11 aprile 2021

In lotta contro il dominio. Intervista a Marco D’Eramo

C’è una pericolosa parentesi che serpeggia nel quotidiano formulario civile e politico. Da un po’ di tempo, infatti, quando si accenna alla parola sinistra, tutti sentono il bisogno di aggiungere una precisazione: «qualsiasi cosa significhi». Come se quella parola, solo qualche anno fa così carica di storia e di idee, si fosse ormai completamente svuotata. Come se avesse perduto del tutto il suo significato originario.

Oggi ci interroghiamo sulla sinistra svuotata del suo passato, sulle sue battaglie abbandonate. E lo facciamo attraverso un saggio di Marco D’Eramo, Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi (Feltrinelli, 2020), che racconta la guerra dei più forti contro i più deboli, dell’omologazione silenziosa della sinistra alla classe dominante. Lo facciamo perché forse quella parola continua ancora ad avere senso e, come dice D’Eramo, perdura a essere sinonimo di una condizione ben precisa: «stare con i dominati contro i dominanti, stare contro il dominio».

 

Siamo abituati a pensare la rivoluzione unilateralmente, come movimento delle classi subalterne contro le classi egemoni. Lei invece nel suo nuovo saggio, Dominio, racconta il movimento opposto, parla della rivoluzione dei dominanti contro i dominati, dei potenti contro i sudditi, una sorta di «controrivoluzione». Potrebbe spiegarcene le ragioni?

La guerra dei ricchi contro i poveri, dei potenti contro i sudditi, c’è sempre stata. Altrimenti i potenti non continuerebbero a essere potenti e i sudditi non rimarrebbero sudditi: ci vuole sempre qualcuno che li tenga sotto giogo. Ma nel Novecento è sorto qualcosa di nuovo, con il movimento operario, con la Rivoluzione russa, con l’accettazione dei sindacati, con la nascita del keynesismo, l’opinione pubblica dei Paesi industrializzati in Occidente ha cominciato a cambiare. I potenti non avevano perso il potere, ma stavano perdendo l’egemonia e si sono ritrovati alla fine degli anni Sessanta in una situazione inedita: erano in pericolo, come «blocco storico» avrebbe detto Gramsci; per questo hanno dovuto riprendere l’egemonia, riconquistarla. Ecco, quella che racconto è la guerra di riconquista dell’egemonia, che si può chiamare controrivoluzione, ma è stata una vera e propria rivoluzione, nel senso che per riconquistare l’egemonia i dominanti hanno dovuto cambiare le proprie idee.

 

In che modo?

Inventando nuove teorie economiche, ad esempio. Il neoliberismo attuale non ha niente a che vedere con il liberismo classico, in particolare economico. Ma anche pensando una nuova antropologia, una nuova idea dell’uomo, sempre per riuscire a ottenere quello che cercavano. Naturalmente non l’hanno fatto solo con la forza delle idee. Nel libro cito Voltaire che racconta dell’eroe che si vantava di uccidere infallibilmente i suoi nemici con un saggio miscuglio di preghiere, scongiuri e arsenico: in questo caso l’arsenico è sia la tecnologia del debito sia la tecnologia della sorveglianza, due forme tecnologiche che hanno accompagnato questa rivoluzione mentale e ideologica. E bisogna dire che loro, i dominanti, hanno vinto.

 

Ma com’è stato possibile non accorgersi di questa controrivoluzione? Che nella stanza dei bottoni si muovesse una guerra intestina? Come può tutto questo passare sotto silenzio, senza che una parte della classe politica faccia qualcosa?

Come accennavo prima, è stata un’opera di convincimento dell’opinione pubblica per cui, a un certo punto, ci siamo ritrovati tutti a pensare come pensa la destra, senza accorgerci che eravamo cambiati. Lei provi a parlare con le persone che oggi dichiarano di essere di sinistra, se sente cosa dicono vedrà che concordano tutti con Margaret Thatcher, cioè concordano tutti con il modello T.I.N.A.: There Is No Alternative. Tutti si dichiarano progressisti, ma alla fine sono gli stessi che accettano così per com’è lo stato delle cose.

 

Per lei cosa significa oggi essere di sinistra?

