23 maggio 2021

L’ora di Dante: aspetti della dimensione privata del culto dantesco in epoca risorgimentale

 

Così, la mia durezza fatta solla,

mi volsi al savio duca, udendo il nome

che ne la mente sempre mi rampolla.

Ond’ei crollò la fronte e disse: «Come!

volenci star di qua?»; indi sorrise

come al fanciul si fa ch’è vinto al pome.

                           (Purg. XXVII, 40-45)

 

Nel 1967, Carlo Dionisotti definiva le linee di un percorso di Geografia e storia della letteratura italiana. Il libro si chiudeva con un saggio sulla Varia fortuna di Dante, che riprendeva consapevolmente il titolo di un celebre discorso carducciano, antico ormai di un secolo ma ancora foriero di spunti per il futuro. Se non possiamo pensare, in poche righe, di racchiudere gli aspetti di un fenomeno quale fu quello del culto dantesco dell’Ottocento, possiamo suggerire forse determinate traiettorie che ne mettano in risalto alcune risonanze. Nella sua puntuale analisi, Dionisotti individuava in Dante la figura cui ricorrevano alcune figure di spicco tanto della scena politica, quanto del dibattito culturale, capaci di farsi “uomini pensosi di sé” attraverso la parola della Commedia. La cifra che caratterizzava il dantismo di questi protagonisti dell’epoca risorgimentale, che impiegarono ogni forza vitale per un progetto di ricostruzione civile, si misurava nell’intersezione tra dimensione pubblica e dimensione privata  

Nel ritorno a Dante, all’interpretazione della sua opera e alla diffusione del suo messaggio, l’impegno dell’attività intellettuale di questi uomini investiva ogni aspetto del loro privato vissuto, prima di riverberarsi sulla collettività. In questa direzione l’esule Giuseppe Mazzini leggeva il discorso dantesco, e ne propugnava il messaggio, con l’impeto proprio di chi riteneva l’azione inscindibile dal pensiero; Dante si poneva così al centro di una dimensione religiosa a un tempo domestica e collettiva, la quale sola poteva farsi garante della solidità delle intenzioni e della loro proiezione etica sull’avvenire. Prendendo le distanze dalla semplice attualizzazione della morale dantesca, Mazzini invitava, in un articolo del 1826 sull’Amor patrio di Dante, ad avvicinarsi al poeta con uno studio “severo e critico”, a lasciar da parte “le glosse e i commenti” e a interpellare la capacità di giudizio cui l’opera del poeta chiamava gli individui e l’umanità tutta. Ed ecco che a un disegno di “riabilitazione universale” faceva riferimento in una lettera del 1834 indirizzata a una confidente d’eccezione: la madre; di lì a poco (1835), ne avrebbe tracciato le premesse nell’opuscolo dal titolo significativo Foi et avenir (tradotto in italiano solo nel 1850). La linea d’azione e di educazione dell’apostolo genovese risulta nitida quando si guardi al binomio “Dio e Popolo”, meglio comprensibile alla luce del suo appello a Dante. A motivarne il valore concepiva la firma “Un italiano”, che veniva apposta alla prefazione della Divina Commedia illustrata da Ugo Foscolo, cui finalmente il Mazzini riuscì a dare nuova fortuna nel 1842, restituendo all’operato del Foscolo (esule, a sua volta) l’orizzonte di un rinnovato pubblico, che a sua volta potesse identificarsi all’interno di una società unita, parte essenziale e vitale dell'umanità intera.

Congenere esperienza fu quella dell'esule, lui pure fervente mazziniano, Aurelio Saffi, già triumviro della Repubblica Romana del 1849. Rientrato in Italia da qualche anno, nel 1874 egli fu tra gli arrestati di Villa Ruffi accusati di supportare un tentativo insurrezionale anarchico. Anche la moglie, Giorgina Craufurd, che conobbe a Londra, fu mazziniana convinta e la corrispondenza epistolare tra i due nel periodo della prigionia rende vivida testimonianza non solo di uno scorcio di vita familiare, ma anche di un altro tipo di “domesticità” condivisa tra i due. La lettura, insieme con la ripetizione a memoria dei versi della Commedia, accompagnava le giornate di Aurelio Saffi, che nella sua cella trascriveva le sue riflessioni, confidava speranze e disillusioni alla sua “Nina”, istituiva una forma di ritualità di indagine e di confessione, della quale rendeva partecipe l'amata consorte. Il 12 ottobre 1874 scriveva alla moglie del buon auspicio che egli leggeva nella coincidenza del giorno del compleanno di lei (11 ottobre) con la sua lettura del canto XXVII del Purgatorio:

 

«che è quello nel quale Virgilio annunzia a Dante essere ormai finita la prova, attraverso la quale ei gli fu guida; poter egli entrare libero e forte del proprio arbitrio, nel Paradiso terrestre, dove lo attende Beatrice. È un canto pieno di aspirazione, di conforto e di fede, e nel leggerlo, in quel giorno, in quell’ora, mi sentii piuttosto rinfrancato, e mosso a sperar bene, non solo di una prossima soluzione della presente molestia, ma di un migliore avvenire per tutto ciò che ci sta più a cuore».

 

E in quei giorni egli dava voce altresì a una profonda e intima riflessione sul proprio operato, su questa “prova purificatrice” (così la chiamava in un appunto a matita), che gli era toccata in sorte. Con essa veniva a fare i conti proprio mentre traeva, dalla più umana delle tre cantiche, la profezia di una domesticità sperata, quella del Paradiso, nel sogno dell’operosa Lia, che evocava la sorella Rachele ferma sul suo “miraglio”, come pure delle debolezze del Dante pellegrino, della sua guida che lo incalzava nel nome della speranza di salvezza. Aurelio Saffi leggeva, e pensava al da farsi una volta uscito, libero. Nel segno di Dante.

Ezio Raimondi, in un’intervista dove presentava il suo volume Letteratura e identità nazionale, illustrava in qual modo fosse possibile e necessaria un’idea “viva” di tradizione:

 

«La tradizione non è ciò che possediamo, è ciò che cerchiamo di avere, è una sorta di tensione, una sorta di ricerca nella ricerca del nostro presente, della nostra autenticità. Ma all’origine di tutto è il problema di come intendere se ha ancora un senso la nostra individualità in un insieme più ampio, e come la nostra individualità si pone come un’entità finita insieme con altre entità finite. La letteratura è il luogo del finito che parla l’infinito, ed è uno dei modi attraverso i quali ci si educa a sentire me stesso limitato, ma insieme in rapporto proprio per la sua limitazione, con altri enti limitati, altri esseri finiti. E questo è il rapporto tra gli uomini».

 

Quando si pensi a queste parole si può meglio comprendere, a posteriori, il pungolo che muoveva il fervore di quanti sentirono il bisogno di tornare a Dante in modo autentico. L'esempio ricordato di alcuni esuli italiani e del loro amore per la parola della Commedia ci ricorda che la letteratura avrà adempiuto alle sue responsabilità solo nel momento in cui avrà donato ai suoi lettori gli strumenti per comprendere e per giudicare, ma anche per migliorare il nostro presente, con quella che al principio del poema impariamo a riconoscere come la “speranza de l'altezza". Altrimenti, a nulla sarà giovato goderne la bellezza. E a niente sarà servito scrutarne le forme e studiarne la storia.

 
Immagine: Manoscritto miniato della Commedia (1350-1375 ca.), Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli. Crediti: Carlo Raso via www.flickr.com/

 

 

 

 

 

 


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