24 ottobre 2021

Riconquistare la libertà

Ormai stiamo cominciando ad abituarci. Sulle piattaforme social succede sempre così, periodicamente vengono attraversate con incredibile irruenza dalla temperie mediatica della settimana. Gli spazi virtuali si riempiono di articoli, citazioni e meme dei più diversi tipi.

L’ultimo esempio che potremmo fare è la serie tv sudcoreana Squid Game, ideata dal regista e sceneggiatore Hwang Dong-hyuk, e distribuita in tutto il mondo da Netflix.

Per settimane (adesso l’attenzione comincia un po’ a scemare, ma è fisiologico) ovunque c’era qualcuno – nella quotidianità delle nostre app o a casa o al lavoro – che voleva parlarci di Squid Game. Ed è stato inevitabile per tanti di noi cedere, offrirsi alla visione dell’ennesima serie tv mainstream, dell’ennesimo prodotto culturale di massa.

E poi ricredersi sul proprio pregiudizio (per l’appunto, «serie tv mainstream», «prodotto culturale di massa»), e prendere coscienza dell’importanza della visione – come gesto del vedere, e come prospettiva sul futuro – di un’opera complessa quale è Squid Game.

Di cosa stiamo parlando, però? Perché è così importante – oggi, e domani, e dopodomani – recuperare e vedere questa serie tv?

Perché il lavoro di Hwang Dong-hyuk affronta spietatamente il tema della libertà. Che crediamo sia il problema e l’ossessione della fase post-pandemica. Cos’è la libertà, dopo il Covid-19? È mutato il nostro rapporto con l’idea di libertà? Si è marginalizzata, quell’idea, oppure è diventata più forte?

Ma non parla, ovviamente, di Coronavirus né tantomeno di misure restrittive. Il suo racconto si concentra su un gioco. Per cui vengono selezionate 456 persone, che sono legate tra loro da un unico punto in comune: la disperazione. Sono disperati per i debiti che hanno contratto con le banche o con gli strozzini, che hanno reso la loro vita invivibile, che hanno annullato le loro libertà di movimento, di emancipazione sociale. La loro vita è solo un fallimentare tentativo di saldare un debito. Ed è a questo punto che si inserisce nelle vite di queste 456 persone il gioco che potrebbe cambiare le loro esistenze: portati su di un’isola lontanissima dalle loro case, devono affrontare alcune sfide, perlopiù giochi d’infanzia; i partecipanti in grado di superarle tutte riceveranno una straordinaria somma in denaro per ripagare i propri creditori e ricominciare una nuova vita. Riconquistare una nuova libertà.

L’unico inconveniente è l’insuccesso nei giochi: i partecipanti perdenti non vengono solo eliminati dalla corsa al premio finale. L’eliminazione è anche fisica: il costo per la corsa alla libertà è la vita.

Si potrebbe pensare che queste 456 siano ostaggi, vittime senza via di fuga di un crudele meccanismo. Ma non è affatto così. Prima di cominciare le sfide firmano tutti convintamente un contratto per accettare le conseguenze della loro scelta: preferire la morte a una vita senza la libertà di potersi riconoscere in un contesto sociale, senza la libertà di muoversi liberamente, di rendere felice chi si ama.

Queste idee estreme, di vita come gioco al massacro, di libertà come rifiuto della vita, sono in realtà molto più antiche di quanto si possa immaginare.

Una figura paradigmatica, a questo proposito, è il leggendario Catone l’Uticense, che durante la guerra civile romana tra Cesare e Pompeo prende le parti di Pompeo. Ovvero dell’idea di libertà contro l’idea di tirannide. Catone sfida le truppe cesariane, nonostante l’esercito di Pompeo abbia già perso, tentando di organizzare una resistenza. Ma ormai tutte le strade per la libertà gli sono precluse e allora, assecondando i precetti della filosofia stoica, decide di suicidarsi. Decide di rifiutare la vita, di abbandonare il gioco al massacro dell’esistenza, e di riconquistare la sua libertà. «Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta», sono le parole che Virgilio indirizza a Catone nel primo canto del Purgatorio della Commedia di Dante.

Allo stesso modo di come fanno i partecipanti di Squid Game, che preferiscono morire giocando piuttosto che tornare indietro.

Adesso, potrebbe sembrare che il focus di entrambe queste figure letterarie, i partecipanti di Squid Game e Catone l’Uticense, sia la lotta per la libertà individuale. E invece non è così.

Il racconto di entrambi non mira affatto a esaltare il rifiuto alla vita, tutt’altro, lo stigmatizza profondamente. Non vuole significare: per la mia libertà, sarei disposto a morire. È un altro l’obiettivo della narrazione.

Il loro racconto, e il loro obiettivo, è dire: non esiste civiltà, non esiste una comunità, se i singoli non riconoscono e rispettano le libertà degli altri.

Perché se esistesse una civiltà, una comunità, in cui ogni individuo è consapevole che la propria libertà non è più importante di quella dell’altro, la vita non sarebbe di certo un gioco al massacro: la ricerca della libertà, allora, non dovrebbe essere un rifiuto – parliamo sempre in via metaforica, naturalmente – dell’esistenza.

Il problema non sono le sfide senza successo dei partecipanti di Squid Game o la resistenza fallimentare di Catone l’Uticense, il problema è il sistema di dominio che ha portato alla creazione di Squid Game e all’avanzata di Cesare.

Il problema è l’idea che la libertà è nostra non in quanto singoli individui, ma come comunità. E bisogna fare di tutto per difendere questa idea di libertà come comunità, come rispetto reciproco, attenzione comune.

Nel luogo in cui manca la comunità, il rispetto reciproco e l’attenzione comune, comincia il gioco al massacro. E da questo Squid Game non c’è alcuna certezza di uscirne vincitori.

 

Crediti immagine: Chetraruc da Pixabay 

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