13 giugno 2021

Il rap come rivoluzione. Intervista a Paola Zukar

 

Sinonimo di rivoluzione e ribellione, il rap negli ultimi quarant’anni non solo ha trasformato la scena musicale, ma ha condizionato la nostra cultura, la capacità di raccontare il nostro tempo. Ha inventato un nuovo spazio e un nuovo linguaggio per leggere il mondo.

Ne parliamo oggi con Paola Zukar, leggendaria manager dei più famosi rapper italiani. Nel 2018 ha fondato TRX Radio, la prima app radio dedicata al rap; e da qualche settimana è arrivata in libreria la nuova edizione, ampliata e aggiornata, del suo Rap. Una storia italiana (Baldini+Castoldi, 2021).

 

Paola, il tuo libro è una grande operazione di carotaggio nelle profondità di una parola: rap. Per cominciare questa nostra conversazione, allora, vorrei partire proprio dalla parola rap. Cos’è il rap? Come nasce?

Il rap è un genere musicale che nasce nel contesto, più ampio, della cultura hip hop. A sua volta, la cultura hip hop nasce negli anni Settanta, a New York, grazie a DJ Kool Herc, che ha avuto l’intuizione di unire due giradischi e creare un nuovo suono, mixando brani già editi, un nuovo beat, una nuova strumentale, un nuovo genere.

 

Potremmo soffermarci sull’hip hop come cultura?

La cultura hip hop newyorkese degli anni Settanta era una cultura nel senso che inglobava più arti: c’era il ballo, la break dance; c’era il djing, l’arte di suonare con i giradischi; il graffiti writing; l’abbigliamento. Una cultura declinata su più piani, quello che ha avuto più successo, l’arte che ha avuto più successo, è stata il rap.

 

Dal sostantivo passiamo al verbo: che significa rappare?

Rappare significa comporre in metrica delle rime che si incastrano perfettamente con le strumentali. Agli inizi, il dee-jay che creava questo sottofondo musicale ne usufruiva soprattutto nelle feste dei quartieri – magari allacciandosi all’elettricità pubblica dei pali della luce –, puntava sull’entusiasmo e sulla versatilità degli MC (Master Of Cerimonies), quelli che parlavano, rappavano, rimavano sopra queste strumentali. È questa è l’origine del Rap.

 

E per te cos’è il rap?

Tutto quello che ho sempre cercato nella vita. Un modo per esprimere qualcosa, per esprimermi, per sentire altri esprimersi, in libertà e con una vena di ribellione. Perché il rap, dagli inizi, ma anche ora, è la musica più ribelle: era cominciata negli ambienti underground, adesso ha avuto accesso al mainstream, ma non ha mai perso la sua aspirazione all’impegno.

 

Mi interessa molto quest’aspetto. Ci racconteresti la rivoluzione dell’hip hop e del rap?

La ribellione, la rivoluzione intrinseca nell’hip hop e del rap è una rivoluzione intelligente. Perché non si limita a distruggere: il suo intento è costruire. Il rap affonda profondamente le sue radici nella musica afroamericana, e possiede sempre, anche nei momenti più disperati, una sua luce. Che è propria del gospel e del rhythm and blues, dell’allegria disperata di tanti artisti che si affermavano negli anni Cinquanta. Ecco, per me è una rivoluzione intelligente perché riesce, da una parte, a stigmatizzare le storture della nostra società, come il razzismo, un tema molto affrontato nell’hip hop; e dall’altra, si prefigge l’obiettivo di unire tutti sotto lo stesso ritmo, latini neri bianchi. Questa è la rivoluzione dell’hip hop e del rap: restituire la forza per stare uniti; di scontrarsi ma sempre e solo sul piano artistico.

 

Forse questa è la dimensione che viene più fraintesa.

All’inizio il rapper Afrika Bambaataa apparteneva alle gang di New York, in una stagione violentissima. Ha scelto di passare all’hip hop. Lì tutte le sfide, tutti gli scontri, dovevano svolgersi su un piano artistico, non dovevano mai debordare nella violenza fisica. Sono nati da questa esigenza, l’hip hop e il rap, era troppa la violenza nelle strade, troppa la distruzione. C’è stato chi ha cercato, allora, di costruire qualcosa.

 

Eppure la diffidenza nei confronti del rap persiste. Soprattutto nel nostro Paese. Secondo te, perché?

