1 settembre 2020

L’illuminismo perduto, di Frederick Starr

«Fu un’autentica età dell’illuminismo, svariati secoli di fioritura culturale durante i quali l’Asia centrale divenne il centro di trasmissione intellettuale del mondo. India, Cina, il Medio Oriente e l’Europa, tutti vantavano ricche tradizioni nel reame delle idee, ma durante i quattro o cinque secoli intorno all’anno 1000 fu l’Asia centrale, la singola regione del mondo ad unire tutti questi centri, a emergere sulla scena. Essa unì tempo e geografia in un processo che ne fece il vero collegamento tra l’antichità e l’epoca moderna» (p. 4).

Frederick Starr, presidente dell’Istituto di Asia centrale e Caucaso e del Silk Road Studies Program (una branca della Johns Hopkins School of Advanced International Studies) apre così un ponderoso studio (pubblicato in prima edizione dalla Princeton University Press) dedicato a riposizionare l’eredità culturale di uno spazio, la «grande Asia centrale» ‒ dal Kazakhstan all’Afġānistān e dal Ḫorāsān alle terre uyghure ‒ che ancora al giorno d’oggi, al di fuori di una piuttosto ristretta cerchia di specialisti, ammesso e non concesso che faccia capolino all’interno dell’orizzonte mentale dell’Occidente, assume spesso e volentieri le fattezze esoticheggianti di un’affascinante terra di ruderi oppure, più spesso, di un bastione del fondamentalismo islamico, spelonca di dittatori tanto cruenti quanto eccentrici, violenza senza fine, povertà abietta e ignoranza oppure, nella versione più raffinata dei pregiudizi di cui sopra, un osso conteso tra vecchie e nuove potenze globali, dalla Russia ai sempre presenti Stati Uniti alla ruggente Cina: il «corridoio» tra Oriente e Occidente, il cardine di Vie della Seta vecchie e nuove.

In significativa controtendenza con numerose vulgatae attualmente reperibili sul mercato della cultura di massa, Starr si premura invece più volte, meritoriamente, di sottolineare nel corso del 15 capitoli che compongono L’illuminismo perduto il carattere propositivo e innovatore delle culture e delle società che hanno abitato, lungo un arco plurisecolare, un territorio sconfinato, influenzando in maniera non sempre evidente a chi non sia della materia, non solo gli spazi e le popolazioni locali, ma anche la vita e l’immaginario di mondi apparentemente assai distanti: basti pensare all’ormai semileggendaria figura di Hārūn al-Rashīd (766-809), il più celebre tra i califfi della dinastia ‘abbāsidi, originaria proprio dell’Asia centrale al pari della famiglia dei barmacidi (barmakīyān), attivi promotori di quella straordinaria epoca di fioritura economica, sociale e culturale della Baġdād ‘abbāside che ha trovato la sua rappresentazione ormai canonica, per quanti ancora si prendono la briga di leggerle, nelle novelle delle Mille e una notte.

Uno dei tratti distintivi del volume di Starr, che lo distingue da molti dei – pochi – studi di sintesi accessibili specialmente in italiano al giorno d’oggi, è l’impressionante teoria di personaggi discussi, non sempre con intenti elogiativi, nel corso di ciascun capitolo: non limitandosi dunque a passare in rassegna la vita e le opere delle personalità intellettuali più famose dell’epoca (da al-Bīrūnī a Ibn Sinā), ma portando l’attenzione del lettore su individui quali Maḥmūd al-Kāšġarī, tra i più importanti lessicografi delle lingue turciche di ogni epoca, o il teologo al-Ġazālī ‒ il vero villain dell’intero saggio ‒ autore di un’Incoerenza dei filosofi (Tahāfut al-Tahāfut) tra i maggiori responsabili, secondo Starr, del processo di Decline & Fall dell’«età dei lumi» dell’Asia centrale sigillato dall’invasione – un secolo abbondante più tardi – da parte dei mongoli (Samarcanda cade nel 1220), passando per un medico dichiaratamente ateo, Ibn al-Rāwandī (ابن الراوندي‎, 827–911) e una ispiratissima poetessa, Rābi’a Balḫī (رابعه بلخی, 856-926), assassinata dal fratello per via del suo amore nei confronti di uno schiavo turco: un benvenuto toccasana specialmente in un Paese nel quale, da Maǧdī ʿAllām a Oriana Fallaci passando per Lilli Gruber, l’immagine che il lettore medio tende ad avere, quando ne ha una, della cultura dei mondi musulmani è, per dir così, viziata da alcuni pregiudizi che la mera descrizione della complessità delle vite dei protagonisti dell’Illuminismo perduto non può non mettere efficacemente in discussione.

