10 giugno 2014

Harry Potter e il suo clone

Se, leggendo i primi capitoli della saga dedicata a 'Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo', non vi fosse sovvenuto Harry Potter, il mago più famoso al mondo, delle due, l’una. O non avete mai sentito parlare di Harry Potter in vita vostra (e allora, scusate, che ci fate con un Percy Jackson tra le mani?); oppure, senza saperlo, state già prendendo le difese dell’opera di Rick Riordan (d’ora in poi, per abbreviare, PJ) rispetto all’ormai nota accusa di plagio nei confronti di J.K. Rowling, autrice di HP. Abbiamo contato le somiglianze più vistose tra i primi due libri delle serie: “Harry Potter e la pietra filosofale” e “Il ladro di fulmini”, usciti rispettivamente nel 1997 e nel 2005. Nel farlo, abbiamo imparato qualcosa non tanto sulla superiorità dell’immaginazione della Rowling su quella di Riordan, quanto sull’importanza che hanno i memi (dal greco mímēma «imitazione»), le ripetizioni di un tema, nella fortuna di un libro fantasy negli anni 2000. In entrambe le serie i personaggi principali sono tre allievi di scuole private con delle caratteristiche molto particolari (insegnamento della magia in una, Hogwarts; abilitazione al mestiere di semidio, nell’altra, Campo Mezzosangue). Tutti sono dotati di un destino speciale. Sia in HP che in PJ si tratta di un trio: due maschi e una femmina: Harry Potter/Percy Jackson, Ron Weasley/Grover Underwood, Hermione Granger/Annabeth Chase. Sia in PJ che in HP il rendimento scolastico dei ragazzi lascia a desiderare, mentre le ragazze sono delle 'signorine so-tutto'. Partendo dal contesto dell'apparente 'semplicità' dei due protagonisti maschili, le avventure raccontate prendono forma grazie a valori come il coraggio (Harry/Percy), alla lealtà dei loro migliori amici (Ron/Grover) e al talento e alle conoscenze di quelle femminili (Hermione/ Annabeth). Forse è un caso che sia HP che PJ abbiano capelli neri e occhi verdi, ma non che amino gli sport di squadra in cui l’inseguimento la fa da padrone: il Quidditch l'uno, Caccia alla bandiera l'altro. Tanto Harry quanto Percy sono personaggi 'alieni' rispetto ai contesti in cui sono collocati. HP scopre di essere un mago solo a 11 anni, quando la sua storia comincia a essere narrata e viene avviato allo studio delle arti magiche. PJ, allo stesso modo, apprende della sua natura semidivina a 12 anni, all'inizio del primo libro, prima di essere iscritto alla scuola per semidei. Sospesi tra un mondo che somiglia in tutto e per tutto al nostro (l'Inghilterra o New York) e un altro, fantastico (Hogwarts o la mitologia), non ne sanno nulla fino alle soglie dell'adolescenza, quando scoprono superpoteri che si manifestano parallelamente alle avvisaglie della pubertà. Sia in HP che in PJ due adolescenti ‘normali’ sono destinati a compiere azioni rischiose e perfino sacrificali al fine di scongiurare il rischio del predominio delle forze del male sul mondo. In entrambi i casi, gli abitanti del côté verosimile del mondo verranno salvati dal loro destino avverso senza venire a conoscenza né dei rischi corsi né delle soluzioni messe in atto dagli eroi. L'innominabile Voldemort, arcinemico predestinato di HP, trova in Chronos una valida controparte nell'Olimpo di PJ: entrambi hanno ucciso i loro genitori ed entrambi desiderano tornare in vita dopo la morte, rigenerandosi in altri corpi; Draco Malfoy, il più giovane ‘aiutante’ di Voldemort, di antica famiglia dedita al ‘lato oscuro’ della magia, presenta diverse somiglianze psicologiche e fisiche con Luke Castellan, figlio del dio Ermes; e la profonda saggezza di Albus Silente, preside della scuola di magia di HP trova riscontro nella visione del mondo del centauro Chirone, mentore di PJ. Coincidenze minori: in tutte e due le scuole frequentate dai protagonisti delle saghe il cibo compare 'magicamente' nei piatti quando i commensali sono a tavola; in entrambe le serie esistono abiti che rendono invisibile chi li indossa; alcuni cattivi (Severus Piton in HP, Luke in PJ) subiscono un completo processo di riabilitazione. La risposta alla domanda che ci eravamo posti all'inizio è che non si può mettere in dubbio il fatto che Percy Jackson sia stato fortemente ispirato da Harry Potter e dal suo format di straordinario successo. Ciò non toglie che da lunghissimi anni sono davvero poche le creazioni del tutto originali di uno scrittore, come pure di un musicista o di un cineasta. Questo non può essere una giustificazione al plagio in senso stretto, naturalmente; ma neppure un limite alla creatività che gli autori di libri infondono nell'atto di ricombinare, in modo efficace e avvincente, elementi di storie già esistenti, mescolandoli alle proprie idee e convinzioni. E lo stesso limite non può essere posto neanche alla capacità dei lettori di godere delle storie che vengono loro narrate, anche se somigliano a delle altre; soprattutto se somigliano a delle altre che hanno amato appassionatamente. Fin dalla seconda parte del primo libro della serie, l'autore di Percy Jackson dimostra di saper prendere le distanze dal solco tracciato da J.K. Rowling abbastanza da scongiurare il rischio di essere accusato di incantesimo “Glutino!” (come forse un professore di Hogwarts chiamerebbe il “copia e incolla”). E, soprattutto, abbastanza da far pendere dalle sue labbra, capitolo dopo capitolo, trenta milioni di lettori e lettrici sparsi in decine di paesi. L’efficacia con cui alcuni memi agiscono sull’immaginario dei ragazzi è sorprendente. Il topos della ‘scuola speciale’ in cui diventare grandi attraverso un’esperienza di formazione unica e irripetibile è di una forza dirompente, e non ne deve essere colpevolizzata l’iterazione, proprio perché, fra HP e PJ, eccone già due di scuole uniche e irripetibili che i lettori possono frequentare a loro piacimento. Non condanniamo allora chi, come Riordan, sebbene intraprendendo una strada già tracciata, ma riconoscibile e percorribile, riesce a rendere una volta di più accessibile al pubblico la letteratura, il suo modello di approccio alla realtà e, in ultima analisi (da non trascurare), la prospettiva che si possa vivere e con successo di libri, facilitando una volta di più l'incontro tra chi immagina per primo e chi immagina per secondo e quindi tra chi scrive e chi legge, convinti come siamo che la vicinanza tra il mondo di Harry Potter e quello di Percy Jackson costituisca uno dei modi più efficaci di tramandare una formula magica che non trasforma le persone in rospi, ma i ragazzi in lettori e, chissà, abracadabra, i lettori più attenti in nuovi scrittori.


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