18 marzo 2019

Il fuoco rituale, dal chahāršanbe-sūrī alle vampe di s. Giuseppe

Sorkhī-ye to az man, zardī-ye man az to “il tuo rosso a me, il mio giallo a te”. Questa è la formula pronunciata dagli iraniani quando compiono dei salti sul fuoco acceso durante la notte del Chahāršanbe-sūrī, l’ultimo mercoledì dell’anno solare persiano. Quando l’ultimo martedì dell’anno si va concludendo e si avvicina la notte del mercoledì, le strade e le piazze delle grandi città, così come dei piccoli villaggi, dell’Iran si illuminano del caldo color rosso del fuoco. Se chahāršambe significa “mercoledì”, il termine sūr è da intendere come una variante di sorkh (rosso) e dunque come riferimento sia al fuoco che al “colorito roseo”" (sorkhī), indicante buona salute.

Secondo alcuni studiosi il rito del Chahāršanbe-sūrī deriverebbe dalla festa zoroastriana del Hamaspāθmaēdaya, che veniva celebrata sei giorni prima del Nowrūz, il capodanno persiano, mentre la scelta del mercoledì come giorno di celebrazione, così come la pratica rituale del saltare il fuoco, sarebbe datata a dopo la conquista islamica. Infatti, si pensa che secondo gli Arabi l’ultimo mercoledì dell’anno sia un giorno “sfortunato”.

I preparativi del Chahāršanbe-sūrī iniziano qualche giorno prima dell’ultimo mercoledì dell’anno, quando si raccolgono i cespugli che nel pomeriggio del martedì vengono disposti in fasci di uno, tre, cinque o sette (sempre in numero dispari), distanziati di qualche metro l’uno dall’altro, nel cortile di casa o in una piazza o strada del paese o della città. Non appena tramonta il sole, questi fasci vengono accesi e, al crepuscolo, uomini, donne e bambini vi saltano sopra. Durante il salto, le persone acquisirebbero il color rosso del fuoco, simbolo di forza e salute, abbandonando il giallo delle malattie e delle sofferenze. Si ritiene, infatti, che questo rituale renda immuni per un anno intero da malattie e disgrazie. Che il fuoco simboleggi l’annullamento dell’anno trascorso è testimoniato dalla pratica ancora diffusa di gettare sul fuoco un oggetto vecchio di cui ci si vuole disfare.

Nelle ore successive, dopo che tutti i membri della famiglia e gli amici hanno saltato sul fuoco, lo si lascia estinguere. Successivamente le ceneri, cariche simbolicamente della sporcizia invernale dell’anno trascorso, sono seppellite, di solito da una ragazza che non ha ancora raggiunto la pubertà, in campi lontani dalle abitazioni. La ragazza potrà far ritorno a casa solo dopo aver pronunciato la seguente formula: “Chi è?” “Sono io”; “Da dove vieni?” “Da un matrimonio”; “Che cosa porti?” “Buona salute”. Tale pratica rituale sancisce il riconoscimento del passaggio del tempo, dall’inverno alla primavera.

Altri rituali hanno il compito di scacciare il malocchio e di allontanare le disgrazie. Tra questi, in alcune parti dell’Iran, si può menzionare il kūzeh šekanī “rompere una giara”. Le giare vengono distrutte, dopo i salti sul fuoco, affinché si trasferiscano nella giara stessa le disgrazie umane. Importante è anche la bruciatura dei semi di ruta (esfand) o incenso (kondor), perché considerata una precauzione contro il malocchio e gli spiriti maligni.

Un rituale di grande importanza è il qāšoq-zanī, “sbattere il cucchiaio”. Dopo i vari “giochi di fuoco” (ātašbāzī), quando il buio della notte è ormai calato, le ragazze e i ragazzi si celano sotto lunghi chādor, attuando un vero e proprio travestimento, e si recano alle porte delle case dei loro vicini, sbattendo un cucchiaio su una ciotola. Il padrone di casa regala loro ājīl (frutta secca), dolcetti o monete. Essi rappresentano i morti, richiamati dall’avvento del nuovo anno, a reclamare quanto spetta loro, in quanto entità ctonie garanti dell’ordine naturale e sociale. Si tratta di una questua, che condivide strutture simboliche con cerimonie geograficamente lontane, dalla festa di Halloween a quelle dei bambini che impersonano santi nel Sud Italia. Che questo sia il giorno del ritorno dei morti è confermato dalla credenza zoroastriana che il fuoco che arde questa notte indichi loro la strada verso questo nostro mondo.

Il cibo assume un valore importante, le famiglie e gli amici mangiano ājīl-e chahāršanbe-sūrī, composto da semi di anguria, melone giallo e zucca, pistacchi, nocciole, mandole, ceci tostati, e grano. Di solito è preparata l’aš-e rešteh, la zuppa di pasta iraniana. Si dice che, più lungo sia il filo della pasta, maggiori saranno le possibilità di una lunga vita per ogni membro della famiglia.

