14 giugno 2021

“Sicilia lombarda”: la parlata galloitalica di San Fratello

 

Ha dato i natali a San Benedetto il Moro, ai nonni di Al Pacino e alla famiglia Craxi (di questo non tutti vanno fieri). Ci è passato pure Mussolini nel 1924. A San Fratello, Comune di 4.000 anime sui Monti Nebrodi, in Provincia di Messina, ci sono storie di ogni genere. Ma qui la decadenza tipica del borgo italiano che scompare e il centro storico fantasma fanno da cornice a ciò che meglio racconta questa località montana: la parlata galloitalica, «una lingua inintelligibile più della favella di Satanasso», come la descrisse il filologo ottocentesco Lionardo Vigo.

Il cartello di ingresso del paese, 6 febbraio 2021 (foto di Andrea Musicò)

«Quando arrivai qui per lavoro, non avevo idea che esistesse questo dialetto», racconta Raffaele Trimarchi, il postino del paese, pendolare da un Comune a 60 km di distanza. Come accadde a lui, moltissimi siciliani ne ignorano l’esistenza. A poco è servito inserire il galloitalico nel Registro delle eredità immateriali della Sicilia e nella legge regionale 9/2011 per la valorizzazione del patrimonio linguistico. Finora quest’alloglossia in decadenza non ha avuto strumenti adeguati per promuoversi.

 

«Sapevo che da qualche parte ci fosse una commistione tra il siciliano e altre lingue, ma non così strana e dal suono settentrionale», prosegue il postino. San Fratello, infatti, è il centro più rappresentativo della cosiddetta “Sicilia lombarda”. Quest’insieme di 14 Comuni, sparsi tra le Province di Enna e Messina, dove si trova ancora la parlata galloitalica, è ciò che rimane della migrazione di nuclei alto-italiani avvenuta tra l’XI e il XIII secolo, durante la dominazione dei Normanni. Questi ultimi ne favorirono il trasferimento in Sicilia per contrastare la presenza araba dell’isola. Così vi giunse il galloitalico, originario non solo della Lombardia, ma anche di Piemonte Liguria ed Emilia-Romagna.

 

Trimarchi è arrivato a San Fratello nel 2010, poco dopo la frana di febbraio che ha fatto evacuare circa 1.500 persone, facendo riaffiorare nella memoria collettiva i tempi bui che il paese vide nel 1922, quando una frana ancora più disastrosa lo mise in ginocchio (e per cui due anni dopo l’allora “Duce” venne a visitarne le condizioni). «Trovai un paese depresso, ma cominciando a parlare il dialetto vidi che regalavo sorrisi alla gente, soprattutto agli anziani».

 

La storia di San Fratello e della sua lingua si intreccia, in parte, con le frane. Quella del secolo scorso ne uccise l’economia e lo sviluppo urbano e, poiché in migliaia dovettero trasferirsi altrove, diminuì anche il numero dei parlanti in dialetto. Ma allo stesso tempo «la frana riunì i sanfratellani», spiega Giuseppe Foti, sanfratellano anche lui, linguista e autore di un vocabolario del galloitalico di San Fratello in fase di preparazione. «Nel paese rimasero i più poveri, che non potevano permettersi di trasferirsi e che parlavano galloitalico come prima lingua, ma rimasero soprattutto per la forte motivazione identitaria. Ad andarsene furono i ceti più elevati, che prediligevano il siciliano, ritenuto più prestigioso fino alla diffusione dell’italiano negli anni Cinquanta».

 

Anche questo ha contribuito a mantenere più autentico il galloitalico di San Fratello, insieme alla posizione geografica isolata, la proficua produzione letteraria in dialetto e all’ostinato attaccamento alle tradizioni. «I sanfratellani soffrono se non possono celebrare le proprie feste, come è accaduto in tempi di pandemia con quella dei Giudei, la più tipica», prosegue Foti.

Nel centro città un dipinto raffigura il costume tipico della festa dei Giudei, 6 febbraio 2021 (foto di Andrea Musicò)

La resilienza dei sanfratellani, dunque, nel tempo è divenuta resistenza linguistica, tanto che, a proposito della persistenza del galloitalico a San Fratello, il dialettologo Giovanni Tropea già negli anni Settanta parlò di «granitica compattezza e gagliarda vitalità».

 

Trimarchi sembra aver preso ispirazione da quest’ultima. «Dopo anni, se ancora non mi sono stancato del mio lavoro è per lo stimolo di venire a San Fratello e sentirmi in un’isola nell’isola, condendo le mie giornate parlando sanfratellano».

 

«Perché prima lo chiamavano solo così il galloitalico: sanfratellano», racconta Raffaella Nardone, lombarda d’adozione per oltre quarant’anni, che dopo la pensione si è trasferita nel paese insieme al marito nativo del luogo. Lei ha scoperto a Milano questo dialetto, ma pensava che fosse di origine meridionale «perché lo parlavano mio marito e tutti i suoi parenti sanfratellani emigrati in Lombardia. Per me era una cosa dell’altro mondo, completamente diverso da quello che sentivo parlare dai tanti altri siciliani che conoscevo al Nord».

Raffaella Nardone racconta a un visitatore da Palermo la sua scoperta del galloitalico, 6 febbraio 2021 (foto di Andrea Musicò)

Questa parlata ha infatti un substrato celtico e mischia elementi francesi e siciliani alla fonetica lombarda. Secondo Foti, «fino agli ’80 i sanfratellani dicevano di parlare una “specie di francese”. Il termine “galloitalico” è giunto dopo, con la diffusione degli studi accademici sul dialetto».

 

Oggi a San Fratello il diffuso trilinguismo italiano – siciliano – galloitalico non di rado gioca sfavore di quest’ultimo. Nel centro storico quasi del tutto abbandonato, ostaggio dei disastri idrogeologici passati, è più facile sentir parlare i pochi rimasti in “sanfratellano” più autentico, non lontano dalla distrutta chiesa di San Nicolò, dove l’edera si insedia tra i mattoni rossastri da quasi un secolo. 

Case abbandonate nel centro storico, 6 febbraio 2021 (foto di Andrea Musicò)

Al bar Italia invece, nella parte nuova del paese, si ritrovano i giovani. Da un lato loro, seduti vicino l’insegna pacchiana del locale, che il galloitalico lo capiscono ma lo praticano poco o male, e che in famiglia parlano italiano o siciliano. E sul marciapiede opposto un gruppo di muratori della precedente generazione. «Se dovessi rivolgermi a loro, lo farei in siciliano, ma loro risponderebbero in “sanfratellano”. È come una mediazione», spiega Alfio Lo Balbo, avventore ventenne del bar.

 

A settembre 2020 è stato presentato al Senato un disegno di legge (S. 1940), a firma di Fabrizio Trentacoste, per l’inserimento del galloitalico di Sicilia tra le minoranze linguistiche riconosciute e tutelate dalla legge nazionale 482/1999. La proposta è ancora all’inizio del suo iter, ma in passato simili iniziative sono fallite, nonostante secondo Foti «il mondo accademico è ormai unanime nel ritenere questo dialetto una vera e propria minoranza, che conta circa 60mila parlanti e che, ad esempio, vive le stesse condizioni delle lingue tedescofone del Trentino-Alto Adige (già ufficialmente riconosciute), che sono molto diverse dalle quelle parlate nelle zone limitrofe».

Coniugazione del verbo “andare”, dal Vocabolario del dialetto galloitalico di San Fratello di Giuseppe Foti

Immagine di copertina: San Fratello (ME), sui Monti Nebrodi, 6 febbraio 2021 (foto di Andrea Musicò)

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