30 agosto 2020

I luoghi del racconto del Mediterraneo

A Berlino, nel cuore di Kreuzberg, una volta quartiere di frontiera e oggi centro nevralgico (multi)culturale e artistico della capitale tedesca, in uno degli angoli dello Skalitzer Park, si trova Bulbul Berlin. In arabo bulbul vuol dire usignolo ma, soprattutto nei paesi del Vicino Oriente, è anche un cognome molto diffuso e, in questo caso, è quello di uno dei suoi fondatori. Il Bulbul è un caffè e un circolo culturale gestito da giovani palestinesi e libanesi che ospita eventi, musica e molto altro. Soprattutto, il Bulbul è diventato il punto di ritrovo per una giovane generazione di artisti, intellettuali, ricercatori, giornalisti, attivisti, per lo più libanesi, siriani e palestinesi che hanno eletto Berlino come luogo d’accoglienza in quella che, probabilmente, è la più grande diaspora che il mondo arabo contemporaneo abbia mai conosciuto. Se ci si muove appena tra questi circoli ci si rende conto di come il centro del Mediterraneo ‒ in arabo al-Bahr al-Abyad al-Mutawassit, il “Mar Bianco di Mezzo” ‒ si sia spostato decisamente più a nord, a testimonianza di quanto i confini, le barriere geografiche e culturali siano labili, semplici tentativi di banalizzare una realtà che è molto più complessa e in continuo movimento. Hanno scelto Berlino la scrittrice palestinese Adania Shibli per la quale il “Muro” è una realtà ancora estremamente viva nei paesaggi della sua terra d’origine, oltre ad alcuni scrittori egiziani, la cui interessante narrativa distopica racconta l’abisso in cui è sprofondato l’Egitto di al-Sisi. Hanno scelto Berlino, ancora, i libanesi Mazen Kerbaj, comic artist e musicista jazz, e l’attore e drammaturgo Rabie Mroue.

Dopo la grande apertura del 2015, la Germania è diventata poi il centro della diaspora siriana in Europa. Berlino è la sede della piattaforma Syriauntold che segue le vicende siriane esplorandone le diverse forme di resistenza, a cui collaborano anche ricercatori italiani; sempre a Berlino Petra Becker ha dato vita a un progetto, Back on Track, destinato a quei bambini e adolescenti cui è stato impedito per anni l’accesso all’istruzione a causa della guerra e dei lunghi percorsi migratori, e a cui partecipa anche l’Università della Calabria. Berlino, infine, ospita l’EUME (Europe in the Middle East - The Middle East in Europe), un programma di ricerca multidisciplinare il cui obiettivo è  ridefinire i concetti chiave che definiscono l’Europa e il Medio Oriente, coordinato da Georges Khalil, il quale ha creato una vera e propria “learning community” che coinvolge giovani ricercatori da tutto il mondo.

Cosa rimane, quindi, di «quell’epoca in cui uomini di tutte le origini vivevano gli uni accanto agli altri negli Scali del Levante«, come scriveva Amin Maalouf? Senza dubbio, il Mediterraneo oggi si racconta anche da Bruxelles e Helsinki, da Londra e Stoccolma, oltre che da Damasco, Beirut e Baghdad, centri in cui gravitava la «pleiade di grandi scienziati e pensatori, […] oltre allo stuolo di poeti, musicisti e artisti di talento» che un millennio fa aveva trasformato l’attuale Medio Oriente nel «fulcro intellettuale del mondo», così magistralmente descritto da S. Frederick Starr nel suo L’illuminismo perduto (Einaudi, 2017).

Già Taha Hussein nella sua autobiografia I giorni (Istituto per l’Oriente C.A. Nallino, 2020), ripercorreva il viaggio che, nella prima metà del XX secolo, dal Cairo lo avrebbe portato a Parigi meta di tanti intellettuali arabi soprattutto a partire dagli anni d’oro dell’esistenzialismo. Oggi le letterature del Sud e dell’Est del Mediterraneo continuano a parlarci di viaggi, per lo più disperatamente drammatici. Lo fa Ali Bader, iracheno che vive a Bruxelles, nel suo Il suonatore di nuvole (Argo, 2017), storia di un musicista che fugge «verso la vita al di là del mare» alla ricerca di una utopica città ideale; lo fa la libanese Hoda Barakat, che risiede a Parigi, in Corriere di notte (La nave di Teseo, 2019), romanzo epistolare in cui uomini e donne in viaggio dal mondo arabo incrociano i propri destini; lo fa Abu Bakr Kahal, autore eritreo di lingua araba che vive in Danimarca con Titanic africani (Atmosphere, 2020), in cui si incrociano i viaggi avventurosi del passato con i più recenti e tragici attraversamenti del Mediterraneo; lo fa il tunisino Habib Selmi in Gli odori di Marie Claire (Mesogea, 2013), una storia d’amore e di distanze incolmabili.