Il “mercoledì rosso” dà avvio dunque in Iran a un periodo di cambiamento, il nuovo anno appunto, attraverso una cerimonia che allo stesso tempo segna ritualmente il passaggio stagionale dall’inverno alla primavera, in connessione al ciclo agrario. Il fuoco è il simbolo centrale di tale passaggio, in cui il vecchio, le malattie e le disgrazie sono abbandonati e allontanati, a favore del nuovo, della salute e della gioia. Tale carattere simbolico delle fiamme non è esclusivo delle celebrazioni del nuovo anno persiano, ma al contrario ci riconduce a luoghi più vicini a noi. Il fuoco, infatti, testimonia medesime strutture simboliche, seppur con modalità rituali differenti, soggiacenti a cerimonie lontane nel tempo e nello spazio connesse al rinnovamento del ciclo sociale e naturale. I salti del fuoco che le donne e gli uomini iraniani eseguono durante il Chahāršanbe-sūrī, richiamano alla mente l’uso di vampi (falò) diffuso in Sicilia per celebrare i santi, in particolare s. Giuseppe.

Nelle grandi città, come Palermo, ma anche nei piccoli centri abitati la sera del 18 marzo, all’imbrunire, sono accese – nonostante i divieti comunali – enormi vampi in grandi incroci, spiazzali o piazze, a voler simbolicamente segnare la fine del freddo e la rigenerazione del ciclo stagionale. Sono i ragazzi a occuparsi della raccolta della legna, costituita in città principalmente da mobili vecchi e cassette da frutta, mentre lontano dai centri cittadini da elementi vegetali, come sterpi e rami potati. Gli adulti invece si occupano della realizzazione della catasta, la quale richiede molta cura e attenzione nella disposizione dalla legna, viste le grandi dimensioni delle vampi. Non appena si accende il fuoco, è possibile ascoltare acclamazioni quali: Agghiurnò, viva San Ciuseppi! (s’è fatto giorno, viva s. Giuseppe). Mentre il fuoco arde, i ragazzi si cimentano, similmente ai salti degli iraniani, in prove di coraggio e forza, saltando le fiamme e attraverso delle acrobazie dimostrano la loro forza e virilità. Si lanciano tra le fiamme oggetti vecchi, ma talvolta persino oggetti ancora funzionanti, segno di spreco e ostentazione caratterizzante le feste. In alcuni casi, mentre il fuoco divampa, circolano tra i presenti vassoi di sfinci i San Guseppi (frittelle dolci farcite di crema di ricotta).

Altri sono gli elementi rituali della festa di s. Giuseppe: la questua di grano e legumi, che ricorda la pratica iraniana del qāšoq-zanī; le “tavole” e i banchetti, che non posso non richiamare alla mente il sofreh del Nowrūz; le sacre rappresentazioni, in cui i bambini impersonano i santi, entità extraumane assimilabili ai morti.

Alcuni storceranno il naso nel leggere di rassomiglianze tra due orizzonti culturali tanto lontani, ma si tratta solo di una differenza fenotipica. Come molti antropologi e folkloristi hanno sottolineato le feste del Meridione italiano che vanno dalla festa dei morti (2 novembre) e dal Natale fino alla Pasqua sono da intendere come “feste di capodanno”, cerimonie di rigenerazione dell’ordine naturale e sociale in relazione al ciclo agrario. Per tale ragione, la festa di s. Giuseppe in Sicilia ha molti elementi simbolici in comune con il Chahāršanbe-sūrī e il Nowrūz persiano, proprio in quanto “festa di capodanno”, sebbene sottoposta a un processo di risemantizzazione entro la cornice religiosa cristiana.

Il fuoco è certamente il protagonista di questo complesso rituale, sia nel caso del Chahāršanbe-sūrī che delle vampi di s. Giuseppe. Il fuoco è simbolo di purificazione, di allontanamento del male e di annullamento del vecchio, ma allo stesso tempo di rigenerazione e rinnovamento. Grazie al fuoco gli iraniani e i siciliani, sebbene entro cornici culturali e religiose differenti, si lasciano alle spalle le sofferenze, i sacrifici e le disgrazie che l’anno trascorso ha arrecato loro, proiettandosi verso un auspicato nuovo anno ricco di gioie e fortune. È proprio attraverso la sua ambivalenza “rigeneratrice-distruttrice” e di “vita-morte”, che il fuoco permette il rinnovamento sociale e cosmico. La rigenerazione periodica del còsmos, nella sua dimensione tanto naturale quanto sociale, è garantita dall’instaurazione – ma nello stesso tempo annullamento – del càos. Il fuoco è temibile quanto necessario.

 

Immagine: Rigattiata di s. Michele durante la festa di s. Giuseppe a s. Anna di Caltabellotta (AG); (foto Attilio Russo e Giuseppe Muccio)

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