05 giugno 2014

Milano 1814, linciaggio antitasse

200 anni fa i milanesi linciarono a morte il ministro delle finanze Prina. Un episodio cui si ispirò Alessandro Manzoni per una scena dei Promessi Sposi

Il 20 aprile di duecento anni fa c'era tempo variabile a Milano, una folla di cittadini per bene era munita d'ombrelli ma non doveva ripararsi dalla pioggia se poteva usarli per massacrare Giuseppe Prina, ministro delle finanze dell'effimero regno d'Italia creato da Napoleone. Una delle tante stampe d'epoca ritrae Prina, davanti a una macelleria, mentre un uomo elegante, con cilindro in testa, infierisce su di lui e sta arrivando un gruppo di signori sicuramente non animati da buone intenzioni.

Qualcuno sostiene che il conte Federico Confalonieri – futuro compagno di Pellico allo Spielberg – fosse a capo del tumulto del 20 aprile. Un'altra ipotesi è che la polizia austriaca abbia aizzato la folla. Altre stampe ritraggono la defenestrazione del ministro che secondo alcuni fu trovato in un armadio e per altri stava tentando di vestirsi da prete. Quello su cui concordano le diverse versioni è che lo hanno raggiunto per strada tra via Manzoni e la Scala e fatto a pezzi, distrutto fisicamente, cancellato dalla faccia della terra oltre che dalla sua funzione. Prina era inviso a Milano per il temperamento piemontese rigoroso e l'intransigenza nell'applicare le tasse e drenare risorse a favore delle casse napoleoniche, stremate dalle campagne militari sempre meno gloriose. Si sospettava che si fosse arricchito. Tra le misure da lui adottate la vendita dei beni della Chiesa che oggi avrebbe molti consensi. Il Risorgimento e le speranze di indipendenza vanno comunque tenuti sullo sfondo. Se nelle vignette di Altan si raffigura l'ombrello ficcato in quel posto come emblema della eterna fregatura propinata al comune cittadino, nelle stampe del linciaggio l'ombrello emerge come simbolo della rivolta contro l'autorità. L'importante è avere l'ombrello dalla parte del manico e non della punta. Le attuali insofferenze al peso fiscale – e sofferenze bisogna dire -, pur nel contesto della crisi economica, non sfociano più in tumulti a Milano, neppure nelle modalità che si sono viste a Madrid o Atene di recente. 

Al linciaggio del 1814 assiste Alessandro Manzoni che resta impressionato e riversa l'esperienza nell'episodio del tumulto del pane al quale prende parte Renzo: “Vergogna. Voi altri milanesi, che, per la bontà, siete nominati in tutto il mondo! Sentite, sentite: siete sempre stati buoni fi... Ah canaglia!” Le imprecazioni del capitano di giustizia che cerca di fermare l'assalto al forno delle grucce di Milano – in una zona corrispondente all'attuale corso Vittorio Emanuele - richiamando all'ordine la folla impazzita, sono interrotte da una pietra che lo colpisce in fronte. Dopo avere lasciato sul campo due giovani vite, la folla, divelte porte e finestre, si butta sul pane, e si sparge a depredare i magazzini, ma non esercita violenza nei confronti delle persone che si trovano nel forno e hanno tentato di difenderlo. Più che la vendetta, preme la pancia.

La psicologia della massa, le dinamiche della rabbia che si addensa come un temporale per poi esplodere con furia bestiale, sono rappresentate con grande efficacia, a partire dai momenti che precedono la tempesta: “La sera avanti questo giorno in cui Renzo arrivò a Milano, le strade e le piazze brulicavano di uomini, che trasportati da una rabbia comune, predominati da un pensiero comune, conoscenti o estranei, si riunivano in crocchi, senza essersi dati l'intesa, quasi senza avvedersene, come gocciole sparse sullo stesso pendio. Ogni discorso accresceva la persuasione e la passione degli uditori, come di colui che l'aveva proferito. Tra i tanti appassionati, c'eran pure alcuni più di sangue freddo, i quali stavano osservando con molto piacere, che l'acqua s'andava intorbidando e s'ingegnavano d'intorbidarla di più, con que' ragionamenti, e con quelle storie che i furbi sanno comporre, e che gli animi alterati sanno credere; e si proponevano di non lasciarla posare, quell'acqua, senza farci un po' di pesca. Migliaia di uomini andarono a letto col sentimento indeterminato che qualche cosa bisognava fare”.