Di là dal mare ci arrivano narrazioni forti, spietate, ma che esprimono ribellione, resistenza, vivacità intellettuale, inserendosi nel solco di importanti tradizioni letterarie. Tradizioni che, oggi più che mai, si ritrovano a dover competere anche con le industrie culturali e artistiche e le realtà letterarie emergenti dei Paesi del Golfo e della Penisola Araba.

Inevitabilmente, questi scrittori e queste scrittrici della riva meridionale del Mediterraneo danno voce a quelle verità che si nascondono nelle prigioni egiziane, oppure si rivelano nel porto di Beirut, tra le strade di Damasco o sulle coste della Libia. Come i romanzi di due autori siriani, Morire è un mestiere difficile (Bompiani, 2019) di Khaled Khalifa e Quelli che hanno paura (Baldini e Castoldi, 2018) di Dima Wannous, in cui la morte, la violenza, il terrore non abbandonano chi è rimasto e chi è fuggito; nel perturbante La fila (Nero Edizioni, 2018) della egiziana Basma Abdel Aziz, una popolazione intera si sottomette al volere di un potere assoluto; mentre in Barzellette per miliziani (Sellerio, 2019), il libanese Mazen Maarouf, che vive tra Beirut e Reykjavík, cerca di dare un senso alle assurdità della guerra attraverso un’ironia mista a una visionaria vena poetica, tratto direi tipicamente levantino. A questi testi, tutti scritti in lingua araba, se ne possono aggiungere tanti altri, redatti sempre da scrittori e scrittrici provenienti dalla sponda araba del Mediterraneo ma in inglese, francese, spagnolo, tedesco, olandese, svedese e persino finlandese.     

Infine, un breve cenno, sulla tradizione della rihla, il resoconto di viaggio tanto praticato nella letteratura araba classica e nell’età moderna ‒ basti ricordare i Viaggi di Ibn Battuta (Einaudi, 2006) e le descrizioni della Sicilia di Ibn Gubayr (Viaggio in Ispagna, Sicilia, Siria e Palestina, Mesopotamia, Arabia, Egitto, Sellerio, 1979) ‒, parte integrante della creazione letteraria ed elemento imprescindibile per la costruzione di un’identità politica e culturale arabo-musulmana. Negli ultimi decenni questo genere appare fortemente rinnovato, grazie ad alcuni autori anche molto noti, i quali hanno mostrato un forte interesse nella narrativa odeporica, espressione, oggi, di una letteratura che ha ormai assunto una dimensione mondiale e interculturale. Ne Le mappe della mezzanotte, che meriterebbe di essere tradotto in italiano, il già citato Ali Bader descrive il suo peregrinare tra Istanbul, Atene, Teheran, Algeri, Cipro, e Marsiglia. Nella sua introduzione al testo Bader si chiede «cosa spinga ancora oggi l’uomo ad emigrare, a partire verso l’ignoto [...], forse il sogno di non tornare mai più o, viceversa, il sogno di un approdo». In questo scenario, in cui lo sguardo sul Mediterraneo si protende verso Oriente e Occidente, Ali Bader arriva alla conclusione che solamente l’arte e la ricerca della bellezza ‒ non necessariamente legata a un canone ‒ possono ancora svelare il lato misterioso e ignoto di un luogo. In particolare, il paesaggio fisico, geografico, architettonico, monumentale attraversato dal viaggiatore diventa paesaggio letterario, e le mappe attraverso le quali egli si muove non sono organizzate sulla base di coordinate geografiche, ma poetiche: «il viaggio è, in parole povere, [...] poesia in azione. [Attraverso il viaggio] il corpo si rinnova e risorge, come accade alla poesia, per effetto di un rinnovamento della lingua che le impedisce di cristallizzarsi e morire». Bader conclude, quindi, che «nessun viaggio somiglia a un altro viaggio, come nessun racconto somiglia a un altro racconto». Un viaggio che parte dalle rive del Tigri e attraversa il Mediterraneo, per approdare a Napoli, Atene, Parigi, Bruxelles, Berlino.

 

Immagine: The Mediterranean (Cap d’Antibes), di Claude Monet. Crediti: Claude Monet / Public domain, attraverso Wikimedia Commons

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