12 maggio 2021

La geopolitica del Caucaso russo, di Giuliano Bifolchi

 

Nell’estate 2011, l’ingaggio faraonico (20 milioni di euro annui) del calciatore camerunense Samuel Eto’o da parte di una sconosciuta franchigia russa contribuì in maniera sostanziale a dirottare l’attenzione del grande pubblico, in Europa e non solo, su una regione del mondo (il Daghestan) e sulla sua capitale Makhačkala (Махачкала/МахIачхъала /Магьачкъала, ufficialmente insignita del prestigioso titolo di città più brutta del mondo e sede del club ‒ l’Anži (Анжи) ‒ che si era appena accaparrato le prestazioni di uno dei protagonisti del triplete interista a suon di petrorubli), della cui esistenza in pochi fino a quel momento – e successivamente, non appena il clamore mediatico si dissipò – avevano avuto contezza.

Eto’o non rappresentava che la punta di diamante di una spettacolare (e costosissima, e priva di qualsiasi pianificazione o logica) campagna acquisti lanciata dal nuovo proprietario della squadra, il magnate Sulejman Abusaidovič Kerimov, nell’intento, così sembrava, di dare l’assalto in tempi brevi al campionato russo e da lì ‒ perché no? ‒ all’Europa tutta. C’è ragione di pensare che, se non al momento di firmare il contratto, poco tempo dopo, tanto il neoingaggio quanto una nutrita folla di appassionati di calcio (tra cui, senz’altro, frotte di interisti nostalgici) si siano armati di atlante – o di telefonino – nel tentativo di capire dove diavolo si trovasse di preciso il Daghestan. Chi si fosse cimentato in questa impresa avrebbe scoperto trattarsi di una Repubblica della federazione russa, la più estesa e popolosa del Caucaso settentrionale.

A questo punto, si potrebbe immaginare, a qualcuno tra quanti si fossero avventurati nella ricerca sarebbe potuto sovvenire qualche ricordo legato a questa regione. Al confine occidentale di essa vi è infatti la Cecenia, teatro fino a non più di due anni prima dell’acquisto di Eto’o di una guerra estenuante e sanguinosissima, i cui echi erano giunti sino in Europa (l’eccidio di Beslan, tanto per fare un esempio, data al settembre del 2004, un anno dopo la strage al teatro Dubrovka di Mosca, rivendicata proprio da separatisti ceceni). Ora tutto si chiarisce, alcuni (a cominciare, forse, dallo stesso Eto’o) avranno pensato: a chi mai salterebbe del resto in mente di andare a finire in un posto del genere, non fosse per uno stipendio così allettante?

L’Anži, per la verità, si allenava a Mosca, ed è probabile che l’intera squadra di Makhačkala abbia visto poco più degli spogliatoi dello stadio. Il punto, tuttavia, è un altro. Non appena, infatti, ci si sforza di guardare a quest’angolo di Russia da una prospettiva meno asfittica di quella del calciomercato, la scena si fa improvvisamente assai più interessante. Da Puškin a Tolstoj passando per Lermontov, una ricchissima tradizione letteraria mostra l’importanza capitale rivestita dallo spazio caucasico all’interno del processo di costruzione dell’autocoscienza (e della nazione) russa. Che ciò sia vero, e quanto, ancora secoli dopo la redazione di un testo come Chadži-Murat, è ben illustrato dal recente volume di Giuliano Bifolchi, Geopolitica del Caucaso russo, che in meno di 200 agili e dettagliate pagine ha il merito di offrire al lettore una panoramica tanto accessibile quanto informata della storia di questa regione al fine di metterne in risalto la centralità non solo nel quadro della politica interna russa, ma, sottolinea l’autore, addirittura nel più ampio contesto internazionale.

