30 agosto 2020

Il mare è rotondo, Elvis Malaj

Elvis Malaj lo avevamo già conosciuto tre anni fa con la sua raccolta di racconti (Dal tuo terrazzo si vede casa mia, Racconti edizioni, 2017, pp. 164) e in quelle pagine – in un certo senso – il suo romanzo d’esordio (Il mare è rotondo, Rizzoli, 2020, pp. 240) esisteva già. Forse, perché anche le pagine sono rotonde, come il mare, se è vero che Irena, come Mrika (uno dei personaggi dei racconti di Malaj), sente un disagio profondo che non è guarito neanche quando è entrata a far parte di una storia diversa, di questa storia, di questo romanzo («il problema non stava nel sentirsi infelice, lo era sempre stata. Il problema era quella infelicità senza dolore, senza un amore»).

I racconti ci consegnavano l’ironia, la leggerezza, l’essenzialità, la sottrazione della scrittura di Malaj e la sua doppia anima (con le frasi in albanese non tradotte nel tessuto del testo, oggi corsivi, preziosi e taglienti, finiti – anche – in un glossario alla fine del romanzo): ci aveva raccontato il pericolo dei pregiudizi e il razzismo che può annidarsi nelle situazioni e nei comportamenti apparentemente più innocui della vita. È tornato, ora, con una storia esagerata, vulcanica e balcanica (che vuol dire una cultura, un sentire, un mondo, una concentrazione esplosiva di caratteri e guai), una storia mai banale che, dietro la determinazione di Ujkan (il protagonista), e dietro quel suo essere così fuori tempo, nasconde un uomo in carne e ossa che, invece, il tempo lo ha segnato davvero: chiaro il richiamo a Ylli Bodinaku che, il 2 luglio del 1990, non sfondò solo il muro dell’Ambasciata tedesca a Tirana, ma disegnò una crepa nella storia dell’Albania.

Ujkan, però, a differenza di Bodinaku non sogna la Germania, ma vuole andare in Italia: ci ha provato tante volte e non ci è mai riuscito («il motivo del suo cruccio era proprio l’Italia»), guadagnandosi di volta in volta un nuovo soprannome («“il Greco”, quando si era procurato il passaporto falso; “il Turista”, per la richiesta del visto turistico; poi “il Missionario”, “l’Italkaro”, “Fisheku”, “Drapni” e altri nomi che durarono poco, fino a quello attuale, ossia “il Nuotatore”»).

Alla fine di tutto Ujkan, abbandonato un più donchisciottesco cavallo, saltando sulla ferraglia di una vecchia IFA sovietica, con un gesto apparentemente insensato dimostra a tutti che il mondo è sempre, in fondo, dei sognatori («dentro di sé sentì una sorta di pace e la voglia di fumarsi una sigaretta»), dei sognatori che si fanno strada in mezzo a qualsiasi disordine, che come Ujkan (genuino e un po’ buffo) sognano un paese che poi rifiutano di raggiungere quando arrivano a un soffio dalla realizzazione del loro desiderio più grande, lo lasciano come ideale, come terra di aspettative, speranze, risposte e restano dove sono, continuando, però, a lottare per raggiungerlo. Così conosciamo il mondo di Ujkan: una madre che lo soffoca di attenzioni; una sorella ribelle e teatrale; uno scrittore (anti-scrittore) che lo inizia al traffico del ferro, provocando le ire degli tzigani; un amore impossibile per Irena, irraggiungibile – anche lei – come l’Italia.

Dal tuo terrazzo si vede il mare, che è rotondo come le storie, potremmo dire, in un certo senso, se è vero che poche cose nella realtà caotica di questo romanzo sono in realtà lasciate al caso e sembra che stiano tutte lì a chiudere un cerchio, a fare ordine nelle storie che Malaj – forse – aveva nei suoi cassetti, come il diario di Irena che Suleijman ritrova a casa di Ujkan: vuole rubarlo, usarlo, rapito dalla sua bellezza (forse, come Malaj quando ha conosciuto la storia di Bodinaku, forse come Malaj che ama osservare per raccontare, senza cercare troppo lontano): lo scrittore vuole riciclare quella vita, usarla come tutte quelle meritevoli di essere raccontate e che cerca in giro, ma che è difficile trovare, perché chi ha davvero una storia da raccontare non fa rumore, spesso («sono quelli che non parlano che hanno le storie più belle»), e non riesci a conoscerlo neanche se gli tendi un agguato, cerchi di rompere gli automatismi per entrare in comunicazione con lui (o lei) portandolo (o portandola) in una zona franca, fatta di quello che si aspetta («il giorno dopo chiese a Sulejman di organizzare un incontro come si deve, in uno di quei posti culturali e artistici che frequentava lui, o che perlomeno una volta frequentava, con gente interessante, barbe sorridenti da professore, scarpe senza lacci e senza calzini, insomma cose così. E Sulejman doveva fare quei discorsi intelligenti e seri che sapeva fare lui»).

A pritni miq? (Accogliete ospiti?) è una frase che torna, un altro elemento che lega i racconti e il romanzo e che potrebbe diventare “accogliete personaggi?” perché qui gli ospiti accolti dalle pagine passate, respirano, trovano un posto nel mondo, si sentono a casa: uomini con le cravatte a fiori, Vera, Sulejman, Gjokë e Katusha, Mrika (con un nome nuovo) c’erano già tutti, ma avevano bisogno di spazio e tempi che gli permettessero di rivendicare la propria esistenza, di parole accoglienti, e sono tornati in questo romanzo, con la forza di chi non cambia strada fino a quando non mantiene la promessa («un uomo mantiene sempre la besë»), di chi non si dà mai per vinto e prosegue dritto, determinato («ma i problemi e le difficoltà sono solo un dettaglio per il venditore, ricordi? Il momento in cui si perde è il momento in cui si accetta di aver perso, e può verificarsi all’inizio, senza neanche aver combattuto, o alla fine, o anche mai… questo mondo fa paura, però ha un punto debole; si piega alla persistenza»).

 

Crediti immagine: Foto di wasi1370 da Pixabay

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