Brutalmente, stare con i dominati contro i dominanti, stare contro il dominio. Il dominio è sempre una cosa sgradevole per chi lo subisce; sarà molto bello per chi lo esercita, ma essere dominati non è una situazione granché piacevole. Sono riusciti a sottrarci persino l’idea di futuro. Il vecchio liberismo classico, la vecchia borghesia, aveva conquistato il potere contro l’aristocrazia proponendo un futuro migliore per quelli che stavano con loro, dicendo: se voi state con noi borghesi starete meglio, l’umanità migliorerà, «le magnifiche sorti e progressive». Adesso, da trent’anni a questa parte, nessun politico ti dice: se voti per me starai meglio. Li ha mai sentiti dire qualcosa del genere? Io no. Quello che ti dicono è: se voti per me non starai molto peggio, anzi se non voti per me starai sicuramente molto peggio. L’alternativa è tra più peggio e meno peggio. Però, allo stesso modo, non c’è futuro.

 

Dove ravvede, ad esempio, questo furto del futuro?

Prendiamo il caso delle pensioni. Sta passando, e si sta consolidando, il pensiero che le pensioni siano un sistema arcaico di retribuzione. Adesso, vorrei sapere, i giovani che oggi hanno 25 o 30 anni e credono a questa idea, e si pensano imprenditori di sé stessi, quando fra trent’anni si ritroveranno senza pensione e in mezzo a una strada cosa faranno? Sono questi i meccanismi silenziosi che stanno rubando il futuro alle nuove generazioni. Fino a quando un uomo può continuare a essere imprenditore di sé stesso?

 

Eppure è uno dei modi, e delle filosofie, con cui si cerca di superare l’attuale crisi del lavoro.

Sì, ricordo che anche l’ex cancelliere Gerhard Schröder, che ha fatto la controriforma sociale in Germania, parlava di «Ich-AG» ovvero «Io-SpA», il soggetto che diventa una SpA di sé stesso. L’altro giorno mi trovavo in una trasmissione televisiva e stavano mandando in onda dei servizi sui rider: ne veniva fuori un’immagine così ottimistica che ho chiesto alla conduttrice se avesse augurato per suo figlio una prestigiosa carriera di rider. Capisce? Amazon ha da poco ammesso che i suoi autisti sono costretti a fare pipì nelle bottiglie, la più grande multinazionale del mondo accetta che i propri dipendenti si sviliscano in questo modo. E non crea scandalo! Nessuno si indigna per questo. E questa è un’altra conseguenza di questa mentalità: se siamo tutti imprenditori di noi stessi non esistono sfruttati e sfruttatori, i rider sono imprenditori, siamo tutti imprenditori, sia Jeff Bezos sia i rider.

 

D’Eramo, secondo lei, il problema è il presente, prima la situazione era diversa, migliore?

Non penso che si stesse meglio, prima però ci siamo rimboccati le maniche. Vede, uno degli aspetti drammatici del nostro presente - e qui la grande sagacia di questa controffensiva - è che ci hanno convinti che è inutile l’azione collettiva: ci hanno convinti che è inutile fare azioni comuni, che è inutile mettersi insieme per lottare. Questo è il problema. Che la salvezza si crede sia soltanto individuale, che soltanto da soli ci possiamo salvare.

 

Ma come si risponde a questa mentalità? Come si reagisce?

Contrastando tutto quello di cui abbiamo parlato. E imparando dai dominanti. Loro hanno imparato da noi molte cose. E noi dobbiamo rimparare che i punti fondamentali sono sempre gli stessi, ovvero: la redistribuzione del denaro, la giustizia e la scuola. Bisogna cominciare a ri-alfabetizzare le persone, mettersi a parlare con loro, fare politica: non vinciamo dall’oggi al domani; per la controrivoluzione dei potenti ci sono voluti sessant’anni, e anche noi potremmo metterci tanto. Bisogna porsi obiettivi a lungo termine. E noi su questo abbiamo un vantaggio straordinario: loro non offrono alcun futuro, quindi basta riproporre il tema del futuro per mobilitare le persone, basta chiedere cosa faremo tra cinque anni. Nessuno oggi lo sa.

 

Marco D’Eramo, Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi, Feltrinelli, Milano 2020, pp. 256, 19€   

 

Crediti immagine: Jacob Lund / Shutterstock.com

 


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