non a caso sia i film che le serie televisive avevano preceduto di anni la reale irruzione del virus (penso a L’esercito delle 12 scimmie, o Virus letale), accoppiando le ossessioni catastrofiche con l’idea fissa di un “corpo” che trasmigra nel tempo e nello spazio: Sense8 delle sorelle Wachowski, o The Umbrella Academy, o le tante serie Netflix (et similia: The Dark) che giocano sul teletrasferimento, sul viaggio nel tempo, magari nell’irruzione dentro la “logica di un videogame” (la citazione di Warren Buckland è voluta): cito per tutti la saga di Jumanji e una celebre puntata di Dark Mirror, degno precursore di una “poetica della pandemia”.

 

Bibliografia per approfondire

L. Manovich, Database as a symbolic form, in Convergence, 5 (2), 1999, pp. 80-99

S. Turkle, La vita sullo schermo, Apogeo, Milano 2005

P. Montani, Tecnologie della sensibilità: estetica e immaginazione interattiva, Raffaello Cortina, Milano 2014

M. Carbone, Filosofia-schermi. Dal cinema alla rivoluzione digitale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2016

S. Turkle, Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, Einaudi, Torino 2019

 

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Immagine: Inquadratura di uno schermo di un team in conferenza virtuale durante la pandemia di Covid-19. Crediti: Cabeca de Marmore / SHutterstock.com

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