Credo che l’Italia sia un Paese estremamente diffidente. Lo trovo impermeabile alle novità e poco incline ad approfondire qualcosa che ha più letture, che ha più sfaccettature. Le vere intenzioni del rap sono quelle di sublimare la violenza, raccontarla, ma questo non significa incoraggiarla o esercitarla: è ben diverso, no? Ricordo Roberto Saviano che citando Leopardi diceva che gli italiani hanno il vizio di prendersela con chi denuncia il male e non con il male stesso. Nelle canzoni non piace sentir parlare di difficoltà, violenza, droga, sessismo. Non è un caso che la canzone italiana sia definita musica leggera: non è una musica leggera il rap. È una musica pesante, che si infila fra le trame di storie che apparentemente sembrano perfette, ma non lo sono. Mi fa strano quando in Italia si cerca di leggere i testi dei rapper, o dei cantautori, cercando di dare loro un’accezione negativa, senza capire davvero cosa significhino. È questo che frena il nostro Paese, che invece nell’arte, storicamente, quando ha innovato, ha innovato a livello mondiale.

 

Come nel rap italiano.

Assolutamente sì. Il rap italiano, che alle origini era molto legato ai centri sociali, ha creato degli artisti importantissimi: Neffa, i Sangue Misto, Frankie hi-nrg, e tantissimi altri. Una stagione da abbracciare, non da contrastare.

 

Il rap è rivoluzione, dicevamo. Ed è anche, per moltissimi ragazzi, uno specchio su cui riflettere la propria identità.

L’identità ha bisogno di una voce per essere tale. Di un’espressione. Penso che il linguaggio apparentemente semplice del rap sia un modo perfetto per trovare quella voce. Tutti si possono avvicinare al rap, basta un foglio e una penna, un cellulare, ti scrivi le tue rime, provi a registrarle. Ci sono mille modi oggi. È la musica che scelgono tanti ragazzi italiani. Attenzione, però, è apparentemente semplice, perché diventa molto complessa se lo si fa ad alti livelli. Se guardiamo ai testi di Marracash hanno doppie, triple interpretazioni, rimangono lì, si sedimentano nella testa, finché non gli dai un’altra, tua, nuova, ennesima, lettura. Altro che superficiale e semplice. C’è una parte che puoi cogliere superficialmente, certo, ti diverti, balli, ti muovi, canticchi il ritornello, ma poi ci sono dei testi incredibilmente profondi, che ci lasciano tanto, ci danno una voce, come canta Madame nel brano che ha portato a Sanremo. Parla a un livello più profondo, inconscio, catartico, di voce, di espressioni, per essere se stessi. Ecco perché è la musica più riconosciuta e seguita dalle ultime generazioni.

 

Un’ultima domanda. Sul trap. È un’evoluzione del rap?

Il rap per sopravvivere ed essere sempre nuovo, sempre giovane, sempre interessante, deve inglobare nuovi stili, nuovi linguaggi, nuove parole. Una delle ultime forme che ha preso è quello della musica trap. Che in realtà esiste da vent’anni, è nata ad Atlanta, in Georgia, e ha iniziato a utilizzare più pesantemente delle melodie che delle metriche.

 

In che modo dialoga con il presente?

Le melodie, poi, come la musica rap ha sempre fatto, non fanno altro che riflettere la realtà che viviamo. Quindi, la realtà di questi ultimi anni, che è stata davvero molto superficiale e stupida, tempi in cui è importante trovare principalmente come divertirsi. Provo a spiegarmi meglio: la trap racconta anche il niente che è talmente niente che diventa qualcosa. Questo parlare di scarpe, orologi, prendo la Lamborghini, vado alla festa, questa superficialità, è uno specchio dei tempi, un segno dei tempi, che è stato raccontato molto bene dalla trap. Che non ha mai escluso o inglobato il rap. Ormai dopo quarant’anni di musica hip hop puoi trovare il rap dei veterani, come Marracash, Gué Pequeno, Fabri Fibra, Clementino, e poi c’è la corsia dei trapper. È chiaro che al mainstream arriva la musica che va in classifica; ma come puoi vedere dalle classifiche dell’anno scorso Persona di Marracash è stato il disco più streammato in assoluto e non è né un disco facile né un disco trap. 

 

Immagine: Mosca, 15 novembre 2016. La band rap Asap Mob in concerto. Crediti: hurricanehank / Shutterstock.com

 


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