Tre domande fondamentali muovono la ricerca di Starr: 1) quali risultati hanno ottenuto gli intellettuali centroasiatici durante i secoli oggetto di studio; 2) perché tale fioritura delle arti è stata possibile; 3) perché essa è giunta al termine. In virtù della recentissima pubblicazione (Beck 2020) di una monumentale Geschichte der Völkerwanderung ad opera di Mischa Meier nella quale la nascita e l’espansione tumultuosa dell’islam fino proprio alla rivoluzione ‘abbāside (750) occupa un posto non trascurabile accanto ad Alarico, Attila, Teodorico e Giustiniano, la seconda questione sollevata da Starr – e la spiegazione da lui proposta – meritano alcune considerazioni. «Il racconto storico – annota Meier (p. 1089) significa sempre anche una lettura in prospettiva», ed è paradossalmente proprio tale prospettiva che L’illuminismo perduto più trascura al momento di contestualizzare la conquista araba del fu impero sāsānide dando così origine a quel contesto sociopolitico e culturale che fa da sfondo alle vicende biografiche e intellettuali dei protagonisti del saggio, il cui intento principale sembra a più riprese essere quello di contrapporre sistematicamente la (antichissima) multicultura dell’Asia centrale alla ferocitas degli invasori arabi, che la prima, capta, sarebbe riuscita, almeno in parte e nonostante perdite umane e materiali (per esempio in termini di libri) catastrofiche, a civilizzare. Ma un taglio di questo genere stride sonoramente con una storia, finemente analizzata proprio da Meier, di secolare partecipazione del mondo della penisola arabica all’interno di un più ambio universo politico e culturale esteso da Bisanzio all’Asia centrale stessa e recettivo quanto mai, anche nei suoi aspetti ad oggi guardati con maggior diffidenza (si pensi al concetto di ǧihād), proprio di quel più vasto universo (si pensi alla divinizzazione di un sovrano come Eraclio e ai toni esplicitamente apocalittici con i quali venne condotta, un secolo prima della morte di Muḥammad, la guerra contro la Persia sāsānide).

In un’epoca come l’attuale, in cui la storia (propria e altrui) è sempre più fatta oggetto di (ri)letture strumentali, sarebbe auspicabile da parte di ogni storico, specialmente se alle prese con temi della sensibilità di quelli fatti oggetto di studio da parte di Starr, che non venisse mai persa di vista quella prospettiva che sola permette di avvicinare la complessità delle società umane con una proficua cautela: e per riprendere l’ultima, e forse più scomoda, tra le domande che chiudono (cap. 15: una sorta di corollario al punto 3) L’illuminismo perduto («c’è veramente bisogno di spiegazioni?») la risposta non può che essere «sì», con un’aggiunta che non è da ritenere banale. «Più complesse tali risposte sono, maggiore è la possibilità non tanto che siano corrette, ma che non siano sbagliate».

 

F.S. Starr, L’illuminismo perduto. L’età d’oro dell’Asia centrale dalla conquista araba a Tamerlano. Torino, Einaudi, 2017, pp. 676

 

Immagine: Mausoleo di Khoja Ahmed Yasawi, Hazrat-e Turkestan, Kazakhstan. Crediti: Yevgeniy Volkov / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0