12 settembre 2021

Madri in parallelo

La presenza femminile alla 78a Mostra del Cinema di Venezia ha quest’anno trasceso i soliti discorsi sulle quote di partecipazione. L’esatta parità numerica non è ancora appieno raggiunta ma le donne, dalle giurate alle registe e alle protagoniste sullo schermo, hanno decisamente marcato l’identità di questo Festival, aprendo conversazioni scomode, mostrando realtà nascoste, rivoluzionando l’industria e le aspettative. Appare evidente già dopo una rapida lettura del programma che tra film in e fuori concorso, compresa la categoria Orizzonti, la necessità di narrare storie femminili è dominante. La tematica che si fa avanti con più audacia è in particolare quella della maternità.

Il Festival stesso d’altronde ha aperto con l’ultimo lavoro di Almodóvar, Madres paralelas, come un avvertimento, un indizio inequivocabile. Una locandina del film mostra un seno materno, ritagliato su uno sfondo rosso accecante, incastrato nella forma di un occhio, anticipando allo spettatore la prospettiva del film, ovvero quella dello sguardo materno, intenso, passionale, lucido e allo stesso tempo cieco. Nella pellicola le vite di due madri single, Penélope Cruz (insignita per questa interpretazione della Coppa Volpi come migliore attrice) e Milena Smit, si incrociano al momento del parto creando un legame indissolubile e incomprensibile in cui l’una è perfettamente complementare all’altra. Infatti le due non potrebbero essere più diverse, con la Janis della Cruz fotografa di successo sulla soglia dei quarant’anni, padrona delle sue scelte, e con la sorprendente adolescente Ana così Gen Z nelle sue incertezze e la sua tenera tenacia, destinate a condividere l’esperienza della maternità. L’intreccio e l’estetica dal gusto quasi da soap-opera, che ricordano moltissimo i primi lavori almodóvariani degli anni Ottanta, in realtà creano una patina ironica per affrontare questioni complesse sull’identità femminile, familiare e nazionale, portando alla luce i traumi subiti nelle singole vite e in quelle collettive del pueblo in cui le verità del passato storico si confrontano con le verità più intime dei personaggi. Il risultato è vivace e dolce amaro come la famiglia inaspettata che si viene a creare alla fine del film e ribalta le nostre aspettative sull’immagine del ruolo materno tanto quanto il debutto alla regia di Maggie Gyllenhall The lost daughter, premio della Mostra alla migliore sceneggiatura.

Se nel primo emergono le pulsioni passionali mischiate ad ansie condivise dalla comunità, il dramma del secondo è incentrato invece sulla nota dolente delle aspettative domestiche e della rottura di esse. In questo adattamento del racconto di Elena Ferrante La figlia oscura, Leda, un altro prezioso dono che l’ormai consacrata Olivia Colman ci regala con la sua interpretazione, è sola in vacanza in un’isoletta greca e osservando la sua vicina d’ombrellone con la figlia riporta l’audience al suo passato ingombrante da madre. Cosa si cela dietro la semplice frase “Ho due figlie” detta en passant parlando di sé, ammettendone il totalizzante potere, lo vediamo poi con stranianti flashback dei primi anni della sua maternità. L’atmosfera sempre sull’orlo del thriller esacerba le necessità esplosive che i segreti covano dentro i personaggi - e dentro di noi spettatori -, taciuti ma pronti a sgorgare dagli sguardi d’intesa diffidente che le madri del film si scambiano furtivamente. La visione del film è un sospiro di sollievo a denti stretti, pregnante sia dei sensi colpa sia del potere liberatorio dell’ammettere sul grande schermo verità sgradevoli, le cui scariche elettriche diventano rinfrancanti.

Madri e figlie si incontrano molteplici volte sugli schermi del Lido di Venezia, si raccontano in storie di sacrifici (À plein temps), di inadeguatezza (Il Paradiso del Pavone), di prigionia (107 Mothers) ma anche di moralità (Amira), innocenza (L’événement, diretto da Audrey Diwan e insignito del Leone d'oro) e comunione. La tematica è talmente presente e trasversale da farci porre degli interrogativi sul perché nel 2021 sia ancora così centrale e necessaria. La critica femminista suggerisce e illumina rivelando risposte mai scontate: questa spinta verso la “cinematernity”, termine coniato dalla studiosa Lucy Fischer nel suo libro del 1997, non è semplice frutto della presenza sempre più massiccia di voci femminili sia tra autori che in platea — puntualizzazione anche abbastanza sterile poiché ci siamo sempre state, anche quando non ci vedevate—, ma è invece campanello di turbamenti che riguardano tutti. Parlare di maternità nel cinema significa aprire una conversazione più ampia sui generi, sia stilistici che biologici e non, ma soprattutto sulle ansie dei nostri corpi e delle nostre psiche sconvolti dai cambiamenti. Così come la nascita è la rottura di una soglia, la maternità è l’esplorazione dei limiti dell’area di rischio: scavarla, metterla in dubbio è analizzare l’infrangersi di estetiche familiari e confortanti, il mettere a fuoco dopo aver perso il concetto di ciò che è sicuro. Parlare quindi di un mondo che cambia sotto i nostri occhi, di certezze che crollano e prospettive falsate, diventa sinonimo d’indagare le figure materne in tutte le loro contraddizioni, oltrepassare il confine e guardare indietro da dove si è venuti.

La Mostra apre alla prossima stagione cinematografica e di Festival con questo intento ben preciso, con questa spinta a non abbandonare la complessità, la sostanza, ad affondare i denti nella carne, a riscoprirci sempre, malgrado tutto, umane.

Immagine: screenshot dalla pellicola Madres paralelas (2021) di P. Almodóvar, attraverso www.youtube.com/

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0