Il tumulto descritto da Manzoni nei Promessi sposi ricorda più che il linciaggio di Prina le recenti rivoluzioni della primavera araba, scatenate dal rialzo del prezzo di quel prodotto alimentare primario, simbolo eterno della lotta per la sopravvivenza, della lotta per stare al mondo. Il linciaggio viene invece utilizzato come ispirazione per quella parte del tumulto in cui la folla, dopo avere depredato il forno, si riversa addosso all'abitazione del vicario, cioè dell'autorità, che ha appena finito un pranzo scarno e tristo aspettando che la burrasca finisca. Come evidenziano anche i commenti, le note al romanzo, per esempio quelle alla versione classica Bur (per quella in audiolibro si consiglia la versione narrata da Moro Silo per il Narratore). 

Il vicario, dicevo, improvvisamente si scopre preso in trappola, vuole fuggire ma non fa più in tempo. Tra gli scalmanati che ce l'hanno con lui spicca “un vecchio mal vissuto, che, spalancando due occhi affossati e infocati, con le mani alzate sopra una canizie vituperosa, agitava in aria un martello, una corda, quattro gran chiodi, con che diceva di volere attaccare il vicario a un battente della sua porta, ammazzato che fosse”. Solo l'arrivo del gran cancelliere Ferrer, che fende la folla in carrozza – raccomandando prudenza al cocchiere Pedro con un'esortazione passata alla storia, “adelante, con juicio” - consente al vicario di andarsene. Ferrer promette di portarlo in prigione, dove sarà “gastigato”, e promette pane in abbondanza per tutti, cioè si approfitta della folla credulona, e viene lasciato passare.

La condanna della violenza da parte di Manzoni è netta anche nel dipingere le dinamiche della massa, che si muove – in parte manipolata – come una forza bestiale che non va per il sottile, non si può permettere di capire come stanno le cose ed è accecata dalla disperazione. L'autorità ha bisogno di colpevoli per dare il segnale che la festa è finita e non meno ciecamente afferra il capro espiatorio da appendere alla forca. Anche Renzo, che si è limitato a farsi trasportare dal flusso della rivolta, raccattando del pane caduto per strada durante i saccheggi, rischia di farne le spese diventando “uccel di gabbia” da “uccel di bosco che era”, complice una sbronza in un'osteria. Mentre lo portano in prigione riesce a fuggire, prende porta Orientale – l'attuale porta Venezia -, e diventava latitante non nel lontano Libano, come si usa oggi, ma nel bergamasco, allora sotto il dominio veneziano. Qui può arrivare a piedi in una giornata – pochissimo rispetto ai tempi odierni in automobile con la coda -, mettendosi al riparo nel territorio non soggetto all'autorità spagnola. Prima di passare l'Adda all'alba, passa la notte in un capanno e la parte che riguarda questa sua fuga è più rocambolesca e coinvolgente del passo di “Addio monti”, cioè della parte che riguarda la fuga dal paese natio insieme a Lucia. Diventa celebre la descrizione della natura romantica che trova quando arriva sulle sponde del fiume, o meglio quella del cielo lombardo: “Più giù, all'orizzonte, si stendevano, a lunghe falde ineguali, poche nuvole, tra l'azzurro e il bruno, le più basse orlate al sotto d'una striscia quasi di fuoco, che di mano in mano si faceva più viva e tagliente: da mezzogiorno, altre nuvole ravvolte insieme, leggieri e soffici, per dir così, s'andavan lumeggiando di mille colori senza nome: quel cielo di Lombardia, così bello quand'è bello: così splendido, così in pace”.

All'opposto si potrebbe rovesciare la famosa frase di Manzoni, quasi un verso, ancora continuamente citato, pensando a quanto è grigio quando è grigio il cielo di Lombardia, e tutt'altro che in pace... Il linciaggio di Prina, a colpi di ombrello, deve essere avvenuto sotto un cielo di questo tipo. 


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