A quanti conservino (ancora) un minimo di memoria storica un’affermazione del genere non dovrebbe risultare più di tanto sorprendente. L’evento decisivo della Seconda guerra mondiale (ovvero la battaglia di Stalingrado) dovrebbe infatti essere rinominato «la battaglia di Majkop» o del Caucaso, dal momento che la città sulla Volga costituiva l’ultimo baluardo sovietico frapposto tra l’apparentemente inarrestabile avanzata nazista e i pozzi petroliferi ceceni, daghestani e azeri, la cui conquista avrebbe potuto imprimere al conflitto una svolta le cui conseguenze non è facile immaginare, ma che avrebbero potuto essere catastrofiche (non solo per l’URSS). A quasi settant’anni da quegli eventi, i tentativi congiunti dell’Unione Europea, degli Stati Uniti, della Turchia, dell’Iran, dell’Arabia Saudita e della Cina (oltre alla Russia stessa e alle tre repubbliche – sud – caucasiche) di esercitare la propria influenza su Daghestan e dintorni mostra in maniera inequivocabile come sia lungo la frontiera, e quasi mai (o comunque non solo) al centro che si decidono i destini degli imperi, antichi come (post)moderni.

Onde fornire al lettore gli strumenti adeguati per orientarsi in questo universo tanto affascinante quanto complesso (secondo alcune stime da una parte all’altra del Caucaso pochi milioni di persone parlano una quarantina di lingue e altrettanti dialetti), il primo capitolo del volume di Bifolchi passa in rassegna alcune delle dottrine geopolitiche più importanti – si pensi su tutte all’eurasismo – al fine di inquadrare al meglio sia la politica perseguita dalla federazione russa nell’area sia le forze (interne ed esterne) che ne influenzano l’evoluzione.

Il secondo capitolo apre ulteriormente il fuoco dell’indagine, inquadrando la regione nordcaucasica all’interno dello scacchiere internazionale. Riprendendo il suggestivo titolo della History of Georgia (2012) di Donald Rayfield, si potrebbe sostenere che la posizione al Confine dell’impero del Caucaso del Nord offra la chiave privilegiata per comprendere come mai, negli anni Novanta come oggi, il futuro della Russia si sia giocato, e si continuerà a giocare, tra le montagne che ne dominano il paesaggio. Una breve parentesi (pp. 106-107) dedicata all’Italia, attualmente il più importante alleato commerciale della Cabardino-Balcaria, dove è attivo un programma di sviluppo agricolo, chiude il terzo capitolo, dedicato al nuovo Grande Gioco scatenato dalla rapida evoluzione dello scenario geopolitico globale a seguito in particolare dell’11 settembre: la questione religiosa rappresenta infatti un aspetto decisivo della vicenda nordcaucasica, e come tale viene ulteriormente approfondita nell’ultimo capitolo, dedicato al terrorismo di matrice islamista, di cui si delinea un conciso ma esauriente profilo storico e dottrinale, rintracciandone allo stesso tempo l’origine nei conflitti etnici e nei movimenti indipendentisti fioriti all’indomani della dissoluzione dell’Unione Sovietica (ma la cui storia affonda assai più indietro nel tempo, come minimo all’epoca di Stalin, una volta di più il centro del labirinto russo, per il quale si è obbligati a transitare se si vuole capire qualcosa del presente e del futuro di questa regione del mondo).

Long story short, il saggio di Bifolchi dimostra, caso mai ce ne fosse stato bisogno, che non era necessario aspettare lo shopping trimalcionico dell’Anži per puntare i riflettori su una terra la cui storia è intrecciata a doppio filo con i destini dell’Eurasia: il che, come direbbe Dario Fabbri, in virtù della grammatica geopolitica significa, né più né meno, con le sorti del mondo intero.

 

Giuliano Bifolchi, La geopolitica del Caucaso russo. Gli interessi e l’influenza del Cremlino e degli attori stranieri nelle dinamiche locali nordcaucasisiche, Roma, Teti, 2020, pp. 175

 

Immagine: Vecchia mappa del Caucaso. Creato da Villemin, Erhard e Bonaparte, pubblicato su Le Tour du Monde, Parigi, 1860. Crediti: Marzolino / Shutterstock.com

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